giovedì 22 luglio 2010

Quasi sufficiente un’immagine.



La fotografia appariva sfocata, ingiallita, con delle tonalità di grigio ormai false, senza spessore. Però averla ritrovata tra le cose dimenticate di un cassetto di fondo dopo tutti quegli anni era quasi un miracolo, un riesumare un passato che si stentava a credere vero. A quell’epoca lei era giovane, carina, sorridente, ed era rimasta così, nella fantasia di Alberto, come se il tempo e la vita non avessero su di lei avuto il potere di cambiarne neppure un dettaglio. Lui, di tutta quella fotografia, riusciva a vedere solo quella dolce espressione, e non provava neppure a pensare a come potesse trovarla cambiata all’appuntamento che si erano dati dopo tutto quel tempo.
Caro Alberto, gli aveva scritto lei in quel breve biglietto, forse non ti ricorderai neppure di me, di quella ragazza magra, biondina, forse un po’ ombrosa. A me invece il tuo ricordo ha fatto compagnia tante volte durante questi anni, tanto che non ho mai parlato di te con nessuno per paura che quel pensiero così intimo potesse venire turbato. Aver cambiato città è stato un bene per me, non avrei mai sopportato di incontrarti per strada come due persone qualsiasi. Adesso alcune cose sono cambiate, ed io sono tornata. Mi piacerebbe vederti, parlare con te, anche solo per poco. Per favore, rispondimi con un semplice biglietto come quello che leggi. Seguiva l’indirizzo e la firma.
Ad Alberto qualche perplessità era velocemente passata dentro la testa, ma la voglia di rivedere quella ragazza era enorme, improvvisa, dirompente, tale da superare qualsiasi altra cosa. Tornava a rileggere le poche parole scritte di pugno e poi subito ad osservare quella fotografia in bianco e nero, e si sentiva quasi felice, come se l’entusiasmo che quegli oggetti riuscivano a scaturire al suo interno, potesse annullare qualsiasi divario possibile.
Le aveva scritto di getto quel biglietto di risposta che lei aveva richiesto, ed era stato breve, asciutto, conciso, cercando in poche parole di spiegare il piacere che provava anche lui nel desiderio di incontrarla. Lo aveva spedito subito, quasi di fretta, senza pensare a nient’altro, ma adesso, improvvisamente, si sentiva inadatto ad incontrarla davvero. Provava l’umana paura di deluderla, di non riuscire a dire le cose più giuste, di mostrarsi solo nostalgico e un po’ sdolcinato, senza essere capace di mettere a frutto un momento importante per la loro vita matura.
Allora pensò a lungo sulle cose migliori da fare, su come comportarsi, in quale modo vestirsi perfino, e niente nella mente di Alberto pareva adatto a quell’incontro fissato. Si sentì piccolo, stupido, incapace di stare all’altezza di una cosa del genere, e l’appuntamento era ormai fissato proprio per quella serata. Girò dentro casa, si fece una doccia, cercò di calmarsi e di volgere la mente verso altre cose; poi tornò a riguardare quell’unica fotografia che aveva di lei, e si sentì bene ad osservarla di nuovo. Si sedette, e con gli occhi tornò ancora sopra l’immagine, e decise di getto di rimanersene lì, seduto nella sua poltrona ad osservare per tutta la sera quella dolce fotografia. Perché in fondo, Alberto, non aveva davvero bisogno di altro.

Bruno Magnolfi

Miseria delle persone.



