mercoledì 25 settembre 2013
domenica 22 settembre 2013
giovedì 19 settembre 2013
lunedì 16 settembre 2013
Accoglienza.
Mi
rannicchio su un comodo sedile imbottito in fondo a questo vagone del
treno locale, ci sono pochi passeggeri a quest’ora, e ascolto con
attenzione il ritmo delle ruote che scorrono sopra ai binari, lasciando
che tutti i miei problemi volino fuori da qui assieme all’aria che
accarezza all’esterno le lamiere di metallo, le parti meccaniche, le
maniglie delle porte, il vetro dei finestrini. C’è persino qualcosa di
familiare in un luogo pubblico come questo, qualcosa che adesso mi pare
persino protettivo, anche se capisco perfettamente quanto il mio
comportamento si mantenga su un equilibrio un po’ precario, a cavallo
tra intimità e incomprensione.
Non so
neppure da cosa stia fuggendo davvero, sono salito qua sopra quasi senza
pensare: forse per un momento mi aveva attraversato soltanto la voglia
puerile di andarmene dai soliti luoghi di sempre. Via dalla città, ho
riflettuto, una corsa serale nella vasta provincia ad affrontare
qualcosa di nuovo, di diverso, ecco il ragionamento di base. Adesso
aspetto soltanto di avvistare la divisa del controllore, poi credo mi
chiuderò a chiave dentro la ritirata qui accanto, e scenderò di gran
corsa alla prima fermata del convoglio, quando il personale di servizio
apre le porte e va sul marciapiede, perché non ho alcun biglietto, non
ho valigia, non ho neppure i documenti personali, sono un niente, penso,
forse soltanto un fastidio.
Avrò
freddo più tardi, uscirò da una piccola stazione di paese e affronterò
una piazza qualsiasi, con due o tre persone che parlano e un caffè
ancora aperto, e camminerò in fretta, allora, come rincorrendo qualcosa
che neanche immagino, lasciandomi alle spalle la maggior parte possibile
di tutto, senza pormi alcuna domanda. Cadrò per la stanchezza in un
angolo, quando la notte si farà sentire di più, e chiuderò gli occhi
girando lo sguardo verso l’interno, ma non per cercare in me la
chiarezza, ma soltanto per ritrovare me stesso, almeno ancora una volta.
Domani, con la luce del giorno, qualcosa probabilmente accadrà, e
qualcuno forse si sentirà solidale con me.
Per adesso
il treno procede, sembra quasi sospeso nell’aria, poi frena
apparentemente con delicatezza, e qualcuno si avvicina dalla mia parte,
mi osserva senza insistenza, poi dice qualcosa che però non riesco a
comprendere. Sono sporco, immagino, ho la faccia scura e la barba di
cinque o sei giorni, chiunque guardandomi riesce a capire di quale
categoria io sia parte. Poi rifletto più a fondo: no, non lo so quale
sia la stazione prossima, anzi non ne ho la minima idea, non so neppure
verso dove ci stiamo realmente dirigendo. L’uomo di fronte a me mi
regala un’altra semplice occhiata, poi guarda il tabellone in alto che
indica tutto il tragitto.
Torno a
rannicchiarmi proprio come prima, ma adesso la mia intimità se n’è
andata, così cerco qualcosa dentro una delle tasche di questa giacca
bisunta, ma non trovo niente. L’uomo si volta, torna indietro lungo il
corridoio colorato, il treno sta per fermarsi, guardo in giro se per
caso ci fosse il controllore, ma all’improvviso sento di essere solo,
forse come mai mi sono sentito. Siamo fermi, le porte pneumatiche
scorrono, scendo sul marciapiede, sotto la pensilina, e dietro di me c’è
ancora quell’uomo. Non si preoccupi, mi dice, questa è la stazione di
un paese accogliente.
Bruno Magnolfi
domenica 15 settembre 2013
Orribile mondo.
