lunedì 28 giugno 2010

In qualsiasi caso




“Non fa niente…”, aveva detto qualcuno dentro al negozio. La signora Lucia aveva finto di rimettere a posto sugli scaffali quella fila di camicette che sbadatamente aveva fatto cadere sul pavimento, ma la vergogna che aveva provato di fronte al negoziante e agli altri clienti era tale che ormai non ri...usciva a far niente se non peggiorare le cose. Così aveva preso uno dei capi, probabilmente della misura sbagliata, pagandolo in fretta alla cassa e prodigando molti sorrisi impacciati, poi finalmente era uscita da lì, come improvvisamente liberata da una sala delle torture. Le capitava sempre più spesso di compiere gesti non razionali, di inciampare sui gradini di casa per esempio, come se in tutti quegli anni non avesse ancora memorizzato dove fossero. Ne aveva anche parlato al suo medico, ma lui aveva minimizzato, era normale avere dei periodi così, per suo parere. Ma la signora Lucia si sentiva sempre più preoccupata, e più si impegnava a cercar di tenere sotto controllo le sue sbadataggini, più pareva che quelle, quasi a dispetto, le capitassero. Anche se i suoi figli erano già grandi e avevano una vita per conto proprio, lei, vivendo da sola dopo la morte per incidente di suo marito, non si sentiva un’anziana, anzi, certe volte le pareva di vivere una nuova giovinezza, tanto le prendeva la voglia di uscire, di fare delle cose, di incontrare persone. Così, per cercare di vedere più chiaro in quel fastidio che provava quasi ogni giorno, si era fatta fare tutta una serie di analisi approfondite presso una clinica privata, senza passare da altre mani, solo lei e quel professore tanto gentile, che le aveva detto di tornare quel pomeriggio per i suoi risultati. Lei era andata per tempo, e con una vaga apprensione, ma convinta di stare in buona salute, aveva atteso il suo turno in una saletta con le luci soffuse. La ragazza sorridente le aveva detto che sarebbero stati sufficienti dieci minuti, e la signora Lucia aveva guardato il suo orologio, già proiettandosi in qualcosa che poteva fare quando fosse uscita da lì, con la cartella dei suoi risultati. “Si sieda, la prego…” aveva detto il professore gestendo la sua professionalità al meglio. “Non ci sono buone notizie…”, aveva aggiunto. “Lei ha un tumore, un tumore al cervello, e purtroppo di un tipo per il quale non è proprio pensabile intervenire. Si può curare, però, tenere sotto controllo, cercare di ritardarne la crescita quanto più è possibile, affrontare con coraggio, da donna forte quale lei è, un futuro fatto di altre analisi, di indagini ulteriori e continue, di medicina preventiva ad ogni livello, e lasciare che il suo corpo reagisca alle medicine”. La signora Lucia era uscita frastornata, come se quello che le era appena stato detto fosse riferito ad un’altra persona, e lei, sdoppiandosi, potesse ancora sostenere quello che le aveva detto il suo medico: “capita a tutti di avere dei periodi così…”. Però era tornata a casa senza riuscire a distogliere neanche un attimo i pensieri da quelle parole del professore, che sempre di più le parevano una sentenza finale, e quella batosta adesso sembrava fatta apposta per stritolare il periodo della sua vita in cui si sentiva più libera, più saggia, più convinta di sé, adesso che le giornate erano sgombre da tante cose di cui aveva dovuto occuparsi in passato. Poi si sedette, prese lentamente un libro di cui aveva iniziato la lettura qualche giorno più addietro, disposta ad immergersi in un’altra realtà, e le parve, sin dalle prime parole che le capitarono sotto agli occhi, meraviglioso, scritto in maniera davvero encomiabile. Ecco, pensò, così voglio essere, adesso che sono cosciente, che tocco con mano quello che presto mi capiterà: innamorata della mia vita, di ciò da cui sono circondata, curiosa degli altri, di chi riesce ad avere una sensibilità così alta. Non voglio rinchiudermi nella mia malattia, nel mio farmi pena da sola; ho bisogno di essere aperta, ascoltare ciò che dicono tutti, interpretare ogni realtà, perché è solo così che sarò continuamente certa di vivere, di interpretare il tempo che mi è stato concesso. Solo così sarò sicura di essere, qualsiasi cosa accadrà.