Sto fermo, seduto a pensare. Ricordo distintamente quando, circa due anni fa, ho iniziato a sperimentare come si possa procedere nella concentrazione mentale su un elemento che per qualche motivo interessa la nostra persona. Si vuole profondamente qualcosa, si percorre con il proprio pensiero la p...orzione di tempo in cui si desidera debba capitare qualcosa di semplice, e alla fine ecco che l’evento si avvera. Si guarda un oggetto di piccolo peso, lo si ritaglia con gli occhi dal luogo dove esso si trova, ed ecco che quello lentamente si sposta, magari anche soltanto di poco, ma l’oggetto dimostra di cedere passivamente ad una volontà superiore. Mi muovo tra le stanze del mio appartamento, poi esco di casa, giro per strada incrociando altre persone, percorro i marciapiedi guardando vetrine di negozi fitte di oggetti. Ho un potere incalcolabile su tutto, lo sento dentro di me, mi fa sentire a mio agio e mi concede uno sguardo disincantato, ma non mi interessa mostrarlo, farmi additare dagli altri come una persona speciale. Guardo gli oggetti che fanno bella mostra di sé dentro ai negozi illuminati e pieni di gente che acquista, che pone domande ai commessi, si sente potente, quasi superiore, dalla parte di coloro che a un certo punto aprono quei bei portafogli e pagano i conti, comprano, come se questo fosse il gesto fondamentale tra tutti. Lascio correre, non mi sento nelle condizioni di cercare supremazia su di loro, mi è sufficiente sapere che posso interrompere in qualsiasi momento quei finti sorrisi, quei gesti rituali, quei loro comportamenti da maledetti borghesi, e questo mi basta. Sorrido dentro di me, recupero un passo distinto e controllato lungo le strade, continuo a camminare immerso dentro ai pensieri, conscio di me stesso, di ogni mia piccola, nascosta, capacità. Rilevo quanto il mondo stia ancora dietro a piccoli comportamenti del tutto insignificanti, ed ho un moto di dispiacere nel rendermi conto di questo. Ma in fondo, rifletto, cosa mai posso fare, se non registrare il senso disperato che permane dentro ad ogni persona? A volte credo che ciascuno di loro, di tutta la gente, sappia in cuor suo cosa sarebbe in grado di fare se solo aprisse la mente, invece di perdersi dietro a monotoni gesti e a comportamenti usuali. Lo penso, pur sapendo di perdere solo del tempo con loro. Perché poi, in fondo, a che serve pensare una cosa del genere, mi chiedo: le persone sono solo persone, non si può pretendere molto.

Bruno Magnolfi

domenica 18 luglio 2010

Il coraggio per ricominciare.




