lunedì 30 dicembre 2013

A volte può darsi.



            Può darsi delle volte che lei durante la notte si alzi dal letto, vada in cucina, si versi un po' d'acqua da bere, e osservi fuori dalla finestra le luci dei lampioni lungo la strada, restando come colpita da quel chiarore rosato nell'aria dato dalle lampade del casello autostradale poco lontano, osservando tutto quanto dal suo piccolo appartamento periferico dove si è ritrovata alla fine ad abitare da sola, senza neppure il conforto di una vista migliore. Qualche volta si guarda allo specchio nella sua camera: si trova ancora in forma, un bel figurino, la faccia ancora da giovinetta, ma poi sorride e trascorre le sue serate a guardare qualche programma trasmesso in televisione.
Può darsi che ci sia un suo vicino di casa che qualche volta l'osserva mentre lei passa velocemente lungo il cortile: la saluta cortesemente quando la incontra, e lei gli risponde alla stessa maniera, ma sempre senza mai incoraggiarlo, perché ogni volta che cammina sopra quel selciato polveroso, sente in qualche modo che il suo vicino è lì, da qualche parte, forse alla finestra, la sta guardando, probabilmente fa pure delle congetture di qualche tipo sopra di lei, e chissà con il pensiero fino dove sia già riuscito a spingersi, se ci riflette davvero non osa neppure pensarlo.
Può darsi poi che lei ami questa sua solitudine, specialmente alla domenica quando non deve andare neppure a lavorare. Guarda la sua casa, il frigorifero, sa di avere tutto ciò che le serve per trascorrere una giornata come si deve. Poi prova qualche vecchio vestito, mi sta ancora bene pensa, prima o dopo ci sarà l'occasione  per metterlo ancora. La sua cucina è pulita, tutto è in ordine, si può permettere di stare seduta a leggere un libro o a pensare qualcosa, a pensare che magari questa sua vita di adesso più o meno è forse la stessa di quella che in qualche modo ha sempre desiderato.
Può darsi che lei ogni tanto esca con una sua amica, vada ad un cinema, per esempio, ma più volentieri in giro per la città a visitare negozi e a guardare vetrine; parlare del più e del meno, lasciare che i suoi pensieri sgorghino senza ritegno tramite le parole, come se ci fosse una strada aperta, diritta, forse un modo per sfogarsi del tutto fino a sentirsi migliore; poi però si sente sempre un po' stringere il cuore quando torna da sola con l'autobus verso il suo appartamento. Non c'è niente di male, ha fatto un po' tardi, non c'è neppure il suo vicino a guardarla rientrare.
Può darsi che il giorno seguente provi una grande fatica per alzarsi ed andare al lavoro. Dà un'occhiata a quell'alba rosata fuori dalla finestra della cucina, mentre si prepara qualcosa per colazione, e non riesce neppure a distinguere se è il sole che sorge o sono ancora i lampioni della notte lungo l'autostrada poco lontano; sa solo che ha di fronte una giornata intera da vivere, e che tornerà con i piedi ormai gonfi, stanca, sfinita, e magari ci sarà ancora il vicino di casa a guardarla mentre passa svelta lungo quegli ultimi metri. Forse lei stasera lo saluterà con un'enfasi maggiore di qualsiasi altra volta, pensa per scherzo; si fermerà un attimo con lui per dirgli qualcosa, magari soltanto per fargli presente che non vede l'ora di farsi un caffè, di gustarlo con tutta la calma e la tranquillità ritrovata, e può pure darsi che gli chieda se gli va di prenderne una tazza anche a lui.

Bruno Magnolfi

sabato 16 novembre 2013

Occasione persa.