Bruno Magnolfi

domenica 27 giugno 2010

Ordinarie tensioni esistenziali .


Era inutile cercare ancora di dormire, era impossibile. I pensieri sorvolavano il letto come grosse nubi minacciose, aggrovigliate tra di loro. Senza neppure motivi apparenti, la tranquillità era irrimediabilmente perduta.

Bruno Magnolfi

sabato 26 giugno 2010

Una morale da rivedere.



Durante una notte terribile una persona qualsiasi da sola correva braccata da pesanti giudizi. Nessuno aveva mai voluto veramente il suo male, però dubbi sulla sua condotta, ironie sui comportamenti, insistenze sui motivi dei suoi gesti, l’avevano portata poco per volta ad allontanarsi da tutti. ...Non sapeva dove avrebbe potuto trovare riparo, in quali luoghi la valutazione di sé sarebbe risultata meno importante, ininfluente ai fini della sua vita. Eppure fuggiva, e fuggendo mostrava il valore delle parole che l’avevano colpita, perseguitata, ridotta a brancolare nel buio alla ricerca di una calma anche interiore. Giovanna osservava alcuni ragazzi giocare in mezzo alla strada mentre aspettava l’autobus da sola, in un mano una busta di plastica, nell’altra il biglietto. Sette fermate e sarebbe discesa, come ogni sera, per andarsi a infilare in quel grosso palazzo di uffici dove svolgeva quel suo lavoro, da quasi tre anni. Faceva le pulizie, dalle sei alle nove, insieme a diverse colleghe, ognuna il suo piano, il proprio settore, divise in modo che ognuna fosse responsabile di ciò che faceva e non ci fossero chiacchiere e perdite di tempo. Conosceva gli uffici e le scrivanie della sua zona ormai a menadito, tanto da interpretare gusti e abitudini degli impiegati che nell’arco della giornata lavoravano lì, con il cestino della carta a destra o a sinistra, la scrivania riordinata o lasciata com’era, la sedia allineata o discosta, in un dialogo di oggetti che certe volte l’aveva persino divertita. Lavorava a testa bassa, da sola, in silenzio, ma era una bella ragazza, Giovanna, a qualcuno pareva impossibile che non avesse fatto un po’ di carriera. Uno degli impiegati che una sera aveva fatto più tardi l’aveva notata, poco tempo più addietro, e si era subito fatto trovare in ufficio altre volte, spudoratamente per parlare con lei, per fare la sua conoscenza. All’impresa delle pulizie già non si parlava di altro, e Giovanna aveva chiesto al suo responsabile di cambiarla di piano, ma le altre si erano opposte, e tutto era diventato sempre più complicato. Ma una volta Giovanna, che aveva trovato ancora quell’impiegato a aspettarla, con decisione era andato da lui, lo aveva guardato negli occhi, giusto per dirgli le cose com’erano, che doveva smetterla di farsi trovare ancora lì, per favore. Il giorno seguente tutti sapevano che quell’impiegato era stato con lei, non era difficile, diceva lui, bastava aspettarla. Così per lei quella era l’ultima sera di lavoro in quel palazzo di uffici. Aveva dato le dimissioni al mattino, alla sede della sua impresa, ma le avevano chiesto di lavorare ancora quel giorno se non voleva passare dei guai, e Giovanna si era lasciata convincere. Aveva iniziato il suo turno puntuale, si era subito accorta che quella persona non c’era, così si era sentita tranquilla. Ma dopo poco era entrata dentro a un ufficio con il suo carrello attrezzato, e aveva visto che seduto ad attenderla c’era un altro impiegato, un collega del primo, e lei si era sentita sporca, perduta, infangata da gente priva di qualsiasi decente criterio. Così lo aveva ignorato, era uscita da quella stanza spostandosi in una successiva, e quando quello era andato da lei, le era venuto da piangere, ma l’impiegato non aveva capito il suo stato, e aveva sorriso, quasi scambiando quel gesto di lei per timidezza, per un pudore che era certo, con qualche semplice trucco, avrebbe velocemente perduto, mostrandosi quello che era realmente.

Bruno Magnolfi

giovedì 24 giugno 2010

Il pontile sull'orizzonte.