Le strade
del quartiere sono quelle di sempre, inutile percorrerle sperando di
trovarvi qualcosa di nuovo. Teresa sa di essere anziana, ma continua a
camminare ugualmente, osservando le poche persone che incontra sui
marciapiedi, il suo giro ormai è praticamente dettato da un semplice
automatismo, e da quando il medico le ha quasi imposto di farsi quella
camminata ogni pomeriggio per almeno un’ora, lei ha percorso
praticamente tutti i tracciati possibili attorno alla sua abitazione,
anche se tutto questo affannarsi certe volte le appare insulso e persino
un po’ inutile. Va avanti comunque, evitando addirittura di rifletterci
troppo, e passa e ripassa dai medesimi posti, osserva i portoni chiusi
dei condomini, i vecchi muri coperti di scritte assurde e perlopiù
incomprensibili, i platani immobili lungo il viale, e tira diritto anche
se incrocia ogni tanto qualcuno che conosce almeno di vista: lascia un
saluto, certo, a volte un sorriso, ma poi va avanti senza scambiare
neppure una parola, perché il medico le ha detto che non deve
interrompersi, deve mantenere costante quel ritmo del passo.
Teresa
cammina, va avanti a compiere i giri di sempre, ma un uomo la ferma, le
chiede qualcosa, lei non porta mai con sé la sua borsa, alla sua età sa
che qualcuno potrebbe cercare di strappargliela, ma quello insiste con
strani discorsi, poi la spinge contro un portone, le assesta uno
schiaffo, dice che vuole i suoi soldi e che non gli importa se lei non
ne ha: andiamo assieme fino al tuo appartamento, le dice in modo
violento, e intanto di nascosto le mostra un coltello. Teresa piange, ha
paura, abbassa la testa, dice va bene, si avvia verso casa con l’uomo
al suo fianco, ma intanto si guarda attorno, cerca un possibile aiuto da
qualcuno che forse conosce, ma tutti adesso tirano dritto, non la
notano neanche, e poi sanno che con lei non ci si deve neppure fermare.
I due
arrivano così davanti al portone del suo condominio, Teresa apre alla
svelta con la sua chiave, dice all’uomo che può aspettarla dabbasso, se
vuole, lei andrà a prendere quello che ha dentro casa, e tornerà subito,
ma l’uomo non si fida, le va dietro, entra anche lui in malo modo nel
piccolo appartamento del primo piano; e all’improvviso, una volta ormai
dentro casa, lei si rivolta: vai via, gli dice fissandolo dura con
determinazione; guarda dove abito, lo vedi da te che non posso aver
soldi, ho soltanto qualche ricordo che per me ha un valore molto
maggiore di quello che tu potresti farti pagare. Potrei essere la tua
mamma, gli dice, e tu appena uscito da qui con le mie povere cose,
potresti pentirti profondamente di quello che hai fatto, anche se
sarebbe ormai tardi, e non riusciresti più a tornartene indietro.
L’uomo
resta immobile, forse un filo leggero di vergogna lo attraversa, e
allora cerca di dire semplicemente che è disperato, che non sa più come
fare per mangiare qualcosa, e se è arrivato a quel punto è soltanto
perché non trova altre strade. Teresa lo guarda, si rende conto che ciò
che dice è la verità, così alla fine tira fuori da un cassetto un
ciondolo d’oro: ecco gli dice, posso darti questo, non è legato a niente
della mia vita, ma a te può esserti utile. All’uomo gli si riempiono
gli occhi di lacrime, dice che forse adesso non vorrebbe neppure
accettare, ma alla fine lo prende, si gira, non sa proprio come
accomiatarsi a quel punto, se ringraziarla o se correre via, perché
ormai si sente del tutto confuso; mi scusi, dice soltanto alla fine:
certe volte sembra di vivere soltanto in mezzo ad un mondo schifoso, ma
in altri casi si comprende che non è sempre così.
Bruno Magnolfi
venerdì 13 settembre 2013
Perfetto. (Pausa n. 5).
In fondo non ha poi alcuna importanza questa bramosia di comprendere,
di interpretare al meglio queste giornate e anche tutta questa stagione.
Non importa affatto essere o sentirsi all’altezza di questi momenti,
riflette Corrado mentre rientra al molo con la sua piccola barca a vela
dallo scafo di legno. Il vento quel pomeriggio è girato lentamente verso
ovest come molte altre volte ha già fatto, ma questo non significa per
nulla che domani sarà una cattiva giornata, pensa, oppure estremamente
ventosa. E’ così, pensa ancora Corrado allentando la scotta, proprio
nella stessa maniera per cui anche se credo che il mio continuare ad
uscire in barca sia solamente per una assodata abitudine, ciò non
significa che poi non sia bello farlo, magnifico anzi, come star qui in
questo momento a respirare l’aria di mare, e questa brezza così dolce e
piacevole.