Il signor Bernardini quella sera, nella fase del giorno in cui normalmente si preparava per andarsene a letto, e nonostante la sua età avanzata, si era messo un abito appropriato ed era uscito di casa, per la prima volta a quell’ora da un numero di anni così grande da non averne memoria. Sua moglie era morta da dodici giorni, e lui in quel breve tempo aveva come perduto l’equilibrio delle sue attività. Una scomparsa improvvisa lascia sempre esterrefatto chi rimane, specialmente se è anziano, ma nel suo caso era come venuto a mancare il punto di riferimento di ogni suo comportamento. La solitudine che il signor Bernardini aveva iniziato a provare girando da solo nel suo grande appartamento, era quasi indescrivibile, come se niente dei mobili, delle stanze, di tutti gli oggetti che aveva intorno, gli appartenesse davvero, e quasi che tutto avesse perduto importanza fino al punto da spingerlo a porsi domande su qualsiasi scontata certezza. Non riusciva più a capire che cosa desiderasse davvero, il signor Bernardini, ma oltretutto anche i compiti a cui aveva sempre accudito pareva d’improvviso che in lui avessero perso importanza, come se la struttura stessa della giornata, anche gli orari e i comportamenti ordinari, si fossero svincolati dalle loro funzioni. Il suo medico gli aveva prescritto delle lievi cure adeguate a casi del genere, viste le sue condizioni di grande prostrazione, ma lui non le aveva seguite, deciso come si sentiva a scoprire delle realtà rimaste sopite dentro di lui per tantissimi anni. Nei primi giorni amici e parenti si erano dati il turno a telefonargli e a chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, anche soltanto per riempire quelle giornate da pensionato qual’era, ma lui aveva con naturalezza rassicurato tutti quanti, tagliando alla svelta ogni argomento. La fase maggiormente complessa della giornata si era subito dimostrata proprio quella, la sera, quando anche i pensieri divenivano precari, senza un vero significato, e il suo desiderio più forte si mostrava qualcosa verso cui indirizzarsi, un interesse a cui dedicarsi per sopperire a tutte quelle mancanze. Così era uscito, pur vecchio com’era, e aveva fatto una passeggiata senza un itinerario preciso, muovendosi a caso e pensando soltanto a camminare. Quel moto era salutare, lasciava spendere le energie e rilassare la mente, e i pensieri, grazie a quei passi cadenzati, parevano svagarsi fluttuando sugli argomenti più vari. Cercava di capire, il signor Bernardini, quali fossero adesso i suoi nuovi interessi, quale volontà nascondesse quel suo atteggiamento, anche se si sentiva confuso, a volte quasi smarrito. Rifletteva che non avrebbe potuto rinchiudersi in casa ad aspettare di morire d’inedia, era quello il punto essenziale che lo scuoteva. Voleva ancora vivere, questo era il principale sentimento, ma tutto intorno pareva non dargli seguito. Girava, camminava, scrutava nel buio, cercava di trovare la soluzione a quei suoi pensieri con la paura di trovare qualcuno che gli dicesse di tornarsene a casa.Poi il suo sguardo era andato a incuriosirsi dell’insegna luminosa di un locale notturno lungo la strada, un posto dove si suonava musica jazz, e così si era avvicinato a quel grande ingresso per ascoltare. Era rimasto lì qualche minuto, rapito da quegli echi che arrivavano fin sulla strada, senza accorgersi che una ragazza gli si era accostata: “E’ la musica più trascinante che si possa ascoltare…”, gli aveva detto lei sottovoce. Il signor Bernardini si era girato per osservare e forse per rispondere qualcosa alla donna, ma dentro a quegli occhi belli e sorridenti aveva visto in un lampo tutto quello che pareva inesorabilmente perduto nella sua vita: lo sguardo della ragazza era sorridente, piacevole, come mai ne aveva visto di simile, e prodigava coraggio, voglia di vivere, curiosità verso il mondo; così anche lui le sorrise, restando in silenzio, come se la differenza d’età non contasse un bel niente, compiacendosi di quelle parole. Continuò ancora per un attimo ad osservare quell’espressione, come per farne una scorta, poi, salutando quella ragazza con un inchino spiritoso e gentile, si avviò allegramente verso casa, convinto di avere compreso qualcosa di più su se stesso, e di sentire la forza e la determinazione per affrontare ancora la vita.

Bruno Magnolfi

domenica 11 luglio 2010

Per la fine della stagione estiva.


