lunedì 27 settembre 2010

Una decisione per tutte




La sera vado sempre a letto stanco, dormo sodo, mi riposo, non penso a nient’altro. Poi uno dei miei amici, giù al circolino, dice che lui al contrario non ce la fa, non riesce a dormire. Pare impossibile, faccio, sembra qualcosa che non funziona a dovere. Si tratta di preoccupazioni, fa lui, problemi per il mio futuro, quello della mia famiglia, tutto qua. I problemi si affrontano, dico io, inutile star lì a rigirarsi in un letto e non decidere niente. Quello si arrabbia, dice che io non capisco un bel niente e così se ne va.

Dopo un paio di giorni lo ritrovo, sempre li al solito circolino. Ehi amico, gli faccio, sempre in crisi con la faccenda del dormire e delle altre cose? Forse, fa lui, però cerco di prendermela meno per tutto ciò che si mette regolarmente di traverso, e così riesco a sentirmi un po’ meglio. Gli offro una birra e mentre lui se la beve gli dico che davvero non vale la pena buttarsi giù per i problemi che in fondo hanno tutti.

Lui prende un sorso della sua birra poi dice tutto d’un fiato che sua moglie vuole andarsene a stare da sua sorella almeno per un periodo, perché con lui non resiste, dice che non ce la fa più, e cose del genere. Io ci penso un po’ sopra, poi dico: e tu lascia che vada, sarà sempre meglio che tirare la cinghia in questa maniera, almeno è un tentativo, una bella rimescolata tra tutte le cose. Forse hai ragione, fa lui, in certe cose la sola maniera è provare. Finiamo la birra poi lui mi saluta e va via.

Passa una decina di giorni e poi lo rivedo, sempre lì, al solito bar dove andiamo di solito. Mi cerca, mi fa il suo saluto, poi mi offre una birra. Ci sediamo ad un tavolo, gli dico qualcosa per scherzo, poi lui dice che le ultime notti ha dormito un po’ meglio. Mia moglie è andata, mi fa, anche se da quel punto di vista avrei preferito restasse, da solo mi sento una larva. Adesso le telefono ma lei non mi risponde: ha sempre qualcos’altro da fare, dice. Il vero problema è che io e lei nell’ultimo anno non ci siamo quasi mai schierati dalla medesima parte. Siamo stati continuamente a farci la guerra, fa lui, certe volte anche senza motivo, forse per la noia, per l’abitudine a cercare di essere sempre i medesimi.

Adesso rilassati e non ci pensare, fo io, probabilmente le cose adesso si aggiustano, sicuramente anche lei sarà giunta agli stessi pensieri che adesso fai tu. E’ probabile, dice lui, quello che mi pare sicuro è che non vorrei che la sua assenza durasse in modo superiore al necessario: mi manca, non ho mai pensato ad un’esistenza mandata avanti da solo, e poi se ritroviamo minimamente quell’armonia che avevamo negli anni passati tutto sarebbe meraviglioso. Propongo un bel brindisi e così ci scoliamo altre de birre, poi ognuno va via.

Ieri torno al circolino quando esco dal lavoro e cerco il mio amico, ma pare che lui non ci sia, così mi faccio servire una birra. Poi uno si accosta e mi dice sottovoce che il mio amico, quello con il quale parlavi certe sere, mi fa, è morto stecchito, non verrà più a bersi una birra con te e neppure con gli altri. Si è impiccato, aggiunge senza guardarmi, in casa sua con del filo elettrico appeso a una trave. Resto di sasso, mi siedo, mi sembra di non riuscire neppure a pensare. Poi prendo la birra e ne bevo un piccolo sorso.

Alla tua decisione, amico, penso tra me; che è la cosa più seria e importante che sei riuscito a mettere insieme.

Bruno Magnolfi

domenica 26 settembre 2010

Scena n. 4. Tempo esaurito.