            
Stufo di tutto, stanco da morire, brancolo la sera tardi lungo una strada che neppure riconosco. Succede di dover ammettere un errore, ma adesso tutto quanto sembra inutile, persino la faticosa correzione di quello sbaglio. Se ci penso credo addirittura di potermi rallegrare dell’aver perso poco per volta i miei punti di riferimento, tanto da riflettere che tutto d'ora in avanti sarà semplicemente da ricostruire, come qualsiasi altra cosa da rifare, scartata ormai l'originale, come non rispondente alle attese.
Mi fermo davanti ad un cinema chiuso, osservo i manifesti del film in programmazione. Non conosco questa pellicola, non ho mai sentito parlare né del regista né degli attori. Mi chiedo come sia possibile che tutto giri in questa maniera, che io abbia perso poco per volta il contatto con la realtà minuta, e che le cose seguano un percorso così diverso dal mio. Si ferma un uomo, vede che sono attratto da questi cartelloni, mi chiede cosa ne pensi, ed io gli dico che c'è qualcosa che non capisco in quelle informazioni, che mi sembrano quasi di una natura diversa dalla mia. L'uomo dice ridendo che è tutto uguale,  che non c'è da preoccuparsi. Poi spiega la storia del film, lo ha visto sere fa, dice: tratta di un amore difficile tra un uomo ed una donna, un rapporto come ce ne sono in giro di infiniti. Lo lascio parlare, lui spiega che l'idea buona che porta avanti la trama sta nel fatto che le cose tra l'uomo e la donna scivolano via senza alcun impegno, come se ogni vicenda che si snoda non fosse neppure cercata, né dall’uno né dall’altra.
Forse è questa la differenza, penso: evitare di concentrarsi sugli accadimenti sotto agli occhi di chiunque è migliorativo, a differenza di ciò che ho sempre creduto. Così dico: forse mi piacerebbe vedere il film, ma non ho mai il tempo per dedicarmi a questo genere di cose. Lui annuisce con la testa, sorride come chi sa perfettamente dove andrà a cadere l’argomento, ed io improvvisamente vorrei quasi allontanarmi, ritrovare quella solitudine che mi pareva un elemento prezioso nella mia serata, ma lui all'improvviso dice che può narrarmi tutta la storia di questa pellicola, se voglio, tutta la vicenda descritta là dentro; certo, chiarisce, non sarà come assistere alla proiezione, però quasi. Gli dico che va bene, posso stare ad ascoltarlo senza alcun problema, ma poi ci ripenso: se mi capitasse in seguito di andare al cinema, magari con qualche amico, gli dico con una certa serietà, probabilmente dovrei andare a vedere un altro film, perché di questo ormai ne saprei già a sufficienza, tanto da sembrarmi una ripetizione starlo a vedere. Lui ci pensa, dice che forse ho ragione, e aggiunge che un film narrato è comunque un'altra cosa. Si, è vero, dico, comunque siamo d'accordo.
Quando vado via lui mi saluta con un gran sorriso: sono bravo a raccontare, dice. Ci credo, fo io, forse mi piacerebbe sentirtelo fare, se solo avessi tempo, se soltanto ci fosse la possibilità per me di stare ad ascoltarti. Lui dice che non ha importanza, la contemporaneità prevede tempi stretti per questo genere di cose: forse dovremmo prenderci tutti una pausa qualche volta, ma poi ride, proprio mentre si allontana. 

Bruno Magnolfi

domenica 10 novembre 2013

In giro, assieme alle nuvole.



Mi avevano sistemato in un letto della corsia, nel reparto di medicina generale; gli infermieri erano stati bravi e veloci, anche se si erano subito dileguati. Gli altri cinque ammalati della mia camera pareva fossero là dentro da sempre: mi avevano osservato in silenzio, io ero rimasto immobile nella stessa posizione in cui ero stato messo, voltando soltanto lo sguardo, per qualche momento, verso l’unica grande finestra che c’era, per osservare quel piccolo pezzo di cielo che restava inquadrato in fondo alla stanza, oltre la parete slavata. Dopo un po’ era sopraggiunta la dottoressa con un infermiere, mi avevano fatto qualche domanda, mi avevano anche toccato e rigirato su tutti i lati.
Ero caduto a terra svenuto, così, all’improvviso, mentre ero in giro quasi senza far niente, con le mani dentro le tasche, a spasso lungo le strade del mio quartiere, e ciò era segno evidente, secondo loro, che qualcosa si stava compromettendo dentro al mio organismo. Adesso però, passato lo spavento osservato a specchio negli occhi della gente, tra i barellieri dell’autoambulanza, mi sentivo bene, o meglio non provavo alcun dolore, ma la paura che la mia vita cambiasse, da quel momento in avanti, era forte, intensa, superiore ad ogni altro pensiero. Dovevano farmi una serie di analisi, aveva detto la dottoressa, sondare a fondo le risposte del mio sistema vitale, capire cosa nascondesse quell’apparenza neutrale, quasi indifferente nello svolgere funzioni oppure no.
Poi se n’erano andati, lasciandomi da solo come a galleggiare, insieme al mio letto bianco, su un mare oscuro e sconosciuto che tendeva a infiltrarsi dentro di me e tra le coperte in cui ero avvolto. Non ero mai stato dentro quell’ospedale, ma se non mi sembrava all’apparenza del tutto ostile, in ogni caso non faceva nascere, nella mia mente, alcuna curiosità. Di fronte a me, due ammalati, avevano parlato sottovoce tra loro, poi era ritornato il silenzio. Si avvertiva soltanto un ronzio persistente, un rumore che sembrava provenire dai muri stessi, come se un grosso motore elettrico, nascosto da qualche parte, desse l’energia sufficiente a tenere in vita quell’edificio, forse anche i degenti, forse ogni più piccolo elemento di cui era composta tutta quanta quella struttura.
Fuori dalla finestra era passata lentamente una nuvola, io avevo pensato alla mia casa, ai miei passatempi, alle mie giornate, pur vuote, eppure estremamente preziose. Mi ero rannicchiato sotto alle coperte, quasi per ritrovare una dimensione più intima, mi ero addirittura coperto la testa. Erano trascorsi ancora abbondanti e lunghi minuti senza che niente accadesse, avevo anche riflettuto se fosse il caso di addormentarmi, oppure semplicemente restarmene lì in quel modo inerte.
Infine, di colpo, mi ero scoperto, avevo messo i piedi fuori dal letto, inforcate un paio di pantofole, e in un attimo ero già nel corridoio. Gli altri mi avevano osservato, senza dire nessuna parola. Io avevo scorso tutte le camere a destra e a sinistra, e un’infermiera mi aveva notato, ma non si era interessata di me, ed io avevo raggiunto velocemente uno degli ascensori. In un attimo, con il pigiama a righe di qualche taglia superiore alla mia, ero arrivato fino all’ingresso principale. Forse potevo andarmene, avevo pensato; forse potevo dare ancora un’occhiata al cielo pieno di nuvole. Ma la mia testa era confusa, all’improvviso una paura profonda e sconosciuta mi aveva colto, mentre ero già davanti alla grande porta vetrata che immetteva all’esterno.
Era troppo presto, non mi era stato possibile ancora farmi un’idea di tutto quanto; avevo bisogno di rendermi conto, di capire un po’ meglio cosa stesse accadendo. Osservavo le persone che entravano e uscivano continuamente, come se tutto fosse normale, poi avevo orientato il mio sguardo sul cielo: la porzione di nuvole che si intravedeva fuori dalle vetrate era grande, qualcuna tendeva a raddensarsi nel vento, altre si sfilacciavano come allungandosi. Decisi che non c’era altro da fare: dovevo tornare di sopra, attendere i risultati di tutte le analisi, fidarmi delle persone che lavoravano per la salute di tutti: poi, non ricordo più niente, caddi a terra di nuovo, nient’altro.
Bruno Magnolfi

