lunedì 24 maggio 2010

Un oggetto comune e prezioso.





Un mozzicone di matita in un angolo, rimasto lì chissà quanto tempo. Angi si volta, vede il mozzicone, cerca di rammentarsi in quale occasione possa essergli caduto per andare ad infilarsi là dentro. Ma la memoria non sembra aiutarlo, e tra l’altro gli pare, guardandolo meglio, un tipo di m...atita che in genere non ha mai adoperato. Forse sarà caduta a qualcuno dei ragazzi l’ultima volta che sono venuti a fare i compiti da lui, pensa, ma gli pare un po’ strano che qualcuno di loro abbia perso qualcosa e non si sia preso la briga di tornare a cercarlo. Lo strano è anche che l’ultima volta quando i ragazzi sono stati nella stanza di Angi a fare i compiti, era non meno di due o tre settimane prima, e in tutto quel tempo a lui o alla sua mamma doveva essere saltata agli occhi per forza quella matita. Non è neanche nascosta, sta lì, quasi in bella mostra, proprio per farsi vedere. Angi chiede notizie a sua mamma, ma quella non ne sa proprio niente e poi ricomincia con la solfa del disordine e cose del genere. Nella sua stanza il disordine c’è, è innegabile; però non ci possono essere strane matite che scappano fuori dal niente. Angi esce di casa, però si sente un po’ inquieto, è come se qualcuno avesse messo lì l’unico oggetto che stona col resto, e proprio per questo adesso non riesce a pensare a nient’altro. E’ quasi un affronto, lui non si è mai fatto carico di problemi del genere, ma adesso qualcuno si permette di far rotolare uno stupido mozzicone di matita in un angolo e poi resta lì, da qualche parte, a sogghignare nell’ombra. Prende la sua bicicletta Angi, ed esce da solo sulla strada deserta per farsi un giretto, ma passa davanti alla casa di Leo, e subito pensa che forse è stato lui a gettare quella roba nell’angolo, giusto per fargli uno scherzo. Però è strano, Leo avrebbe messo lì uno scarafaggio, una lucertola morta, non certo una matita, e poi avrebbe dovuto restarsene da solo nella sua stanza per fare una cosa del genere, e questo non è proprio successo, ne è più che sicuro, perché di Leo non si è mai fidato. Così la giornata va avanti, arriva fino a casa di Bizio, scende dalla sua bicicletta e suona il campanello, tanto per fare qualcosa. Sua madre gli dice di entrare, Angi entra e raggiunge subito Bizio che sta studiando qualcosa nella sua stanza. Non dicono niente, solo stupidaggini, ma Angi guarda negli angoli, non riesce più a farne a meno: non ci sono matite là dentro, solo angoli vuoti, smorti come Bizio che non riesce a far altro che star lì a studiare e ad usare matite diverse da quel mozzicone, così anche lui resta escluso. Tutto il quartiere adesso gli pare pieno di angoli che nascondono matite identiche a quella che lui ha trovato nella sua stanza, e forse anche ogni angolo di tutta la casa ne ha una, pensa, come se non potesse esistere alcun angolo senza la sua brava matita di appartenenza. Molla la bicicletta accostandola al marciapiede e rientra nella sua abitazione, guarda sul campanello se ancora ci sono riportati là sopra i nomi di suo padre e sua madre, poi va in cucina e beve dell’acqua. Si sente confuso, tutto gli sembra leggermente diverso, come se qualcosa si fosse spostato o avesse cambiato colore. In corridoio Angi incontra sua madre che sta per uscire, gli chiede di restarsene in casa almeno per quell’ora che lei si deve assentare, poi se ne va. Silenzio. Uno strano silenzio carico di tensione. Qualcosa scricchiola da qualche parte, e lui torna in camera sua, lentamente, seguendo un semplice sospiro dell’aria: non c’è più quel maledetto mozzicone di matita nell’angolo, non c’è più niente in quell’angolo vuoto, lo sapeva, lo aveva capito, la realtà è un caleidoscopio di cose che esistono, che restano lì attorno a noi, questo è certo, ma tutto è così solo se siamo consapevoli del fatto che anche noi almeno un po’ lo vogliamo.