Le assi di legno del palco avevano scricchiolato quando il signor Calzano era entrato dentro alla scena. Sotto alle luci dei riflettori c’erano le sedie e i tavolini di un bar, sul fondale era stato disegnato il bancone. Mi porterebbe per favore un caffè e mezzo bicchiere di acqua gassata?, disse il signor Calzano al cameriere nello stesso preciso momento in cui si stava sedendo. Subito, disse quello sparendo alla vista dietro alle luci. Una donna, al margine del palco, si muoveva lentamente di spalle cercando qualcosa dentro alla borsetta che continuava a tenere aperta sotto ai suoi occhi. Passò un minuto, poi vide il signor Calzano e si accostò con timidezza al suo tavolino, lui si alzò con gesto impeccabile, e invitò la donna a sedersi con lui, e lei si sedette.

Come vedi, disse la donna nervosamente, con la bocca storpiata in un vago sorriso, sono venuta; ma, solo per pochi minuti, solo per il tempo sufficiente a chiarire le cose. Mi dispiacerebbe davvero darti una delusione, continuava lei in modo aspro, però io mi sono rifatta una vita, in fondo ne sono trascorsi di anni, adesso ho un marito, una figlia, non ho certo aspettato che tu sciogliessi i tuoi dubbi interiori. Non so cosa cercassi da me con il biglietto che mi hai spedito, però sappi che io da molto non ho pensato più a te, anche se riconosco che la nostra è stata una relazione importante nella mia vita.

Il cameriere, con il suo piccolo vassoio, aveva intanto portato l’acqua e il caffè, poi, appoggiando la tazza e il bicchiere sul tavolo, aveva detto soltanto: la signora prende qualcosa? Si, per favore, aveva prontamente risposto la donna, un gin tonic con qualche cubetto di ghiaccio. Il cameriere solerte aveva annuito ed era sparito di nuovo, i due si erano guardati negli occhi per una frazione di tempo; poi, il signor Calzano aveva risposto: la vita è un materiale duttile, che cambia con facilità di forma e qualche volta anche di sostanza. Non avevo certo immaginato che tu fossi rimasta ad attendere la soluzione agli interrogativi che io mi ero posto quando eravamo innamorati l’uno dell’altra, nient’affatto, e neppure avevo voglia di vederti per parlare del nostro passato o di ciò che sei diventata oggigiorno. E’ solo per sapere se sei felice che ti ho chiesto di venire qui stamattina.

La donna ebbe un sussulto, si guardava le mani, la borsa appoggiata sopra le gambe, cercava le parole più adatte, poi disse: non lo so, a te posso dirlo, ho solo lasciato che le cose andassero avanti da sole, senza chiedermi cosa potessi fare di diverso o di meglio. Ho un compito importante adesso da svolgere, lo sento fuori e dentro di me, e cerco di metterci tutto l’impegno possibile per assolverlo al meglio. Quelle che fai tu sono domande che io non mi pongo; forse vorresti che facessi una comparazione con quando stavo con te, ma questo è impossibile, non ci sarebbe alcun senso nel cercare un raffronto. Però una cosa posso dirti, visto che siamo a parlarne: sento un orgoglio dentro di me, per quello che sono riuscita ad essere oggi, superiore a qualsiasi altro sentimento, e per questo orgoglio sarei disposta a qualsiasi sacrificio; se sono venuta qui al tuo appuntamento è solo per dirti questa semplice cosa: lasciami perdere, non cercarmi, potremmo giocare ai nostalgici se ci va e per un po’ di tempo, ma questo non farebbe altro che sciupare le nostre differenti realtà, senza costruirne di nuove.

Contemporaneamente arrivò il cameriere, appoggiò l’ordinazione sul piano del tavolo con professionalità, ma questo accadde proprio nel preciso momento in cui la donna ormai si era alzata, e con un gesto quasi di stizza era ormai uscita di scena.

