mercoledì 7 luglio 2010
L’assenza di collegamento.
I due ragazzi si ritrovavano ogni giorno, dopo la scuola elementare, all’ombra di uno stretto edificio scalcinato edificato da solo nel niente, del quale si diceva che fosse un’importante centralina della corrente elettrica di quel quartiere periferico. I cavi neri e ben tesi su in alto arrivavano da un lato e dall’altro ripartivano, e continuamente si sentiva ronzare qualcosa all’interno, ma di fatto era proprio da lì che iniziava la campagna, con la sua terra incolta che oltre quelle ultime case era attraversata da sentieri di buche fangose ai cui bordi venivano scaricati cumuli di immondizia e di calcinacci.Loro si ritrovavano proprio sotto quella cabina, come sul confine di qualcosa, e si sedevano sopra una pietra liscia e lunga, a parlare sottovoce di tutto, a far passare quella giovinezza da fratelli minori che il più delle volte erano portati ad odiare. In casa erano quelli cui nessuno badava, posti a sedere alla tavola che non contavano niente, costretti ad ascoltare tutti gli altri della famiglia restando perennemente in silenzio.
Le loro teste dai capelli cortissimi erano continuamente toccate dalle mani dei loro tanti fratelli, per scherzo, rimprovero, richiesta d’attenzione, tanto che crescere in fretta e sfuggire a quei modi era la cosa che forse desideravano di più. I loro pensieri erano già come dovevano essere, da grandi, e le loro risate spensierate nemmeno un ricordo; non avevano biciclette, non avevano pattini, il prossimo anno avrebbero dovuto cercarsi un lavoro, e per adesso riuscivano soltanto a ritrovarsi lì, loro due, all’ombra di quella cabina, e qualche volta andare a cercare qualcosa di utile tra i cumuli di immondizia e di calcinacci.
Fu un giorno qualsiasi, quando il caldo di quel giugno si era già fatto opprimente, e l’erba alta là attorno aveva lasciato seccare al sole i suoi steli, donando a quell’aria un profumo di terra riarsa, di paglia bruciata e di polvere fine. Luccicava qualcosa più avanti, loro due si avvicinarono con circospezione, guardandosi attorno. Erano soli, e lì, a margine di qualche asse marcio e imbiancato, c’era rimasta una radio, una di quelle vecchissime, enormi, con il mobile di legno mezzo scassato, però con tutti i pulsanti e le rotelle al loro posto.
La presero, la portarono ai piedi della cabina, e immaginarono funzionasse, visto che c’era anche il filo della corrente e la spina. La nascosero, e fu il giorno seguente che cercarono di forzare la porta della centralina elettrica, tanto per vedere se al suo interno ci fosse stata una presa, per provare se la radio funzionasse davvero. Il lucchetto saltò dopo una certa fatica, e loro entrarono dentro, lasciando girare con sforzo la porta di ferro sui cardini arrugginiti. Misero dentro la testa, tra ragnatele robuste, quel tanto che era sufficiente, cercando velocemente di adattare gli occhi a quel buio, immersi dentro al ronzio adesso fortissimo dei trasformatori. La scarica di corrente e la fiammata li colse ambedue, non ci fu alcuno scampo per loro, e forse l’elettricità saltò in tutto il quartiere, tanto l’assorbimento fu forte. Restò lì, ai piedi dei sogni, la loro pietra, rifugio dei pensieri da grandi, e quella radio, quella radio vecchissima, che forse non funzionava neanche.
domenica 4 luglio 2010
La comprensione degli eventi.