domenica 23 maggio 2010

L’enigma dell’evidenza


L’enigma dell’evidenza.
“Sono soltanto sciocchezze”, aveva detto lui con indifferenza e senza guardarla. Stava cercando di pensare a quale abbigliamento sistemare dentro alla valigia, ma, pur non dandole importanza, aveva anche appena finito di ascoltare una serie di sottili accuse di indifferenza da parte di sua moglie..., da lei notate, così almeno aveva sostenuto, da diversi mesi a questa parte. Lui aveva cercato di decifrare al massimo quelle parole proprio per arrivare a capire se lei stesse covando anche un sospetto di adulterio oppure no, cercando così di essere subito pronto a difendersi, ma in questo modo, pur mostrandosi in apparenza quasi disinteressato, di fatto aveva già sbagliato diverse volte colore di calzini e di camicie. Poi si era seduto, come per dare improvvisa importanza a tutto quello che era stato appena detto e forse anche a ciò che era stato solo supposto, e scrollando la testa come chi cerca la chiarezza dentro la nebbia, aveva ricominciato sorridendo: “Ma a che proposito avrei messo assieme questa piccola vacanza se non fosse proprio per ritrovare quell’intesa che tra me e te si è forse un po’ appannata? Vorrai almeno darmi atto del tentativo, visto che ancora non siamo neppure partiti…”. Lei sviluppò uno strano sorriso a queste parole, come aspettandosi una mossa tattica del genere, misurando l’atteggiamento di chi cerca di recuperare con una settimana di vacanza tutto ciò che è andato perso in mesi e mesi di comportamento sfuggente, quasi da estraneo. Parve riflettere tra sé mentre controllava qualcosa dentro al beauty case, poi con voce bassa, come di chi forse ha già capito ma non vuole ammettere la verità per non sentirsi delusa dal rapporto della sua vita, disse soltanto: “Va bene, hai ragione, godiamoci questa vacanza senza mettere altro in mezzo; sempre che tu sia d’accordo…”. “Certo…”, disse lui con la sensazione di aver vinto la partita troppo facilmente; “Non vedo niente che possa ostacolare questo proposito”. In fondo, pensava, sono riuscito persino a chiudere questa valigia, non vedo perché non possa riuscire a fare il buon marito almeno per tutta questa intera settimana.