Sandra lavorava in quel locale come cameriera da poche settimane. Era una degli stagionali, il suo contratto era di quattro mesi, copriva giusto il periodo estivo, e il resto dell’anno niente, che tanto da quel paesino di mare c’era poco da aspettarsi. Nelle ultime due settimane la Pen...sione Orchidea si era riempita di villeggianti, e tra le colazioni, i pranzi e le cene da servire, non c’era quasi il tempo neppure di respirare. Tutti dicevano di tenere duro, che sarebbe trascorso in fretta anche quel mese, e lei cercava di mettere l’impegno massimo in quello che faceva. Qualche giorno avanti uno dei camerieri esperti, Nicola, uno che lavorava in quell’albergo per quasi tutto l’anno, le aveva sorriso guardandola con intensità, come a mostrare simpatia per lei o chissà cos’altro. Sandra era arrossita e aveva abbassato subito gli occhi, però le era piaciuto quello sprazzo di intimità, così adesso cercava di fare ancora meglio il suo lavoro, per mettersi in luce, per fare buona figura, soprattutto con Nicola. Poi però c’era stata la vicenda di una donna che non veniva più trovata, e più d’uno aveva iniziato a sostenere che era affogata in mare, e non sarebbe più stato rinvenuto neppure il corpo, fino a quando, al contrario delle dicerie, quella donna rispuntò fuori viva e vegeta, dopo solo un paio di giorni, come per magia, e tutto si risolse. Però Nicola aveva mostrato in quei due giorni un’agitazione incredibile, come se la sua sensibilità per quella cliente lo avesse sottoposto a una fortissima tensione. Sandra, che aveva preso a scambiare qualche parola con tutti i camerieri tra una portata e l’altra nella sala del ristorante, e soprattutto con Nicola, era rimasta colpita per quella sua assenza completa di attenzione anche per lei, e per quel nervosismo di cui pareva preda, tanto da sembrarle una persona addirittura diversa da quella che aveva conosciuto fino a quel momento. In più, quando era arrivato alla Pensione Orchidea il marito della scomparsa, Sandra si era accorta che aveva parlato a lungo con Nicola, come se lui avesse notizie che tutti gli altri non avevano. Certo, non erano affari suoi, ma qualcosa che a Sandra non piaceva, pareva si stesse verificando proprio sotto ai suoi occhi. Lei continuava il suo lavoro come sempre, ma ora più che mai stava attenta a tutto quello che accadeva intorno a quello strano cameriere. Forse lui a un certo punto si era anche reso conto che stava rovinando tutto con Sandra, ed una volta riapparsa l’affogata e sparito di scena quel marito, Nicola l’avvicinò, approfittando di un momento in cui erano soli. “Ti chiedo scusa, se i miei comportamenti ti sono parsi strani”, disse, senza che Sandra avesse chiesto nulla; “Però ci sono delle volte in questo mestiere che ci si trova a contatto con persone di cui non si sa nulla, e magari ci paiono proprio come tutti gli altri. Poi accade qualcosa, anche non di grande rilevanza, e si scopre cose che un attimo prima sembravano impossibili. Forse ti sembrerò superficiale, ma quest’ultima vicenda mi ha convinto di quanto tutto sia legato da un semplice filo di lana, e di quanto sia importante, al contrario delle facili furbizie, fare le cose in piena luce”. Poi si volse solo per un attimo, come per concentrare le sue speranze in poche parole, in un dettaglio, e quando tornò a guardare Sandra: “Mi piaci”, le disse, “te ne sarai accorta, ma non voglio forzarti; osservami ancora, fatti un’idea più precisa di me, di come sono fatto, oltre questi giorni assurdi, e se vorrai dirmi qualcosa prima che finisca il tuo contratto di lavoro, io ti aspetterò…”.

Bruno Magnolfi

sabato 10 luglio 2010

Lungo un qualsiasi marciapiede.