La scogliera era battuta dal vento, l’uomo da solo era rimasto a lungo ad osservare la superficie del mare biancheggiata di schiuma. La barca in difficoltà, con il motore in avaria e carica di turisti, si era fermata sottocosta, ma si intuiva subito che la cima dell’ancora non avrebbe potuto reggere a lungo. L’uomo aveva osservato tutto quanto con un certo distacco, come se in tutta la vita solo l’indifferenza fosse il sentimento vincitore tra quelli che avevano combattuto dentro al suo animo. Quasi niente ormai gli interessava di meno che preoccuparsi per gli altri, la sua solitudine lo aveva strappato da tutto, lasciandolo inerme nei confronti delle difficoltà che le persone certe volte erano costrette ad affrontare, convinto che la sua priorità fosse l’inedia, il lasciare che il mondo corresse per conto proprio, distante, senza neppure trarre un’idea o un giudizio sugli avvenimenti da cui in qualche caso era sfiorato. Così quella gente in pericolo sopra la barca rivestiva solo l’aspetto di una giornata qualsiasi, un elemento della realtà da cui non si sentiva coinvolto. Ugualmente restava lì, nel vento, sull’alto delle rocce, a guardare quel mare minaccioso e a vedere le persone che dalla barca, poco per volta, si erano gettate tutte nell’acqua con i loro giubbotti salvagente, annaspando tra i marosi, pericolosamente vicini agli scogli. Niente poteva turbarlo, come se il destino di tutte le cose fosse segnato, e a nulla servisse correre, urlare, cercare di opporre la propria volontà contro gli eventi. Poco dopo la barca, strappando gli ormeggi, era andata a fracassarsi sopra gli scogli, e i turisti erano tutti riusciti in qualche maniera ad aggrapparsi alle rocce, meno che una persona, forse una donna, da sola, rimasta in balia delle onde, attaccata con disperazione a una tavola, che con il vento e le onde continuava ad essere spinta più avanti, sempre più avanti, lontana dagli altri. L’uomo osservava quanto accadeva sotto ai suoi occhi, consapevole che niente avrebbe potuto scuotere quella sua completa imperturbabilità. Non c’era egoismo nel suo comportamento, solo la coscienza di essere un niente, un fantasma, incapace di vivere e di intervenire, impossibilitato a compiere qualsiasi azione a favore degli altri. Infine perse di vista la donna, e all’improvviso tutto in lui parve mutare, come se quella realtà lo avesse colpito più di quanto si sarebbe aspettato. Si mosse da lì, riprese a camminare lungo la strada nell’alto della scogliera, nel vento che a tratti pareva volerlo portare con sé, fino a quando comprese che quella donna era in lui, adesso la sentiva, ed era salva, da qualche parte là sotto, la poteva osservare mentre respirava davanti ai suoi occhi, e sapeva, in qualche maniera, che quel segnale lo stava riportando alla vita, come se una forza pari a quella del mare spingesse anche lui. Si fermò, guardò l’orizzonte, gli parve di comprendere tutto.
Bruno Magnolfi
venerdì 2 luglio 2010
Una distanza uguale all’invidia.

Forse dovrei proprio alzarmi da questa sedia, pensavo senza convinzione. Uscire, prendere l’autobus, arrivare fino all’ufficio del lavoro, strappare dalla macchinetta un foglietto con il numero e aspettare il mio turno per parlare con un’impiegata. Si sa, andandoci spesso a chiedere qual...cosa in quegli uffici, magari fingendo di non aver capito la volta precedente, tentando di avere buoni rapporti con quella gente, e di essere disposti ad andare avanti e indietro con quei moduli da compilare, le domande da presentare, i documenti da aggiornare, alla fine qualcosa loro riescono a trovarti. Sanno indirizzarti, darti delle dritte, spiegarti come fare per presentarti bene a qualche colloquio. Però mi chiedo, a che serve trovare un lavoro, rispettare degli orari, faticare tutto il giorno dietro a cose di cui volentieri faccio a meno, avere rapporti antipatici con qualcuno che ti indica come comportarti e poi ti tiene d’occhio per vedere se rispondi agli incarichi che ti sono stati dati, se sei una persona affidabile, e altre cose di quel genere? Forse dovrei proprio preparare un curriculum vitae, inserirci tutte le esperienze della mia carriera lavorativa, magari pensate bene, messe in buona luce, qualcuna anche inventata, come se fossi uno scienziato che si piega a cercare un lavoretto per campare, ma il senso del ridicolo è superiore a qualsiasi volontà, e rimandare è semplice, basta stare qui, occuparsi d’altro, restare indifferenti a quanto è possibile