Bruno Magnolfi



Una lettera senza importanza


Accanto alla panchina nei giardinetti dove il signor Calamassi era solito andarsi a leggere il giornale per far trascorrere almeno un’ora della sua interminabile mattinata, un piccolo foglio di carta piegato in due era rimasto sull’erba, come smarrito o dimenticato da qualcuno che oramai sicuramente era lontano. Il signor Calamassi lo aveva notato, mentre raggiungeva il suo luogo di lettura, ma in un primo tempo non si era preoccupato affatto di raccoglierlo, non gli sembrava assolutamente un compito suo interessarsi dei fatti degli altri, ma in seguito una certa curiosità gli era iniziata a venire, non foss’altro perché nel lato interno del foglio, osservandolo meglio, si intravedeva una pagina scritta con inchiostro blu, il suo preferito, in modo fitto e ordinato.
Non gli piaceva certo al signor Calamassi, dall’alto della sua posizione di docente universitario in pensione, fare la figura di quello che non tiene sott’occhio la realtà, e non si accorge neppure di un elemento, magari importante, che gli resta vicino, a portata di mano, quasi come se tutti quegli anni trascorsi dietro una cattedra non gli avessero insegnato che è solo da piccoli e nascosti particolari, uno sguardo, un passaggio di appunti, un bisbiglio all’orecchio, che si arguisce il livello di comprensione degli studenti nei confronti della materia spiegata. Quindi, a seguito di queste considerazioni, stava per alzarsi dalla panchina, la sua preferita di tutto il giardino, e andare a raccogliere il foglio, quando da un lato arrivò una giovane donna camminando malferma sui tacchi per via della ghiaia, passò di lato alla panchina dove era seduto il signor Calamassi, e non mancando di guardarsi un po’ attorno proseguì in silenzio la sua passeggiata.
Forse era lei la proprietaria del foglio di carta, pensò il signor Calamassi, forse un abbozzo di lettera d’amore scritta proprio su quella panchina e poi dimenticata là sopra, tanto che un minimo colpo di vento l’aveva in seguito appoggiata sull’erba in una zona meno visibile. Ed era certo che la signorina, tornata indietro a cercarla, non l’aveva adesso potuta vedere, perché coperta proprio dalla sagoma del signor Calamassi, che a questo punto diventava quasi complice di una situazione, correo di avere impedito il felice ritrovamento di quelle parole.
Si imponevano due scelte, almeno alla sua sensibilità battagliera: se fosse passata di nuovo la signorina il signor Calamassi doveva chiederle direttamente se era di sua appartenenza la lettera, tanto più che trovandosi ancora sull’erba non era possibile che lui ne avesse sbirciato il contenuto, sfuggendo così a qualsiasi timidezza; oppure, se questo non fosse accaduto ma nel foglio, per fortunata eventualità, fosse stato indicato l’indirizzo del destinatario, lui l’avrebbe raccolta, piegata con cura e infilata dentro a una busta per spedirla senz’altro.
La giovane donna non tornò sui suoi passi, e in compenso una mamma con il suo passeggino era venuta poco dopo a sedersi proprio sul lato libero della panchina del signor Calamassi, tanto che lui aveva quasi pensato di andarsene e lasciar campo libero. Ma poi, si era chiesto, la lettera? Non poteva abbassarsi e prenderla adesso, davanti a dei testimoni, dopo che era rimasto seduto su quella panchina per metà della mattinata, indifferente a tutti i fogli di carta del mondo. E la signorina di prima sembrava svanita, persa anche lei nella ricerca di quanto aveva smarrito.
La tensione si era fatta elevata, il signor Calamassi osservò il suo orologio e si accorse che era arrivato il momento in cui ogni giorno passava dal forno, acquistava del pane, e con quello rientrava, soddisfatto di una piccola azione a cui teneva moltissimo. Un attimo, un pensiero improvviso, e la decisione pur dolorosa infine era presa, così il signor Calamassi si alzò da quella panchina, quasi con un moto di fretta improvvisa, piegò accuratamente il giornale, salutò di sfuggita la mamma con un debole sorriso, e se ne andò per i fatti suoi, lasciando la lettera ad altri.

Bruno Magnolfi

La sorgente miracolosa




Il paese era sito ai piedi di una collina verdeggiante, ed ogni estate in tanti vi salivano seguendo i sentieri tra la vegetazione per goderne l’aria fresca. C’era un gruppo di rocce polverose ai piedi di quel monte, poco distante dalle ultime case del paese, e qualcuno a luglio notò che nonostante il sole e il secco di quei giorni, quelle pietre erano diventate sempre più umide. Passò un po’ di tempo e l’umidità continuava, tanto da incuriosire diverse persone, e quando arrivò la fine di quel mese e il giorno di Santa Marta, patrona del paese, dalla roccia improvvisa sgorgò l’acqua.

Metà della popolazione si recò subito nel luogo in un pellegrinaggio spontaneo inginocchiandosi e pregando, altri tolsero la grande statua di gesso dalla Chiesa e la portarono nei pressi della roccia, costruendo velocemente una base di cemento che la sostenesse. Nei giorni seguenti altri si industriarono a costruire una protezione di vetro che custodisse quella statua che in quel modo rimase lì, accanto alla sorgente, e si cominciò a venerare la Santa in ogni giorno della settimana, specialmente la domenica, tanto che numerosi gruppi di persone arrivarono anche da fuori fermandosi nei pressi della roccia e trascorrendoci spesso molte ore.

L’acqua continuava a sgorgare dalla roccia e aveva formato a terra un rigagnolo che serpeggiava tra le piante andando a gettarsi, cento metri dopo, in un fosso preesistente. Qualcuno, considerato il caldo torrido di quel mese di agosto, pensò bene di scavare una pozza di raccolta di quell’acqua, e una volta effettuata tutti iniziarono a bagnarsi le mani e i piedi in quel laghetto, sostenendo che fosse un’attività senz’altro curativa per l’artrite, i dolori muscolari e altre cose di quel genere. Tanti gridavano al miracolo, qualcuno restava in ginocchio sopra la radura di terra battuta per più ore, chiedendo il perdono, o altri miracoli, guarigioni varie e la fine di ogni avversità.