Bruno Magnolfi

l futuro nelle parole di Genni


Il futuro nelle parole di Genni

Genni pensa spesso al futuro. Lo fa per esercizio, lei dice, per immaginare qualcosa di meglio dopo questo triste presente. Certe volte si parla con lei, ma è difficile capire quello che pensa davvero. A volte è come se si esprimesse in un linguaggio incomprensibile, lo fa con l’ausilio di una grande fantasia, di immagini aperte, di una logica non ordinaria. Tutti noi, tra ragazzi, si annuisce quando lei dice qualcosa, cerchiamo sempre di ascoltarla con serietà e comprensione. Alcuni di noi sono sicuri che se diamo retta a quello che dice Genni, in seguito ci ritroveremo senz’altro migliori, forse lontani da qui, da questa squallida ordinaria realtà.

Quando Genni non c’è, sulle panchine del giardino dove in genere ci ritroviamo, non parliamo di lei, anzi, fingiamo che non esista, che non debba arrivare, anche se ognuno di noi dentro di sé attende solo che lei ci raggiunga. Poi, quando arriva davvero, lei si piazza seduta, ci guarda, e senza riferirsi a nessuno in particolare ci dice con calma che cosa pensiamo, da che cosa siamo preoccupati, quali sono i nostri desideri più intimi.

Ci piace sentirla parlare, è come se dicesse le cose che abbiamo sempre sognato che qualcuno spiegasse, ma Genni non spiega quasi niente, dice le cose che pensa, si riferisce soprattutto al futuro, dice un sacco di volte che per lei questo è l’esercizio fondamentale. Parla contemporaneamente con tutti, con se stessa e con ognuno separatamente, e se qualcuno di noi la interrompe lei smette con quei suoi pensieri, resta lì, assente, certe volte va via.

Qualcuno in altri casi non ci sta, dice che non verrà più alle nostre panchine ad ascoltare Genni che parla, ma non c’è niente di male, lei dice, è naturale che qualcuno si senta così, straniato, forse, calpestato nella propria individualità, in ciò che pare anche oltre ogni ragionamento divergente. Ma gli altri stanno lì, quando lei parla, quando ci spiega cosa dobbiamo pensare e quello che dobbiamo aspettarci, e c’è sempre un ragazzo o due in più, ogni volta; ci prende in giro, certe volte dice che vedremo annullate poco per volta le nostre personalità, ma noi non ci crediamo, ridiamo di questi discorsi, aspettiamo che Genni esplichi altri pensieri, che ci dica ancora qualcosa, qualcosa che manca come un tassello fondamentale a tutta quanta la costruzione.

Ogni volta è come se un grande punto interrogativo nascesse dentro di noi, sappiamo che Genni sa le risposte da dare, sa probabilmente che cosa accadrà, perché lei ha indagato il futuro, lo ha pensato in tutte le forme in cui le è possibile immaginarlo, però non ci dice la sua riflessione finale, non chiarisce niente dei dubbi che noi continuiamo a crearci. Genni sa cosa passa dentro alle teste di tutti, allora ci guarda, sorride, attende ancora qualche momento, poi spiega che ci dirà tutto la prossima volta, per adesso basta così, non c’è assolutamente bisogno di andare ancora più avanti.

Bruno Magnolfi

venerdì 24 settembre 2010

In mezzo alla guerra




Non ho detto niente quando mi hanno chiesto qualcosa. Sono rimasto in silenzio, non mi sono mai fidato di chi fa troppe domande. Sono vecchio, questo è vero, ma ciò non vuol dire che sia rincretinito: ho capito benissimo cosa volevano sapere, forse bastava annuire qualcosa, far finta di stare al disopra di certi meccanismi. Il resto, tutto ciò che mancava dei miei accenni, delle parole che avrebbero voluto sentir dire, ce lo avrebbero messo loro, con grande piacere. Ma io immaginavo già tutto questo e sono rimasto indietro di un passo: ho detto il mio nome, a testa alta, ho detto ciò che sapevo, cose che anche gli altri sapevano, poi ho detto basta, non so niente di altro e non dirò mai qui spontaneamente quello che penso delle vostre congetture, inutile insistere.