domenica 20 ottobre 2013

Sfuggevolezze.

Sfuggevolezze.

            
Lei è tenera certe volte. Dice le sue cose quasi sottovoce ed è pronta normalmente ad abbassare lo sguardo solo per aver adoperato una parola inusuale o un'espressione forse troppo forte. Tutti sono pronti a dire di lei che è una persona dolce, salvo riuscire a conoscerla un po' meglio, ed accorgersi che non è del tutto come sembra, ed in qualche caso diventa quasi astiosa, esattamente come molte altre. A chiederle qualcosa intorno all’argomento della sua personalità o del suo carattere lei quasi sempre si schernisce, come se quelle non fossero domande ma veri e propri complimenti. Torna abbastanza normale a molti del suo giro chiederle cosa pensi quando se ne sta in disparte, o anche perché le sue espressioni spesso sembrino fuori dal contesto, come se stesse crucciandosi, oppure addirittura divertendosi di qualcosa chiaro ed evidente solamente a lei.
In ogni caso lui attende  che sia un po' più sola e in disparte durante quella festicciola a suo parere stanca e risaputa, e ad un certo punto, forse per la curiosità che ha sempre suscitato in lui, le si avvicina sorridendo, senza neanche sapere né per cosa ridere, e né che cosa dirle. Lei lo facilita, lo conosce di vista ormai da un pezzo, amico di altri amici, giri ordinari di comuni conoscenze, così gli chhttp://magnonove.blogspot.it/iede se ha una normale sigaretta da offrirle. Certo, era da un pezzo non ti incontravo in giro, fa lui proseguendo nel sorriso, e lei fa la sua solita espressione di scherno, mentre si fa accendere......continua su http://magnonove.blogspot.it/.

giovedì 17 ottobre 2013

Attesa.

L'illustrazione è stata tratta dal racconto breve "Attesa" di Bruno Magnolfi . Per leggere tutta  la storia vai su http://magnonove.blogspot.it/


 Lo so che non va bene restare qui senza fare niente. Però sto aspettando una telefonata, una semplice telefonata che sono sicuro cambierà molte cose di questo giorno e forse del mio futuro. Mi alzo, vado in cucina e mi verso un bicchiere d’acqua. Comunque sia mi sento bene mentre resto qui, anche se posso apparire come mezzo paralizzato in quest’attesa. Di fatto però si tratta semplicemente di sospendere i pensieri, lasciare che i minuti con la loro lentezza scorrano assolutamente tranquilli, senza inciampi, srotolando un presente quasi perfetto, vuoto e senza impegni, e tutto è a posto.
Forse non giungerà neppure una vera e propria telefonata, rifletto....

mercoledì 25 settembre 2013

domenica 22 settembre 2013