L’uomo, da solo, scruta il piccolo tavolo tondo e la sedia dove intende mettersi comodo. La sua giornata è già colma di indecisioni, sente che il tempo scivola inevitabilmente e lui non riesce a dare un indirizzo alle cose. Ha guardato le sue scarpe camminare, ha sentito la sua voce riferirsi a qualcuno, ma questo non ha significato alcunché. Forse neppure gli interessa dare un senso preciso al suo giorno, forse la sua ricerca di faccende di cui occuparsi è solo l’ennesimo tentativo per scoprire qualcosa di se stesso. Infine si siede, ma dopo un primo momento reputa inutile e quasi dannoso quel gesto. Il locale gli piace, c’è calma, ogni cosa sembra stare ben posizionata al suo posto, e fuori dalla vetrata la strada al contrario continua ad essere l’anarchica mescolanza di tutto.
Si avvicina con metodo un cameriere, chiede gentilmente cosa desidera, l’uomo dice, senza guardarlo, il piatto del giorno e un quarto di vino. Non ha fame, è evidente, ma l’abitudine a sedersi ad un tavolo e di mangiare a quell’ora che spacca la monotonia della giornata è così forte che non si sente in grado di fare resistenza. Ha un piccolo notes dentro alla tasca, lo estrae, rilegge gli appunti delle cose che avrebbe voluto fare quella mattina, si rende conto che non ne ha compiuta nessuna.
Niente di nuovo, è normale perdersi in mille altre cose che per via gli vengono a mente, anzi, forse il suo incaponirsi ad annotare le cose da fare, ha proprio il senso della smentita, del disattendere scientifico di ogni proposito. Che cosa può essere mai una giornata qualsiasi, trascorsa da solo girando per strada con mille pensieri e altrettante divagazioni, se non lo scegliere a braccio in ogni momento le cose da fare, decidere volta per volta dove andare, dove fermarsi, in che cosa occupare un po’ di quel tempo?
Nel bar-ristorante c’è poca gente, ognuno di loro nuota all’interno della propria indifferenza per tutto, il cameriere si affretta a servire le ordinazioni per restarsene poi immobile in qualche angolo fuori dalla vista. In fondo alla sala c’è un uomo, da solo, potrebbe essere lui. Ha finito già di mangiare, così legge il giornale, aspetta, lascia trascorrere il tempo. Non c’è niente che assomigli ai suoi gesti, ai suoi modi di fare, eppure qualcosa li unisce. Infine si alza, saluta con un gesto il cameriere, passa vicino al suo tavolo tondo ed esce, senza alcuna incertezza.
L’uomo vorrebbe alzarsi a sua volta, raggiungerlo, chiedergli di spiegargli dove stia il suo errore, perché continua a sentire dentro di sé l’angoscia di aver solo perso del tempo, di non essere riuscito neanche stavolta ad essere utile, di non aver messo a frutto di nuovo quel tempo che continua a scorrere e a finire nel niente. Poi osserva quel suo simile mentre scorre lungo la strada, oltre la vetrata, dove il marciapiede è ingombro di gente: niente ha senso, riflette; va accettato così tutto quanto, sollevare la testa dai propri pensieri e camminare verso qualcosa, lungo un qualsiasi marciapiede.

Bruno Magnolfi

Solitudine maledetta.



Sono stanca di tutto, diceva la donna anziana ad una vicina di casa mentre stendeva i panni ad asciugare al sole sullo spiazzo condominiale. Non mi interessa quasi più di niente, me ne rendo conto, ma non so che cosa fare per cambiare le cose. Le mie giornate sono regolate dai compiti di sempre a c...ui mi sento sottomessa, quello che ho fatto sempre per tutta la mia vita, qualsiasi cosa differente che si presenti come una variazione a questa monotonia mi sembra come un nemico della mia esistenza. Resto in casa quasi tutto il giorno, mi preoccupo di spolverare i mobili, di spazzare i pavimenti, di cucinare qualcosa da mangiare, ma niente mi procura neppure una soddisfazione minima. La sera mi siedo davanti alla televisione, cerco di seguire ciò che viene detto, le notizie e le riflessioni sul mondo e sulla vita, ma io mi sento sempre più distante da tutte quelle cose, come si fosse interposto tra me e la realtà un sipario inestinguibile, che non mi lascia scelte, e mi concede soltanto di proseguire nelle mie giornate, di essere solo quella che sono, indifferentemente. Ne ho parlato con qualcuno, in parrocchia, all’assistente sociale del quartiere, ai miei nipoti anche se non vengono quasi più a farmi una visita, ma mi sono resa conto che i miei problemi sono di tutti, perché a tutti sta calando l’entusiasmo per la vita, non c’è più gusto a tirare avanti così, in qualche modo, senza pensare che ci può essere un elemento nuovo, magari all’improvviso, che ci dia un impulso a rinnovarci. Mi sento di morire un po’ per volta, forse proprio mentre cerco solo di accondiscendere a quelli che reputo i miei semplici doveri, ma questo non mi fa paura, anzi, mi sembra quasi una liberazione da tutte queste piccole terribili cose da cui mi sento circondata. Mi dispiace parlarne proprio a lei, così, mentre stendiamo i panni; lei che magari per chissà quanti anni mi ha visto sempre come una donnetta tra le tante che vivono in questo quartiere semplice, però forse, proprio perché non ci conosciamo affatto, se non per l’immagine che ci siamo costruite l’una dell’altra, vivendo vicine, però distanti, forse qualcosa che ci accomuna c’è, e la comprensione alla fine può nascere proprio da questo, da una solidarietà tra persone che soffrono di un medesimo problema. Io non le chiedo niente, se non che mi dia un cenno, un semplice gesto di comprensione di quello che le ho detto, perché forse anche solo una cosa così semplice so che può essermi d’aiuto. Ma in fondo neanche questo importa: già solo essere stata qui ad ascoltarmi per me è importante, anche se non posso guardarla negli occhi, ma solo seguire la sua ombra che si flette sopra queste lenzuola stese al sole, mi creda, per me è già sufficiente. E poi, se anche scoprirò, magari proprio andando via da qui, che quell’ombra che mi figuravo una persona che era lei, sarà stata, chissà, quell’albero laggiù con le sue grandi fronde al vento così piene di foglie, andrà bene lo stesso, era parlare che mi interessava, niente di più.