Sul piccolo molo c’è sua moglie ad attenderlo, perché lei in genere è
ansiosa, e quando Corrado fa qualche bordo con la sua piccola barca, lei
non lo perde di vista, spesso aiutandosi anche con un vecchio binocolo.
Si sente anziano lui, a volte stanco, ed anche se rimprovera sempre sua
moglie di essere una persona terribilmente cocciuta in quel suo non
volerlo mai perdere di vista neanche un momento, sa bene che se non
fosse per lei probabilmente avrebbe da un pezzo tirato in secco lo
scafo, lasciando semplicemente il fasciame ad allentarsi al sole
d’estate sopra l’invasatura.
Gli piace anche sapere che c’è, che lo osserva, anche se sa che per
nessun motivo al mondo lei metterà mai piede sopra la sua piccola barca.
E’ come se sua moglie ritenesse del tutto necessario, nella personalità
di suo marito, quel suo misurarsi periodico durante la bella stagione,
con quei venti non sempre troppo leggeri, e quella vela che a volte si
gonfia a dismisura e sbanda lo scafo, fino a impegnare l’uomo quasi al
suo limite. Lui a volte ci pensa, e non riesce a comprendere
completamente a quale necessità corrisponda tutto quel comportamento: sa
però che è così, quasi come un elemento acritico dei loro modi di
essere, difficilmente modificabili.
Lei certe volte lo aiuta quando rientra al molo di attracco: gli tiene
la prua al vento mentre lui cala la vela e sfila la scotta dai bozzelli,
e allenta la drizza, ripone il timone, la deriva e tutte le altre
attrezzature prima di fissare la cima alla bitta di ormeggio, per poi
rientrare con lui nella loro casetta d’estate poco distante. Ma lui
quest’anno, per parecchi giorni, ha lasciato la barca attraccata al molo
quasi senza neppure guardarla: Corrado pensa, riflette con attenzione,
attende che sua moglie forse gli chieda qualcosa, lo incoraggi ad armare
lo scafo e ad uscire, ma lei non lo fa. Da pensionati quali sono
ambedue, mantengono un ritmo di vita monotono, orari dei pranzi e delle
cene sempre gli stessi, comportamenti che sono quasi fotocopie gli uni
degli altri; e lui adesso si intestardisce ad attendere un segno, forse
gli basterebbe una sola parola, oppure che lei affrontasse una volta per
tutte l’argomento di quella sua barca, ma in questo attendere Corrado
invece le parla di tutto, compra del pesce al mercato, le propone
aperitivi al caffè, passeggiate romantiche lungo la riva del mare e
tante altre cose del genere, ma niente di quanto vorrebbe succede
davvero.
La
fine dell’estate poi si fa avanti senza che Corrado, da molte
settimane, sia più uscito a farsi un giretto con quella sua barca.
Allora va al molo da solo e incolla sopra la prua un cartello che ha
preparato: vendesi, recita quel piccolo rettangolo di cartone, poi se ne
torna nella loro casetta di legno. Lei non chiede niente, trascorrono
in questa maniera ancora due giorni, poi lui torna al molo, sempre in
solitudine, quasi a sincerarsi che la sua barca ancora galleggi. Il
cartello però non c’è più, qualcuno lo ha tolto con attenzione,
asportando ogni residuo della colla e del nastro che era servito per
tenerlo attaccato. Corrado riflette, ma quella sera si sente silenzioso,
non dice quasi niente a sua moglie, anche se cenano insieme e poi vanno
a passeggiare sul mare come fanno ogni sera.
Il giorno seguente però lui tira giù dalla rimessa la vela e tutte le
attrezzature della sua barca, giusto forse per far prendere a quelle
cose un po’ d’aria, e con quei sacchi sopra le braccia si predispone ad
andarsene al molo. Sua moglie lo guarda, poi delicatamente lo tira a sé
con un mezzo sorriso, e infine lo bacia sopra la bocca: non serve altro,
pensa lui, è tutto perfetto così.
Bruno Magnolfi
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