Il pontile si allungava sul mare, starsene lì senza far niente era come scivolare sul tempo. I pescatori se n’erano andati, qualche lento gabbiano incrociava poco distante in una bava di vento da ponente. Anche la nave non c’era più all’orizzonte, ormai da un giorno o anche due, ma aveva impresso così forte la sua presenza in quella zona di mare, che ora pareva che una nebbiolina leggera cercasse di colmare quel vuoto, e qualcosa ancora ci fosse, anche solo per un puro meccanismo di fantasia. Era bello guardare quel punto d’infinito e immaginarlo senza problemi: cattivi rapporti interpersonali, stupide liti, oggetti insignificanti trattati come preziosità. L’esistenza del mondo ne stava al di sopra, era evidente.

Un uomo si era avvicinato con lentezza, lasciando scricchiolare le assi di legno sotto ai suoi piedi. Aveva osservato il mare scuro in quel tramonto di sole, aveva annusato l’aria come fanno solo i vecchi marinai, poi aveva abbassato la testa ed era rimasto lì, appoggiato al corrimano, come sopra al ponte di una nave. Poi, senza spostarsi, aveva tirato fuori dalla tasca un foglio di carta, lo aveva tenuto per qualche momento tra le mani, e infine aveva permesso che la brezza se lo portasse con sé sottovento, sfarfallando un po’ dentro l’aria, e infine lasciando che la carta si adagiasse sopra le onde delicate dell’acqua.

Aveva continuato ad osservare quel foglio, per tutto il tempo che ancora era riuscito a vederne il chiarore, poi si era riscosso, e com’era venuto era andato. Quanto passato c’era da superare, da chiudere, una volta per tutte. Quante scuse ognuno di noi avrebbe dovuto presentare per qualcosa di non fatto, o non detto, o per incomprensioni minori che avevano dettato le vicende come elementi di prima grandezza. In fondo era quello un luogo giusto dove fare i conti con il proprio vissuto, né terraferma né mare, al cospetto di un orizzonte infinito solo qualche volta solcato da una nave scura e silenziosa, ma che adesso non c’era, non ingombrava per niente la prospettiva.

Bruno Magnolfi

martedì 22 giugno 2010

Un fiore senza memoria.





Sono annoiata, aveva detto lei senza alzare gli occhi dal libro. Lui si era voltato solo un attimo verso la poltrona sulla quale lei stava mezza sdraiata, poi era tornato ad osservare la strada di fronte, lungo il fiume della città. Non c’era molto movimento quel pomeriggio, probabilmente la gente sonnecchiava dentro alle case, proprio come facevano loro. Poi si era spostato per andare a cercare qualcosa dentro a un cassetto dello scrittoio, infine si era seduto. Forse se andassimo a fare una passeggiata mi passerebbe anche questo leggero mal di testa che mi tortura, aveva proseguito lei come parlando al suo libro. La luce, da dietro le tende della vetrata di quel salone, pareva come allargarsi là dentro, diffondendosi da tutte le parti come una materia trasparente e mielosa. Lui aveva preso una penna ed un foglio, e aveva scritto qualcosa, forse un appunto per il suo lavoro. Quando si era alzato dal tavolo era andato verso una delle due librerie da parete, e aveva cercato qualcosa tra gli scaffali chiusi dietro alle alte vetrine. Le giornate trascorse così mi sembrano infinite e prive di senso, aveva continuato lei dando voce a quei suoi pensieri. Poi si era riscossa, aveva appoggiato il suo libro su un tavolino da fumo, e si era sollevata lentamente, resistendo agli scatti nervosi con cui aveva voglia di muoversi. Si era avvicinata ai vetri, aveva girato una maniglia e socchiusa l’anta di un finestrone, come per assaporare il rumore che proveniva da fuori e far entrare il profumo del fiume. Dei ragazzi correvano ridendo lungo il marciapiede di fronte; il fiume, di là dalla spalletta, pareva il solito nastro grigiastro che andava a infilarsi sotto ai tre ponti in successione che si vedevano da quella prospettiva. Il resto era immobile, senza speranza. Lei si volse, nell’esatto momento in cui da dentro quel libro che lui aveva aperto restando in piedi accanto alla libreria, scivolava a terra un fiore secco, forse una rosellina rimasta schiacciata tra le pagine di quel volume per chissà quanti anni. Si avvicinò incuriosita mentre lui si chinava a raccogliere quell’insolito e delicato oggetto; poi, fermandosi appena ad un passo, cercò di scrutare l’espressione che pareva disegnarsi sul viso di lui, nell’osservare quel fiore. Una pausa di silenzio allargò i loro pensieri, nessuno aveva voglia di dire qualcosa. Infine un leggero colpo di vento spalancò l’anta del finestrone rimasta fino ad allora socchiusa, la tenda si mosse lentamente nell’aria, come se una mano invisibile ne avesse scorso i contorni, lei osservò quelle onde sinuose che si propagavano dentro al salone, poi pensò che qualcosa era entrato là dentro, o forse era uscito, chissà.

