mercoledì 5 maggio 2010

La propria convinta solitudine









Il signor Bonelli dalla sua finestra osservava immobile e in silenzio il traffico lungo la strada cittadina davanti casa sua. Poteva passare per combinazione qualcuno che conosceva, e lui sarebbe stato pronto a salutarlo; altri avrebbero potuto fargli un cenno dalla strada per raggiungerl...i, per invitarlo a prendersi un caffè nel locale all’angolo, e lui li avrebbe seguiti volentieri. Ma al momento rimaneva lì, come spesso faceva, e non scorgeva nessuno che avesse visto almeno un’altra volta, solo poca gente che se ne andava tranquillamente per i fatti propri. Non c’era niente che lo trattenesse in casa, al signor Bonelli, lui lo sapeva, ne era cosciente, ma non riusciva a trovare neppure un buon motivo per uscire; così restava dentro la sua stanza, ad osservare lo scorrere di persone ignote fuori dai vetri, covando il desiderio di essere con gli altri, lungo il marciapiede, incapace però di raggiungerli senza un motivo. Ed era inutile lo sprofondarsi dentro ai propri pensieri, certe volte lo faceva, ma era una posa, un mostrarsi occupato significativamente. In realtà si sentiva racchiuso in uno stallo tra due elementi contrapposti, come spesso gli era capitato: impossibilitato a decidersi ad uscire, però sofferente di non poterlo fare. Non riusciva neppure a spiegarlo a se stesso, ma quell’indecisione che spesso si manifestava, secondo lui, era un problema per tutti, il male maggiore del mondo. Nel modo di pensare del signor Bonelli tutto restava sospeso alla ricerca di una scelta che non c’era, non era realistica, che torturava chi ne era soggetto, lasciando i più alla mercé di qualcosa che era addirittura peggiore del non avere alcuna possibilità. La realtà era strana, spesso se ne rendeva perfettamente conto. La scelta continua tra le cose, a suo parere, rendeva le popolazioni prive di forza, annientate da un combattimento interno che non si mostrava neanche come tale, e pur tuttavia riusciva a togliere ad ogni cittadino il vigore di affrontare in modo solerte e convinto la realtà. Sua moglie, da quando il signor Bonelli era in pensione, spesso gli chiedeva dal di fuori della porta chiusa del suo studio, se andasse tutto bene, se sentiva il bisogno di qualcosa, ma lui rispondeva sempre che era tutto a posto. Qualche volta lei gli aveva suggerito di uscire, di andare a farsi quattro passi, tanto per prendere una boccata d’aria, ma a questa domanda lui restava ogni volta nel silenzio più profondo: non poteva rispondere perché non riusciva a prendere una decisione di quel genere, perché quella decisone necessitava di un motivo forte per essere presa, e lui non l’aveva, non aveva mai avuto un buon motivo per andarsene fuori a passeggiare. Così restava tutto il giorno da solo dietro alla finestra, accarezzato dalla tenda, e a nulla valeva cercare di sedersi per leggere un libro o un giornale: poco dopo tornava lì, ad aspettare come minimo che qualcuno lo invitasse fuori. Infine, durante un giorno come gli altri, notò un uomo che si era soffermato ad osservare quella sua finestra. Lo guardò con espressione seria, ne studiò l’espressione, si rese conto che doveva avere più o meno la sua età. Si osservarono per lunghi minuti, quei due uomini simili, divisi soltanto tra un dentro e un fuori inconciliabile. Il signor Bonelli pensò subito che l’uomo sulla strada fosse felice di aver trovato un buon motivo per poter guardare lui che era dentro la sua casa, ma poi non trovò le ragioni per questa spiegazione. Rimase indeciso, anche in quel caso, e pur sperando con tutte le sue forze che quell’uomo lo invitasse a raggiungerlo, non fece niente per fargli capire quanto lo desiderasse, fino a che il traffico e la strada risucchiarono anche quell’unica persona che gli aveva fatto nascere quella disperata speranza. Così quell’uomo poco dopo se ne andò, lasciandolo dietro alla sua finestra, quasi senza speranza, in una solitudine terribile.