fare, magari lasciare tutto ad un altro momento, quando questa attività di cercarmi un vero e proprio lavoro sarà proprio del tutto indispensabile. Forse è il mio carattere che non si lascia smuovere con facilità, probabilmente sono le notizie diffuse nei telegiornali che certe volte ascolto con un orecchio solo, e che non mi concedono grandi speranze per il mio futuro lavorativo, tanto da lasciarmi immobile su questa sedia, prostrato a pensare ad altre cose, gli amici, le ragazze, certi festini a base di birra e qualche pastiglia sciolta in acqua tonica. In fondo non ho neanche vent’anni, avrò tutta la vita per preoccuparmi del lavoro, di tutte quelle cose antipatiche in cui sono infagottate quelle persone così simili ai miei genitori, che non parlano altro che di soldi, di fine mese, di banche dove accumulare i loro miseri risparmi, di tredicesime e stipendi, e ancora di spese che non possono permettersi, e del calibro con cui misurare ogni cosa, come se tutto fosse quantificabile in quattrini e ore di lavoro. Forse dovrei farmi un’idea più precisa sulla politica, le attività lavorative, i sindacati, i contratti collettivi, tutte quelle cose enormemente distanti da ciò che mi sembra importante davvero. In televisione intravedo gente ben vestita, che finge di essere preoccupata di qualcosa, qualcosa che riguarda gli altri, e spesso parlano in nome loro, quei loro che non includono chi parla, e li vedi già abbronzati quando è ancora giugno, e nessuno tra coloro che mostrano lì la propria faccia preoccupata, sembra aver mai fatto davvero qualcosa che non sia per loro stessi. Forse, in fondo in fondo, potrei sollevarmi da questa sedia in qualsiasi momento, se ne valesse davvero la pena, ma sono sicuro che a nessuno interessa veramente, anzi, pare proprio che sia importante per tutti che io resti qui, a far parte della schiera di chi non si preoccupa di nulla, e lascia che la vita scorra per conto proprio, così che nessuno di noi che facciamo parte di questa generazione, avrà mai niente da obiettare a coloro che sono abbronzati tutto l’anno: che possiamo dire difatti: che hanno avuto fortuna, forse che vivono alle nostre spalle, che sono stati bravi anche se spesso ci risultano un po’ odiosi, è tutto vero, ma per questo è bene che rimangano lì, in televisione, che tanto non potremo mai sopportarli come persone in carne ed ossa, la loro esistenza è lontana dalle nostre giornate, ci separa da loro qualcosa grande quanto il mare.
Bruno Magnolfi
Autocelebrazione di un giorno qualsiasi.

La sequenza indica un uomo che esce di casa, gira per strada senza una meta precisa, si ferma dentro a un caffè e incontra uno sconosciuto. Quando l’uomo torna a casa scopre di essere una persona diversa. In un secondo tempo, l’uomo uscito da casa, non avendo incontrato nessuno, ...rientra nervoso e irritato. Inoltre lo stesso, avendo dato appuntamento al caffè ad una persona che non conosceva, riesce a sentirsi diverso anche solo per quella possibilità a cui non ha adempiuto. Sia l’uomo che lo sconosciuto, sapendo ambedue di riuscire a sentirsi diversi solo uscendo da casa e una volta raggiunto il caffè, spesso riescono a girare per strada anche senza una meta precisa. Di fatto la casa dell’uomo e dello sconosciuto è ritenuta diversa anche senza che né l’uno né l’altro abbiano girato per strada o si siano recati al caffè. In ogni caso la loro meta è precisa anche se non si fermano quasi mai proprio lì. Spesso, dentro al caffè, allo sconosciuto è richiesto il motivo per cui l’uomo, visto girare per strada senza una meta precisa, si possa essere sentito diverso pur senza essere uscito di casa per spingersi addirittura fin lì.In alcuni casi, girando per strada nei pressi del caffè senza apparenza di una meta precisa, lo sconosciuto ha incontrato un uomo che si è fermato dentro al locale, ed ha dichiarato di sentirsi diverso senza sapere per quale motivo.L’uomo, il caffè e certe volte anche lo sconosciuto, si sono dimostrati diversi solo per essere usciti di casa e aver girato per strada senza trovare una meta. Una volta rientrati ognuno nel proprio ruolo, le cose si sono rivelate concrete anche se loro non si sono incontrati.Infine, sia la casa, sia lo stesso caffè, risultano diversi per il solo fatto che l’uomo assieme allo sconosciuto hanno girato per strada senza trovare una meta, capitando in quei pressi prima di pensare a qualsiasi altra cosa. Il locale naturalmente, almeno quel giorno, è risultato deserto.
