domenica 15 maggio 2011

Ipotesi inconsuete

L’uomo si era affacciato alla finestra del suo appartamento, al secondo dei tre piani di un palazzo dalla facciata piuttosto anonima, senza particolari caratteristiche. La ragazza, che aveva probabilmente fatto suonare il campanello del suo piccolo appartamento, restando sopra al marciapiede, sembrava adesso attratta da qualcosa, forse soltanto dei rumori che provocavano dei bambini in un cortile proprio lì accanto, e quando infine aveva deciso di voltare lo sguardo verso le finestre in alto da dove l’uomo si era affacciato, si era subito come resa conto che probabilmente doveva avere sbagliato l’indirizzo.

Aveva detto qualcosa, lei, dal basso, che il suo interlocutore non era riuscito neanche a comprendere, ma probabilmente era stato tale il modo, così cortese e sorridente, con il quale aveva in qualche maniera cercato di spiegarsi dalla strada, che quest’ultimo era rientrato, per andare con solerzia a premere l’interruttore tramite il quale si apriva il portone del palazzo. Il sole di quel tardo pomeriggio era piacevole, l’uomo si era sentito bene per quell’attimo in cui si era affacciato alla finestra della sua cucina, tanto da chiedersi perché non lo avesse fatto prima, non foss’altro che per starsene a guardare le persone che scorrevano lungo i marciapiedi, e a registrare quelle vetture, poche a dire la verità, che passavano ogni tanto in quella strada di quel quartiere fuori mano.

La ragazza era entrata nel portone, lo aveva richiuso alle sue spalle, quindi aveva preso le scale con calma, e si era soffermata per un attimo sul pianerottolo del primo piano, l’uomo l’aveva ben vista mentre ne studiava la fisionomia e soprattutto il passo con cui stava salendo, quasi troppo lento ad essere sinceri, ed osservandone i capelli, l’abbigliamento, persino le scarpe. Infine lei aveva ripreso a salire quegli ultimi scalini, proprio nel momento in cui l’uomo aveva provato un moto come di fastidio per quella cosa che stava capitando e gli faceva senz’altro solo perdere del tempo. Lei, continuando la sua ascesa lungo quelle ultime due rampe, aveva proseguito ad osservare solo i gradini avanti a sé, e soltanto quando era giunta a pochi passi di distanza aveva sollevato lo sguardo verso di lui, che era rimasto immobile, quasi con curiosità ad attenderla.

L’uomo aveva già scartato dentro di sé alcune possibilità: non poteva essere una venditrice di prodotti, quella ragazza, non aveva alcun bagaglio; non poteva neppure essere una sua lontana parente, non ne aveva lui di quell’età; neppure poteva darsi svolgesse lavoro come fattorino o come portatrice di messaggi, non c’era nel suo vestiario alcun riferimento ad un compito del genere; ed oltretutto nessuno di quel settore si sarebbe posto a salire le scale con quella lentezza. Così sembrava non esistesse proprio alcuna possibilità, se non qualcosa che sfuggiva alla normale comprensione. Forse, tornando alla prima impressione che lui con giudizio aveva avuto, era quasi sul punto di sentirsi ormai convinto che quella donna avesse, per sua disgrazia, sbagliato l’indirizzo, e forse stava già pensando di interromperle la fatica di salire quegli ultimi due o tre gradini, di avvertirla dell’errore, insomma, quando lei, guardandolo con un sorriso, quasi con semplicità, ebbe a dire soltanto: sono la nuova inquilina del terzo piano; mi scusi, ma non possiedo ancora la chiave del portone principale.

Bruno Magnolfi

venerdì 13 maggio 2011

Succede, qualche volta.



Forse non sarebbe stata quella la maniera giusta per risolvere i miei guai, pensavo mentre entravo dentro a quel piccolo ufficio postale del paese, proprio lungo la strada provinciale. Neppure mi affrettai, non ce n’erano motivi, attesi con pazienza, guardando certe carte, che tutti fossero usciti da quell’unico locale, quasi all’ora di chiusura, e che fosse rimasta soltanto quella figura d’uomo dietro al bancone, seduta al suo sportello, solerte nel timbrare qualche cosa. Lo guardavo mentre lui distrattamente mi chiedeva di cosa avessi mai bisogno, ma io ero vigile e osservavo già dietro di lui quel muro anonimo con appoggiati solo un armadio semplice insieme a uno scaffale, con la porta socchiusa sul fondo, proprio nel mezzo, alle sue spalle.