Bruno Magnolfi


Una parte di normalità


L’uomo aveva osservato il traffico di persone lungo il marciapiede, rimanendosene affacciato per un po’ alla sua finestra. Non ci trovava niente di anomalo in quella giornata, anche se non sapeva spiegarsi a chi doveva servire quella normalità di cui spesso si parlava. Le auto si fermavano ad un semaforo poco distante, i pedoni attraversavano la strada, tutto pareva come sempre. Il colpo di stato dei militari, la settimana precedente, era fallito, e a parte qualche recrudescenza le cose nel paese erano rimaste le medesime. I giornali negli ultimi tempi avevano detto che la corruzione dilagava, che diventava sempre più un fatto ordinario, ormai non meravigliava più nessuno, però tutti erano chiamati ad aprire gli occhi, anche se sembrava una raccomandazione blanda, quasi insensata. Certo era sempre più difficile pensare che il governo del paese fosse l’espressione della gente. Ma la gente camminava silenziosa, non si interessava di politica, forse non riusciva neanche a distinguere un esponente politico dall’altro.

L’uomo indossò la sua giacca e scese nella strada. Aveva un appuntamento di lavoro, doveva vendere un appartamento, o almeno farlo vedere a una persona che poi avrebbe deciso se acquistarlo o meno. Salì sulla sua auto e si mosse nel traffico con la radio che trasmetteva le ultime notizie. Qualche scontro a fuoco c’era stato nel paese, soprattutto nelle zone di campagna, ma niente di importante. Lì nella capitale la polizia pattugliava ogni centimetro di strada, era difficile pensare alla possibilità di atti di violenza. In ogni caso tenere una piccola pistola carica sotto alla giacca dava all’uomo una certa sicurezza. Trovò un parcheggio con una certa fatica in quella strada centrale, poi spense il motore ed uscì dall’auto. L’agenzia per la compravendita di immobili di cui l’uomo era il direttore, praticamente aveva chiuso, visto il mercato ormai fermo di quegli ultimi tempi. Restava qualche appartamento di lusso da piazzare, certo abbassando i prezzi all’osso in modo da renderli appetibili, e ci pensava lui, rimasto da solo a mandare avanti tutta l’attività. Giunse davanti al grande portone di legno del palazzo ottocentesco mentre dalla parte opposta arrivava un uomo ben vestito, con mezza faccia coperta dal cappello e dagli occhiali scuri. Si presentarono, e quello disse di essere il ministro degli interni. L’uomo sentiva un tremore nelle gambe, il ministro era venuto senza scorta, forse per dare meno nell’occhio, pensò.

Salirono fino al primo piano, l’appartamento era immenso, dieci stanze con mobili di pregio, tutte grandi; il ministro osservava in silenzio, con modi freddi. Parlarono del prezzo, pareva troppo alto. Discussero in maniera nervosa, andando subito al sodo ad evitare parole commerciali e frasi di circostanza. Poi il ministro disse senza mezze misure che facendogli risparmiare un dieci per cento sulla cifra, lui gli avrebbe procurato un lavoro di usciere al palazzo del governo, per se stesso o per un suo familiare: “Avrà pure un figlio da sistemare…”, disse con un sorriso odioso. L’uomo in silenzio rifletteva sul fatto di non avere una famiglia, e in quel momento questa sicurezza lo faceva sentire bene, quasi come fosse un vantaggio. Poi quel lavoro di vendere gli appartamenti a lui piaceva, non aveva mai pensato di cambiarlo, nonostante le cose non andassero certo bene ultimamente. Disse di no, in maniera secca, senza repliche. Il ministro si accigliò, disse parole sconvenienti, chiuse sgarbatamente una porta come a mostrare che quella casa non valeva i soldi chiesti.