Bruno Magnolfi

Clandestino





Piegato su di me, con le braccia conserte, sdraiato in un angolo di questo vagone chiuso del primo treno merci su cui sono riuscito a salire, immagino alberi e case che sfilano intorno nella campagna sterminata di una regione qualsiasi. Sento la testa sempre più vuota, ascolto la mia vita ridotta ai minimi ...termini, lascio che il rumore fortissimo della terra che corre sotto di me mi faccia sentire leggero, quasi inconsistente. Qualche faccia mi passa davanti tra i miei pensieri, qualche espressione emerge dalla mia mente, tutto questo fa parte solo del mio passato, ma è lontano, perduto, io so che adesso sono qui, non conta nient’altro, e resto racchiuso in questa giacchetta logora che mi ripara dal freddo, anche se non so neppure dove realmente mi trovo, o dove sto andando. Non mi importa di niente, sento solo la vita dentro di me che vuol correre ancora, proprio come questo treno merci, disperato nella fuga tra le colline e le valli. Mi proietto in avanti, mi sento pronto per fuggire, nascondermi, rubare qualcosa; non lo so di chi sarà stata la responsabilità per spingermi qui, so che ho soltanto una vita, e la sento pulsare sotto la pelle, non sarò io a fermarla, devo andare, andare, finché non mi fermeranno, per forza.

domenica 20 giugno 2010

Immobile senza alcun desiderio


Resto sdraiato sull’erba di questo giardino senza preoccuparmi di niente. Le mie braccia sono inerti, le mie gambe pare non abbiano peso. Sono sicuro che qualcuno mi abbia notato, forse si è chiesto che cosa stia facendo, fermo così sopra quest’erba un po’ umida. Ma a me non importa ciò che pensano gli altri, guardo il cielo, ascolto la terra, penso alle parti del mio corpo che restano ferme, senza alcun compito se non quello biologico. Se mi concentro riesco a sentire i rumori di una città dall’altra parte del mondo. Tutti stanno correndo verso qualcosa o verso qualcuno, qualcuno sta sfruttando il desiderio di altri di correre verso qualcosa o verso qualcuno, alcuni immaginano di innalzarsi al di sopra di altri solo perché hanno capito quali siano i meccanismi che regolano quei desideri, quel correre continuo, e così tutto si mostra come un groviglio di elementi da cui sembra impossibile uscire. Ma al contrario io resto qui, senza interessi, immobile, come se niente riuscisse a scalfirmi. Non mi sento superiore, sono soltanto uno qualsiasi, eppure ritengo che non valga la pena di correre e industriarmi per riuscire ad essere alla fine così, come siamo tutti: uno qualsiasi, sdraiato sull’erba, senza possibilità di cambiare le cose.
Infine mi alzo, raggiungo la mia macchina, percorro i viali alberati e rientro nella mia casa. Continuo a pensare, sono ancora convinto che niente valga la pena di cercare qualcosa che è già definito, potrei continuare per tempi lunghissimi a pensarci, eppure qualcosa mi percorre la mente e mi lascia perplesso. Forse ho perso la mia identità, dico davanti a uno specchio, forse con il mio atteggiamento passivo non faccio altro che rendere forte chi si diverte con la mia apparente perplessità. Accendo la televisione, mi sdraio sopra al divano e ritrovo quel senso di niente che avevo avvertito poco fa. Probabilmente è proprio così che devo essere, sprofondato in poche cose senza grandi significati, insulso, pronto a respingere gli altri solo perché mi assomigliano.
Bruno Magnolfi