Non l’hanno presa benissimo, avrebbero probabilmente avuto bisogno di qualcuno tra i loro avversari che facesse retromarcia sulle convinzioni più note, ma non ero io il loro uomo, e così hanno parlato a voce bassa tra loro, parevano piuttosto nervosi, poi mi hanno lasciato.

Difficile capire il meccanismo a cui stanno dando risposte: si tratta probabilmente di montare informazioni inventate, ma che siano così credibili da apparire assolutamente come vere. Ma per diventare così verosimili qualcuno deve star lì a suffragarle, qualcuno con un passato il più possibile cristallino, tanto da essere creduto per forza, senza alcun dubbio, ed io sono sicuro che lo troveranno, o forse pagheranno qualcuno affinché lo incarni al meglio possibile.

Che mondo di plastica è mai questo, ho pensato, tutto è sempre più finto, le informazioni sono plasmate in modo che servano a chi paga di più, tutti lo sanno, eppure c’è ancora chi, per stanchezza, per semplicità, per smania di qualcosa di diverso, è disposto a credere a tutto, a dar credito in modo completo a quello che viene raccontato ogni giorno.

Sono uscito da quegli uffici pieni di luci elettriche e di vetri oscurati che già mi sembrava di aver ottenuto una qualche vittoria: ho preso l’autobus, sono tornato a casa mia, mi pareva di stare bene, a posto con la mia coscienza. Poi con calma ho ripensato a quelle domande: non erano mai dirette, non si trattava di rispondere si oppure no. Ho iniziato ad avere dei dubbi, poi ho acceso la televisione. Quando è iniziata la mia intervista mi sono subito reso conto che avevano cambiato domande: le mie risposte apparivano ambigue, e le parti che non potevano essere utilizzate le avevano prontamente tagliate. La mia risata ironica sotto alle telecamere era diventata un moto di apprezzamento delle loro posizioni, le mie parole erano state spezzettate, ero dei loro, non ci poteva quasi essere dubbio.

Ho spento il televisore, ho ripensato alla guerra, al fascismo, al mio essere partigiano. Tutto si è fatto sporco, ho pensato, inutile prendersela: forse i miei pensieri e i ricordi sono solo miei. Inutile pensare di condividerli con chi vuole soltanto cavalcarli; non dovevo proprio accettare un’intervista del genere. Ho sbagliato, bisognerebbe gridarlo il mio sbaglio, ma non ho ormai più la voce che me lo permetta.



Bruno Magnolfi.

mercoledì 22 settembre 2010

Soltanto due ore di treno


Mi siedo, sto fermo, mi guardo attorno. Il bar della stazione è enorme e pieno di personaggi diversi, qualcuno più insolito di altri. Non posso rimanere qui a lungo, penso, anche se mi piacerebbe tantissimo. Sto aspettando l’arrivo del treno di Luisa, la mia fidanzata, diciamo così, a due anni di distanza dalla separazione dalla mia prima moglie quest’appellativo mi fa sempre un po’ ridere. Anche Luisa è separata, ci siamo conosciuti da poco, durante un convegno a cui abbiamo partecipato. Da allora ci vediamo una volta da me e una da lei, due ore di treno ogni fine settimana o quasi.

Mi sono seduto a questo tavolino giusto per farmi servire un caffè, ma la mia solitudine in mezzo alla gente mi appare un elemento fantastico, penso, qualcosa che tra pochi minuti purtroppo perderò, e questa riflessione è talmente prepotente che non posso ignorarla. Vorrei restare qui, guardare queste persone, immaginare i loro caratteri decifrandoli dai gesti e dalle parole, vorrei perdermi in mezzo a quei loro problemi, alla fretta, a qualche immancabile dimenticanza, a tutte le espressioni che si riesce a vedere.