L’uomo tirò fuori la pistola, con calma, senza farsi sopraffare dall’emozione. In fondo lui era un uomo qualsiasi, uno di quelli normali di cui parlava tanto la radio. Un’occasione come quella non sarebbe mai più capitata ad uno come lui. Il ministro cambiò completamente atteggiamento, disse che non c’erano problemi, avrebbe preso l’appartamento alla cifra stabilita, ma l’uomo gli disse di rimanersene in silenzio. Lo fece spostare dentro una stanza che fungeva da dispensa, dietro alla grande cucina, lo fece voltare e poi sparò, un colpo solo, mortale, coperto dai rumori della strada che giungevano dalle finestre spalancate. Chiuse la porta a chiave, ripose l’arma, poi serrò tutte le imposte e le finestre, infine uscì dall’appartamento, raggiunse velocemente la strada e se ne andò, sicuro di aver fatto la sua parte. Fuori la gente continuava a camminare avanti e indietro lungo la strada, lui osservò il traffico e seppe di star bene, di sentirsi perfettamente a proprio agio. Entrò nell’auto e mise in moto: la radio continuava a richiamare tutti alla normalità, e andava bene così, le istituzioni continuavano a fare i propri interessi, nonostante tutto.

Bruno Magnolfi

lunedì 3 maggio 2010

Julius dei cuccioli


Era partito da solo, con quella macchina vecchia, scarburata e fetente. Contava di arrivare alla frontiera italiana a metà della notte, e se aveva fortuna nessuno lo avrebbe fermato, nessuno gli avrebbe chiesto di aprire quel bagagliaio maledetto.
Guidava ormai da cinque ore filate, e in testa non aveva più niente, tutti i pensieri se n’erano andati via poco per volta dal tubo di scappamento insieme a quel fumo. I trenta cuccioli si erano lamentati per più di due ore all’inizio, quando era ripartito dalla casa di campagna miserabile piena di latrati e di merda da tutte le parti, poi il freddo e il ronzio del motore li aveva convinti a starsene giù, rannicchiati, e aspettare il momento in cui fossero arrivati. Gli dispiaceva, a Julius, ma non poteva fermarsi, non poteva aprire quel cofano, neanche per dar loro da bere: non poteva rischiare che qualcuno li vedesse, che si facessero sentire o che qualcuno di loro scappasse da dentro la macchina. Alle prime luci dell’alba sarebbe stato a Milano, aveva il numero di telefono del contatto nella rubrica del suo cellulare, tutto si sarebbe concluso in fretta e senza problemi. Sapeva già che i tre o quattro cuccioli più deboli sarebbero morti, ma la selezione naturale avrebbe rinforzato la razza, così avevano detto quelli che li avevano messi nel suo bagagliaio.
Un lavoro da stronzi, quello di portare clandestinamente i cuccioli in Italia, lo sapeva anche lui, ma almeno la maggior parte di loro sarebbero andati a star bene, accuditi da qualche bambino ricco, con la villa, il giardino ed il resto. E poi sempre meglio che portare la droga, o cose del genere. Così pensava Julius, e intanto crollava di sonno, cercando di stare il più possibile dentro alla carreggiata con quella macchina vecchia, un pezzo di ruggine. Aveva aperto un po’ i finestrini perché il puzzo dei cani arrivava fin lì davanti, e poi l’aria fresca andava bene, lo faceva correre meglio, lo svegliava. Alla frontiera c’era un velo di nebbia, il poliziotto lo aveva guardato mentre lui lentamente passava con i documenti già pronti, ma non gli aveva fatto alcun cenno, la strada era libera, tutto andava come doveva. Altre due ore, pensava Julius, forse tre, poi si sarebbe concesso una bella dormita con i suoi tremila euro sotto al cuscino, e poi via, da sua moglie al settimo mese, con la pancia già grossa, a cercare di costruire un futuro. Forse avrebbe fatto un altro viaggio o anche due così, con i cani, poi basta, doveva cercare un cantiere fuori mano, dove nessuno veniva a chiedere niente, e farsi dare un lavoro da operaio, da manovale, tutto al nero, perché in altra maniera nessuno lo avrebbe mai preso, ma lui era giovane, gli andava bene anche così. Metter su una famiglia non era facile, si doveva accettare di tutto. Poi la nebbia era andata diradandosi, e in quel tratto in discesa lui aveva pigiato di più sul pedale, forse pensando a quei cuccioli, al loro bisogno di bere un po’ d’acqua, di smuoversi velocemente dagli scatoloni dov’erano stati rinchiusi. La macchina aveva iniziato a sbandare all’improvviso, forse su un pezzo di ghiaccio, lui aveva cercato di richiamarla con un colpo di sterzo, ma tutto era peggiorato di colpo e l’albero era uscito dal buio per andargli proprio davanti, a fracassarsi sul muso. L’ultimo pensiero di Julius era stato per quei cuccioli, quei piccoli cani rinchiusi tra quelle lamiere, destinati ai ricchi italiani, nati per un futuro migliore: forse diversi si sarebbero ancora salvati, ne era quasi sicuro, qualcuno fra non molto li avrebbe trovati, avrebbe dato loro da bere, forse avrebbe avuto pietà di quel loro tentativo di vita. Cosa importava adesso morire così, come uno stronzo qualsiasi, senza futuro, uno che non aveva saputo neanche guidare; ma i cuccioli no, loro non c’entravano niente, avrebbero dovuto salvarsi per forza. Questo l’ultimo pensiero di Julius; poi più nulla.