Bruno Magnolfi

Soltanto così

La sua mano sorreggeva il bicchiere con l’acqua, l’altro braccio era disteso, a riposo sul fianco. La pastiglia era andata giù con facilità lungo la trachea, tra pochi minuti sarebbe iniziato il suo effetto. Le dita attorno al bicchiere continuavano a stringere il vetro più del dovuto, forse per via dell’agitazione di cui lui era rimato preda fino ad allora, così pensò che avrebbe dovuto rilassare i suoi muscoli, sciogliere quell’ultimo barbaglio di tensione, ma in quell’attimo il calice gli cadde di mano andando in frantumi sopra le piastrelle del pavimento.

Succedeva sempre così per tutti i dettagli legati alla sua esistenza, riflettè: cose a cui dava troppa importanza, altre che continuava a ignorare; ogni elemento appariva sempre squilibrato tra i suoi interessi, spesso cercava dentro di sé il giusto valore da dare alle cose, senza assolutamente riuscirci. Rilassò anche l’altro braccio lasciandolo disteso lungo il fianco, poi fece due o tre passi fino a raggiungere il tavolo.

Si sentiva come paralizzato, improvvisamente i suoi occhi osservavano gli oggetti usuali senza riuscire a metterli a fuoco, e si perdevano in quelle inezie diventate improvvisamente fondamentali. Avrebbe dovuto cambiare completamente il suo modo di essere, di comportarsi, di pensare, ad iniziare da oggi, da subito, anche se non riusciva a capire da quale punto rifarsi. La pastiglia stava togliendo poco alla volta il dolore dalla sua testa, lasciandogli uno strano senso di vuoto, come se si allargasse per lui la possibilità di occuparsi di molte altre cose.

Si sentì stanco, e andò a sedersi su una poltroncina nell’angolo, poi si accorse di aver lasciato i vetri del bicchiere sparsi per terra, e gli parve una fatica terribile provare a rimuoverli.

Qualcuno suonò alla sua porta, e d’improvviso gli giunse insieme a quel suono sgradevole l’impressione che la giornata avesse ripreso il suo corso, come sempre, togliendogli l’aspetto meditativo che fino ad un attimo prima gli era parso oltremodo necessario. Decise di non muoversi, e chiunque fosse stato a suonare il suo campanello non replicò. Infine decise di sollevarsi, ma solo per raggiungere la finestra, poi scostò leggermente la tendina, e guardò fuori, lungo la strada, fino ad accorgersi che non c’era niente che lo interessasse davvero di quel mondo esterno.

Bruno Magnol