Forse sono matto, penso, non si può ragionare così mentre ci attende un fine settimana di tutto rispetto. Eppure non riesco a farne a meno, mi sembra proprio che tra pochi minuti perderò qualcosa della mia libertà, della mia benedetta possibilità di starmene per conto mio. Non ci avevo mai pensato prima, anzi, in precedenza mi pareva di essere fortunato ad avere la possibilità di rifarmi una vita, come in genere si dice, e invece all’improvviso tutto mi sembra crollare.

Così mi alzo, faccio un giro verso le biglietterie, ascolto ai megafoni che il treno di Luisa è in arrivo. Mi muovo, vado verso il binario, guardo il convoglio che si avvicina frenando, poi si ferma, si aprono gli sportelli, va avanti la solita confusione di persone che salgono e scendono, e alla fine eccola qui, Luisa è arrivata.

L’abbraccio, le dico benvenuta, poi sento che questo pensiero che ho avuto poco fa devo chiarirlo, devo dirglielo subito, devo parlarne con lei, non posso aspettare. Così le chiedo di fermarsi con me dentro al bar della stazione, di sedersi ad un tavolino, di prendersi qualcosa da bere, di aspettare un momento, perché devo dirle qualcosa, qualcosa di veramente importante. Luisa mi segue, capisce che qualcosa non va, poi all’improvviso mi abbraccia, mi guarda, mi dice soltanto: non importa, voglio solo dirti prima che tu mi parli di qualsiasi altra cosa, che io sono stata sincera con te, e questo periodo per me è stato bellissimo, però non mi va di assistere a una lenta agonia; se il nostro vederci non funziona, va bene così, ci abbiamo provato, tu non devi in nessun caso colpevolizzarti di questo…

Bruno Magnolfi

Scena n. 2. Disperata ricerca.


Sullo sfondo erano stati disegnati degli alberi, e al centro della luce, apparentemente proiettata da un basso lampione, c’era una semplice panchina e un giovane uomo seduto. Una donna cinquantenne entra nella scena con passo malfermo, con espressione sofferente, si guarda attorno, poi dice all’uomo: ho perduto mio figlio; è accaduto diversi anni fa, aveva l’età per andarsene in guerra, forse, ma lui è andato via, ed io non ne ho saputo più nulla. Adesso continuo a girare, ad andare nei luoghi dove immagino potrei ritrovarlo, o forse potrei sentir dire qualcosa di lui, che sta bene, non ha bisogno di niente, che vive la vita, com’è giusto che sia. Lei non ha per caso conosciuto una persona così?

No, signora, dice l’uomo senza scomporsi; io non ho visto nessuno così, tantomeno ho conosciuto suo figlio. Ho girato molto, ho incontrato tante persone, ma nessuna di queste gli assomigliava. Perché ci vuole una persona diversa da tutte per abbandonare sua madre e non farle sapere più niente di sé. Oppure ci vogliono dei motivi talmente gravi per compiere un’azione del genere che non vorrei neppure sentirne parlare. Ma lei, piuttosto, possibile che non sappia perché lui se n’è andato quel giorno?

Ha ragione, dice la donna dopo una pausa, è giusto che lei pensi in questa maniera. Non si fa una cosa del genere se non ci sono dei buoni motivi. Eppure io questi motivi continuo a cercarli dentro di me, in mezzo alle cose che ho detto, che ho fatto, in tutto ciò che posso essere stata, ma ancora non li trovo, non capisco quali ragioni ci possono mai essere state, e per questo continuo a vagare come una pazza, proprio per cercare di leggere negli occhi di chi non conosco una soluzione ai miei dubbi, ai tormenti che ancora accompagnano ogni mio giorno. Lei forse non farebbe altrettanto?