domenica 2 maggio 2010

Nel dolce letto del fiume.





La ragazza, sulla sponda del fiume, si era legata sopra le spalle il suo vecchio zainetto di scuola riempito di pietre, ed adesso restava là a piangere, assolutamente incerta sulla decisone da prendere. Ormai era buio su quel tratto di argine che le era sempre piaciuto, dove tante volte era andata con lui, nessuno avrebbe più potuto notarla, ma la giornata fino a poche ore prima era stata stupenda, piena di sole, di luce, di vita. Lui all’appuntamento non si era fatto neanche vedere, e lei sapeva perfettamente cosa significasse quel gesto, così adesso le pareva impossibile continuare a mangiare, a respirare, a parlare con gli altri, come se niente fosse successo.
Qualcuno, nel periodo appena trascorso, le aveva pur detto che forse era meglio chiuderla una storia d’amore così negativa, dove ogni gesto sembrava un ingrediente specifico concepito per avvelenare l’esistenza di tutti. Ma lei, caparbia com’era sempre stata, aveva voluto perseguire comunque in quell’intento, in quel cercare di costruire un futuro con lui, e lo aveva fatto senza ascoltare nessuno, proseguendo con la testa bassa, senza ascoltare e senza guardarsi mai attorno, quasi per scoprire fino a che punto potevano arrivare le cose. Adesso si sentiva sfinita, lì su quella sponda del fiume cittadino, era la prima volta in tutta la vita che provava quel tipo di sensazione, e soltanto questo semplice pensiero era capace di renderle anche l’idea del futuro assolutamente insopportabile.
Aveva provato già più di una volta quella sera a scrivere un biglietto che spiegasse il suo gesto, ma le risultava quasi impossibile racchiudere in poche parole quello che sentiva dentro di sé in quel momento. Era come se la sua vita avesse trovato in un unico gesto il compendio in cui concentrare i tanti possibili sviluppi, ma non sapeva perché. Piangeva, e in quel suo pianto stava soprattutto la consapevolezza di sé, di quanto fossero racchiuse lì dentro anche le cose che tante volte aveva sognato e che da adesso non avrebbe più potuto realizzare. Pensava ai suoi genitori, agli amici, a lui, e le pareva che il suo gesto potesse funzionare da monito a tutti, come se nessuno si potesse permettere di giudicare troppo leggeri i suoi sentimenti, la sua sensibilità, la serietà con la quale aveva intrapreso quella sua storia. Le pareva di vederli tutti là, increduli, affranti, durante la fase di riconoscimento del suo cadavere, e poi nella camera ardente a chiedersi come fosse stato possibile, e ancora con quella bara di legno sopra le spalle, a proseguire mesti le loro esistenze.
Poi dette uno sguardo al suo orologio da polso, quasi per abitudine, e improvvisamente si sentì un’incredibile sciocca. Le parve in un lampo che i suoi pensieri fossero troppo proiettati verso il futuro per non provare la curiosità di scoprirlo con i suoi occhi; le sembrò che i suoi pensieri fossero troppo egoistici per lasciare tutti a piangere stupidamente della sua mancanza; e infine decise che probabilmente ci sarebbero stati altri uomini nella sua vita che avrebbero avuto la capacità di farle dimenticare di quel suo ragazzo. Pensò a tutte le cose che si era ripromessa di fare negli anni a venire, e le parve impossibile non tener fede a quelle intenzioni. Si tolse con fatica lo zaino da sopra le spalle, e con gesto deciso lo gettò avanti a sé, osservandolo sprofondare in un attimo in quell’acqua nera. Poi si arrampicò sopra l’argine, con il cielo ancora cosparso di un chiarore di luce, e fu proprio in quell’attimo che avvertì la presenza di qualcuno poco distante. Strinse i suoi occhi, osservò meglio, poi si accorse con gioia infinita che era lui, il suo dolce ragazzo, venuto disperato a cercarla, forse consapevole di quanto il suo ritardo all’appuntamento si fosse dimostrato più grave di quanto avrebbe potuto supporre. Forse non era lui il suo futuro, ma che cosa importava, adesso era bello pensarlo.