La sorgente continuava a gettare allegra la sua acqua, e anche la metà del paese che aveva alzato le spalle fin dall’inizio, mostrando disinteresse o incredulità sul coinvolgimento del soprannaturale per quanto era accaduto, dovette piegarsi alla situazione e andare a vedere coi propri occhi il luogo Santo. Intanto la pozza d’acqua era stata allargata, considerato l’afflusso di persone che desiderava immergere là dentro piedi e mani, e le autorità avevano iniziato a progettare un parcheggio attrezzato poco distante e l’asfaltatura di tutta la radura. Spuntarono furgoni che vendevano panini imbottiti e oggetti sacri, e nel mese di settembre l’afflusso di persone arrivò a punte estreme, fino a quando l’acqua d’improvviso calò di intensità, fino a smettere quasi del tutto di scaturire dalle rocce, e si dovette ricorrere velocemente a delle autobotti che si recavano sul fianco della collina poco sopra al luogo Santo, ben nascoste dalla vegetazione, per rilasciare l’acqua sufficiente a sopperire al fabbisogno della sorgente. Nessuno si lamentò di niente, gli affari giravano bene per tutti, e Santa Marta vegliava con le mani giunte su tutti quanti si recavano fin lì.

Accadde di notte, fortunatamente, quando non c’era nessuno nei pressi, forse per l’acqua eccessiva sversata dalle autobotti, che alcune rocce in alto si staccarono, precipitando sul luogo del miracolo e devastando tutto quanto era stato messo in piedi, compresa la statua di gesso e gli inginocchiatoi di pietra costruiti in fretta e furia. Dovettero smettere anche con le autobotti, naturalmente, e tanta fu la sorpresa e il dispiacere per quei nuovi eventi, che tutti dal paese andarono a vedere di persona, ma l’idea di qualcuno di gridare al miracolo per non aver fatto accadere una catastrofe di morti se la frana fosse successa di giorno fu vincente, e tutto in poco tempo ricominciò quasi come prima, appena ricostruita la statua di gesso della Santa che aveva vegliato sui suoi devoti, proprio nello stesso punto dov’era prima, e ricolmato d’acqua, non più alimentato, il laghetto lì vicino. Non c’era più la sorgente, ma alcuni sostenevano di averla vista, di averne notato una lucentezza straordinaria, quasi come di liquidi diamanti, costruendone velocemente una leggenda; e anche gli altri che erano sempre rimasti scettici, ora dicevano a tutti che era vero, e poi si sa, le cose a volte cambiano.

Bruno Magnolfi

Accadimenti irripetibili


Il piccolo ufficio d’angolo al primo piano di quel palazzo, era in disordine come sempre. Fuori dalla finestra che dava su una delle piazze più frequentate, la gente sui larghi marciapiedi circolava copiosa nell’ora di punta, come ogni giorno. Lui aveva socchiuso i vetri per far entrare un po’ d’aria, poi aveva dato un’occhiata alla posta e alle cose più urgenti da sbrigare. Si era acceso una delle sue sigarette con tutta la calma svogliata che gli procurava l’inizio di un’altra giornata di lavoro sicuramente pesante, poi aveva spalancato del tutto quell’unica finestra della stanza ed era rimasto lì immobile, accanto al davanzale assolato, ad osservare la città che nevroticamente svolgeva il suo ruolo.

Un uomo fermandosi aveva iniziato ad osservarlo dal marciapiede, poi si era affiancata un’altra persona che aveva sollevato il suo naso ed era rimasta lì, anche quella, ferma a guardare. Altri si erano aggiunti, come se qualcosa richiamasse magneticamente l’attenzione verso la finestra dove lui si era affacciato. Molti continuavano a fermarsi e a guardarlo, e lui in un primo momento era rimasto paralizzato per la stranezza di quello che stava accadendo, ma in seguito la situazione gli era apparsa così innaturale da renderlo persino incapace di pensare qualcosa. Restava lì, a quel davanzale, a farsi osservare da tutti, quasi con il fiato sospeso, impossibilitato a qualsiasi movimento, tanto che la sua sigaretta continuava a fumare da sola nel posacenere della sua scrivania, e intanto lui cercava di capire che cosa si fosse verificato per attrarre tutta quell’attenzione.