L’uomo intanto si solleva dalla panchina, si guarda attorno con una certa lentezza, poi dice: forse, quello che a lei sembra poco importante, certi gesti o certe parole di scarso rilievo per suo parere, possono essere proprio quelle che hanno innescato tutto il resto. Parlo solo per congetture, sia chiaro, ma non posso pensare nient’altro se non un motivo nascosto, un piccolo elemento insignificante in apparenza, a cui lei non ha dato peso in un primo momento, ma che adesso, forse con un pensiero più approfondito, può rivelarsi quello scatenante, la causa di tutto. Ci pensi, rifletta, non ha forse detto o fatto qualcosa di questo genere?

No, signore mio, risponde la donna di getto ancora prima della fine delle parole dell’altro. Io penso di essere stata per lui una buona madre, di averlo allevato nella maniera migliore, di aver sacrificato tanto della mia vita cercando di dare a lui l’educazione migliore, i più sani principi. Può darsi che qualcosa abbia sbagliato senza accorgermene, ma quale persona sulla terra non ne commette di errori? Com’è possibile che io debba pagare così tanto per qualcosa di cui non riesco neppure a rendermi conto?

Forse, dice ancora l’uomo mentre lentissimamente esce dalla zona illuminata sotto al lampione: in ogni caso si può anche pensare che tutto quello che c’era da dire sia stato già detto; che non ci sia più possibilità alcuna per riprendere un dialogo ormai interrotto per sempre. Forse ogni cosa è compiuta, tanto vale farsene ormai una ragione, guardare avanti comunque, scegliere di pensare soltanto a quello che è stato e non tormentarsi più al cospetto di qualcosa che potrebbe essere stato diverso. Adesso vado via, la saluto, ma non so cosa augurarle: forse quella guerra di cui parlava all’inizio per me deve ancora scatenarsi; ma allo stesso tempo sento dentro di me la necessità di cercarla, di trovare, da qualsiasi parte possa essere, quella guerra per cui da tempo mi sentivo già pronto, e di andare avanti, di perseguire ciò che mi è parso sempre così naturale, perché questo oggi, solo questo, è tutto ciò che mi muove.

Bruno Magnolfi

Scena n. 3. Monologo interiore.




Sono qui, da solo, come sempre. Quasi non mi interessa che abbiano allestito questo piccolo palco tutto per me, con uno sfondo di palazzi di periferia, questo marciapiede qualsiasi, le luci taglienti che lasciano ombre da tutte le parti. Mi viene da ridere a pensare che si siano preoccupati di dare una cornice adeguata al mio spirito, è insignificante il contorno, ciò che conta è questa amarezza, sapere che niente riesce a farmi sentire adeguato.

In genere nutro scarso interesse per ciò che gli altri si affannano a fare, non perché io viva solo di me stesso, sia chiaro, in genere cerco di tenere lontano da me qualsiasi moto egoista; bensì perché riconosco un certo ottimismo, una positiva speranza, una voglia per me assurda di guardare in avanti, una maniera di pensare ogni cosa che io, per quanto cerchi dentro di me, non ritrovo, non ho mai conosciuto.

Vivo di poche certezze, alle quali ritengo di stare attaccato più che a qualsiasi sogno fumoso: so di essere, di occupare uno spazio all’interno del mondo, di essere costretto in un ruolo di cui farei a meno, di mandare in avanti un’esistenza della quale non ho scelto un bel niente, se non il mio debole pensiero, la mia capacità di sentirmi inadatto a ciò verso cui sono costretto. Percorro la strada che mi è stata indicata, mi guardo attorno certe volte, mi rendo conto che non ho alcuna scelta.

Eppure sono qui, sento la necessità di urlare un dolore che mi esce da dentro, anche se so già in partenza che non servirà a niente. Che posso farci, a mio modo resto comunque un patetico sognatore, però non riesco a impedirmi di dire quello che sento, anche se certe volte non so neppure io a cosa serva. Incarno una persona qualsiasi, uno che abita la periferia del mondo, come tutti, perché tutto è periferia, non c’è da farsi illusioni.

Bruno Magnolfi