Bruno Magnolfi

sabato 1 maggio 2010

Il mercato quotidiano

Il signor Vannini e la sua consorte, come già era accaduto qualche altra volta anche se non di frequente, avevano invitato per quella sera i coniugi Rilotta a prendere un caffè in casa loro. Si erano accomodati nelle poltrone del salotto e dopo poco la signora Vannini era tornata con uno scintilla...nte vassoio con il caffè e dei pasticcini. La signora Rilotta aveva detto con voce stridula e vagamente ridicola qualcosa di convenevole sul servito elegante appoggiato sul tavolo basso, e aveva aggiunto qualcosa sull’incomodo che si era andata a cercare la signora Vannini, con quegli splendidi centrini merlettati che fungevano da sottotazza, e comunque compiacendosi della finezza per quegli oggetti così aristocratici, anche se il marito dell’altra aveva smorzato le cose spiegando quanto sua moglie ci tenesse a quel tipo di cose. Poi avevano subito iniziato a parlare del loro quartiere, visto che le loro abitazioni rimanevano poco distanti, e in fondo questo era anche il motivo della loro conoscenza. “Ormai è diventato uno schiamazzo continuo, e se fino a pochi anni fa queste strade erano caratterizzate da tranquillità e da calma, adesso è tutto il contrario”, diceva la signora Vannini. Il signor Rilotta continuava ad osservarla senza farsi notare, immaginando il suo modo di fare all’amore con suo marito, sempre con quella mascella leggermente tirata, come di chi non è mai d’accordo su niente, e forse gli veniva persino da sorridere pensando a un’immagine del genere; e così, tanto per mostrare il suo interesse per quell’argomento, disse subito: “Tutta colpa delle famiglie dei nuovi arrivati, con quella miriade di figli che rimangono tutto il santo giorno per strada; e poi non gli basta, si mettono pure a giocare e a fare gazzarra”. “Ha ragione”, colse al volo l’argomento il signor Vannini; “L’altro giorno una pallonata è arrivata direttamente sul cofano anteriore della mia auto mentre tornavo a casa, roba che dalla paura per poco non andavo a sbattere in un albero del vialetto, e a nulla è servito averli rimproverati, hanno continuato come se tutto fosse normale”. A questo punto, mentre gli altri scuotevano la testa per mostrare la loro solidarietà su quanto l’altro aveva appena riferito, il signor Rilotta, forse eccitato da quell’argomento, fece una mossa un po’ brusca, rovesciando con malagrazia la sua tazzina di caffè che cadendo sul pavimento irrimediabilmente si ruppe. La faccia della signora Vannini naturalmente assunse espressioni indescrivibili, e in mezzo alle scuse immediatamente poste in essere con espressioni del tipo: “Non riesco proprio a capire come possa essere successa una cosa del genere”, tutti si dettero immediatamente da fare per cercare di pulire e sistemare le