(Soluzioni dettate da elaboratore elettronico)
Bruno Magnolfi.
giovedì 1 luglio 2010
Una mostra per dilettanti

Tutto era pronto, o quasi. Si era cercato di trovare un senso collettivo a quella mostra di fotografie di tanti autori diversi, scattate in situazioni e momenti lontani tra loro, ingrandite fino a raggiungere formati di dimensioni notevoli, anche in qualche caso sgranate nei dettagli, oppure le...ggermente fuori fuoco. Si era messa su una riunione, ma non si era trovato alcun compromesso, nonostante le idee numerose, e alla fine le cose erano rimaste nell’aria, senza un qualcosa di definitivo. Naturalmente i fotografi erano tutti dilettanti, amatori come quasi sempre era in uso di dire, e a loro non si poteva chiedere molto, salvo l’impegno, la passione, la voglia di mostrare il proprio punto di vista con la macchina fotografica, nient’altro. I soggetti inquadrati erano tanti: facce, espressioni, persone, paesaggi, oggetti grandi e piccoli di ogni tipo. La Casa della Cultura aveva messo a disposizione, come sempre faceva in casi del genere, quelle due grandi sale, generalmente chiuse, lasciate libere ogni volta che qualcuno aveva da esporre qualcosa, per parlare di sé, per mostrare i propri lavori. Si erano ritrovati lì poco per volta, quei fotografi, incoraggiati dalla possibilità di esporre le proprie cose, ed avevano montato i loro lavori sopra a quelle pareti di stoffa bianca, sistemando l’illuminazione, piazzando nomi, titoli e date su cartellini in basso ad ogni inquadratura, come vere e proprie opere d’arte. Ma alla fine non si erano trovati d’accordo neppure sull’indicare una data certa di inaugurazione per quella mostra, anche se qualche curioso era già riuscito ad entrare là dentro ed osservare qualcosa. E non essendo riusciti a trovare un vero titolo per quella rassegna, tutti continuavano a dire “la mostra di foto”, senza stabilire un qualcosa di unificante. Qualcuno tra coloro degli esterni che aveva osservato quello fotografie già installate, aveva stabilito che qualcuna era migliore di altre, e gli autori ignorati avevano subito iniziato a darne il merito alle luci migliori di cui si era appropriato qualcuno, o delle posizioni più in vista su quelle pareti di cui si era avvalso qualcun altro. La serata continuava a restare indecisa, si parlava del mese di marzo, ma nessuno lo credeva possibile. I fotografi, andando ogni sera alla Casa della Cultura per ricevere informazioni e sistemare qualcosa delle loro creazioni, di fatto continuavano a spostare le fotografie piazzandole più in angolo per dargli maggiore risalto, oppure al centro delle pareti per gli stessi motivi; alcuni accostavano, per colore o soggetto, i propri lavori a tutt’altre immagini, in modo da spiccare di più, modificando sempre e comunque anche quella parte di mostra già a posto, continuando a variare le cose e lamentandosi comunque di qualsiasi dettaglio, ma soprattutto dei colleghi con cui dividevano gli spazi, e maggiormente di coloro che non avevano ancora piazzato i loro lavori. Qualcuno addirittura aveva iniziato a sostituire le proprie fotografie, senza farne troppa pubblicità, sostenendo con toni dimessi che vedendole lì assieme agli altri lavori, quelle già esposte avevano assunto un senso diverso, tanto da modificare il loro significato. Due o tre, addirittura, si erano messi, macchina fotografica in mano, a scattare nuove istantanee, tanto per cercare di portare altri lavori alla mostra e spiazzare tutti gli altri, magari proprio all’ultimo momento. Infine il dirigente della Casa della Cultura aveva trovato la data migliore per l’inaugurazione di quella mostra, visto che alla metà del mese seguente un sabato coincideva con il giorno di nascita di quella fondazione, ma quasi nessuno tra i fotografi trovò giusto sovrapporre le cose tra loro. Così si lasciò passare anche quel giorno, e alcuni, anche per paura di vandali o ladri, iniziò in silenzio a riportare a casa propria i lavori già esposti. Tutti gli altri, nel giro di poche serate, fecero la medesima cosa, e alla fine la mostra, quasi completata fino a pochi giorni più indietro, si svuotò velocemente di tutte le fotografie già allestite, e gli autori impegnati in tutto quel periodo smisero anche di parlare di ciò che avrebbero voluto mostrare. Il presidente della Casa della Cultura alla fine definì una serata in cui fare una riunione per accordarsi su tutto quello che era rimasto in sospeso, ma con grande meraviglia di coloro che erano presenti a quella riunione, ci si dovette rendere conto che di quegli artisti non si era presentato nessuno.
Bruno Magnolfi
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