Le cose andavano avanti, le persone arrivavano, si accalcavano agli altri e si fermavano con lo sguardo rivolto all’insù, verso di lui. Il sole gli faceva scottare la faccia e lui con gli occhi ridotti a due fessure per via della luce non riusciva neanche a guardare qualcuno o qualcosa; infine si accorse che del sangue gli era colato dal naso, come altre volte era accaduto per una normale allergia di stagione, e lui non volendo e non accorgendosi di niente si era impiastricciato con la mano quasi tutta la faccia. Chiuse velocemente i vetri e si allontanò dalla finestra, ma ormai era tardi, tutti avevano preso a salire lungo le scale, a bussare alla porta del suo piccolo ufficio, ad assediarlo, curiosi, bramosi, con l’ansia di assistere di persona a ciò che stava accadendo là dentro. In seguito la giornata si svolse proprio come ogni altra.

Bruno Magnolfi

sabato 22 maggio 2010

Lo sciopero immorale




Gli uomini si erano raccolti tutti da una parte, in silenzio ma come confabulando tra di loro, seduti svogliatamente sulle grosse pietre al sole e al vento. Le donne invece erano rimaste in piedi, vicino alla scalinata della Chiesa, in attesa di qualcosa sulla piazza del loro minuscolo villaggio. Invece niente era accaduto, e per parecchio tempo, solo a un certo punto era arrivato di corsa un ragazzo con i calzoni corti. Si era fermato nella polvere in mezzo ai due gruppi, i capelli spettinati dal vento, la faccia seria. Aveva preso fiato, poi aveva detto a voce alta che al padrone non gli interessava niente del loro sciopero; invece di un giorno potevano restarsene a casa per tutta quella settimana intera, così aveva detto, a lui non interessava affatto, e che lui i soldi ce li aveva, erano loro ad essere pezzenti, e per questo avevano bisogno di lui e di lavorare. Se lo mettessero in testa, diceva ancora il ragazzo, sarete voi a rimetterci, e nessun’altro.

Bruno Magnolfi

mercoledì 19 maggio 2010

Il disegno per la copertina di un libro


La lampada illumina il piano dello scrittorio in modo implacabile, con la sua luce decisa, definita. Osservo i pochi oggetti là sopra, le carte disordinate, le matite, i piccoli abbozzi di disegno che ho già tentato più volte. Non so, non riesco a capire: è come se le idee per questo soggetto che vorrei disegnare fossero tutte fuggite, e niente di me fosse in grado di richiamarle, di renderle presenti davanti ai miei occhi. Poi prendo tempo, mi muovo, spengo la lampada, torno a riaccenderla. Ecco che dietro al mio sguardo nasce qualcosa, come una nostalgia verso un evento che non ho mai vissuto, ma infine anche questo barlume si attenua e sparisce del tutto. Suona alla porta il ragazzo del bar sotto casa: mi ha portato due sandwich, una birra, le solite cose, prendo il sacchetto di carta, cerco i soldi che lui attende di avere. Prima di lasciarlo andar via gli rivolgo una domanda, così, senza avvisarlo. Lui risponde con un semplice sorriso, lo sa che sono uno strano, c’è da aspettarsele da uno come me delle uscite un po’ insolite. Ma prima di andarsene giù per le scale, si ferma un momento, si volta, mi guarda, dice soltanto: “Il mare; si, il mare è la cosa più difficile da disegnare”, e poi se ne va. Ha ragione, penso, è questa la risposta più giusta. Il senso del mare è impossibile da cogliere in un solo disegno; si può fermarne un aspetto, un’onda, la riva, l’orizzonte, ma non l’idea complessiva del mare. Torno alla mia lampada e al piano dello scrittoio: adesso lo so quale sarà il tema da disegnare stasera, qualcosa che non sarò mai capace di completare, e siccome non riuscirò ad esaurirlo, il mio disegno rimarrà aperto, da concludere, soggetto a variazioni infinite.

Bruno Magnolfi