cose, compreso il marito della signora Vannini, preoccupato anche lui per le conseguenze. Naturalmente la serata apparve subito senza rimedio, ma le cose precipitarono ancora quando la signora Rilotta, riferendosi soltanto al signor Vannini, che essendo più ragionevole forse era anche d’accordo, disse che probabilmente non sarebbe importato tirare fuori un servito prezioso del genere per una serata tra amici. La moglie comprese al volo la critica ai suoi comportamenti insita in un’affermazione del genere, e così si sentì subito in dovere di replicare che lei era abituata a fare le cose per bene, e a trattare anche gli ospiti non meritevoli con un certo riguardo, cosa che fece inalberare la Rilotta, in difesa del suo disattento marito, dicendo con un certo orgoglio: “Non si può sostenere che un incidente sia dato da mancanza di rispetto o cose del genere; comunque se ne ha proprio bisogno, le ricompriamo volentieri l’intero servito”. Tutto precipitò, e le cose perdendo di qualsiasi razionalità si portarono in avanti con una polemica infinita intorno ai modi e ai sistemi migliori di comportamento, e siccome i signori Rilotta avevano intanto riavuto dal signor Vannini i soprabiti per andarsene via, la discussione si era spostata direttamente fuori dalla porta, lungo il breve vialetto che portava alla strada. Le loro voci adesso erano stridule e si accavallavano le une sopra le altre nel silenzio della serata, compresa quella della signora Rilotta che cercava di dare il meglio di sé difendendo a spada tratta il marito, e fu solo ad un certo momento, dopo essere andati avanti con voci alterate per parecchi minuti che si resero conto che qualcuno, in fondo alla strada, stava cercando di chiedere un po’ di silenzio, un minimo di calma; “Perché così””, diceva la voce, “Sembra proprio di essere dentro a un mercato”.

Bruno Magnolfi

Il risultato migliore



Le parole di Franco si erano immediatamente imbrogliate mentre cercava di dire qualcosa di carino. Aveva ripetuto come balbettando qualche sillaba, e Laura gli aveva sorriso, come se fosse disposta per una volta a perdonare un ragazzo un po’ pasticcione. Ma Franco non voleva che lei sopportasse la... sua timidezza, e neppure che a lui fosse perdonato qualcosa per simpatia o per disinteresse. Non desiderava neppure essere duro o irato con se stesso, quindi prese tempo, distese il suo volto rimasto fino ad allora corrucciato, trovò meglio le parole con le quali voleva spiegarsi e le disse, con calma, con la maggiore semplicità che gli era possibile. Poi osservò Laura negli occhi per vedere quale risultato aveva ottenuto, e si accorse così che il suo impegno era stato premiato: Laura era felice della determinazione che Franco aveva dimostrato, e per lui non ci poteva essere un risultato migliore.

Bruno Magnolfi