Dissi buongiorno, solo per una sorta di abitudine, senza ironia, mentre già gli puntavo alla faccia il taglierino. Lui non disse niente, non si mosse, e questa momentanea assenza di ordinari sentimenti forse innervosì i miei gesti. Immaginai in un attimo la sua vita, il suo lavoro sicuro, il suo ruolo monotono e importante nel paese, e ne ebbi disgusto, non so perché, forse per quell’invidia che nasceva dal contrasto con la mia esistenza senza regole. Avevo proprio chiare le mie idee fino ad un momento prima, come tutto il proseguo della storia, ma ogni cosa adesso pareva così ordinaria che cercavo in qualche modo di far emergere un dettaglio. Non so neppure in fondo perché cercai qualcosa che rompesse quello stallo insopportabile che si era profilato, ma il mio gesto frettoloso solo per caso andò proprio a tagliargli la carne della faccia, senza che potessi fare molto per impedirne il compimento.

Forse l’uomo urlò, non saprei dirlo, forse rimase incredulo e impaurito di quel sangue che in un attimo sporcava il suo consumato posto di lavoro. Mentalmente ricominciai daccapo quel percorso che mi aveva portato proprio fino lì, ed anche in una seconda ipotesi riflettevo che avrei desiderato far sparire l’uomo alla mia vista, come se non fosse mai esistito, via dalla mia strada. Eppure tutto era ormai iniziato, non potevo far niente per fermare il corso delle cose, così quando vidi la donna farsi sulla porta alle spalle di quel suo collega e giungere assordante il rumore di quella sirena, forse l’unica protezione contro la gente come me, non riuscii più neanche a pensare, e restai lì, pietrificato, solo a guardare quel luogo senza senso, e quell’uomo che in mezzo vi danzava, unico elemento mobile di tutto quanto il quadro.

Parlai all’uomo allora, gli urlai che doveva darmi i soldi, e lui reggendosi la faccia aprì il cassetto e mi gettò sul banco tutto ciò che conteneva. Ebbi un moto d’odio per quella persona che rovesciava così il suo disinteresse per i miei problemi, la mia vita, il mio difficoltoso esistere, liquidandomi con qualche banconota, così pensai di infierire ancora su di lui, come contro la rappresentazione di ciò che mi lasciava estraneo al mondo, ma mi trattenni. Andava tutto storto, pensavo, pochi soldi, la sirena che richiamava l’attenzione di tutto quel paese e delle guardie: mi avrebbero acciuffato, ne ero già convinto. Pensai ad un gesto che riscattasse quei miei errori, che ne trovasse un senso, forse, ma non seppi pensarne neanche una traccia, così tornai ad uscire sulla strada provinciale, proprio da dove ero arrivato, svuotato ormai di qualsiasi desiderio.

Cercai di fuggire allora, com’era normale che facessi, il resto non voglio neppure ricordarlo.

Bruno Magnolfi

domenica 8 maggio 2011

Tra madre e figlio


La mamma ed io avevamo i nostri miti, i nostri linguaggi segreti, i nostri scherzi rituali…. Jean Paul Sartre

Supplica a mia madre



E' difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame

d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

........

poesia di Pier Paolo Pasolini

venerdì 6 maggio 2011

Un motivo per guarire.


Con lo sguardo basso, camminando con lentezza e scorrendo lungo gli interminabili corridoi dell’ospedale Policlinico, Lello, senza neppure avere in mente una meta precisa, lasciandosi sfiorare continuamente da parenti e amici che a quell’ora sono tutti in visita ai moltissimi ammalati che affollano i reparti, si sente confortato dall’idea che nessuno pare si preoccupi di lui. Si muove con circospezione, in ogni caso, soppesa ad ogni passo ogni dettaglio, evita di essere avvicinato da qualsiasi camice bianco che ogni tanto si trova ad incrociare, e se ne va avanti, senza neppure sapere verso dove, ma come muovendosi in una giungla infida, passando comunque in rassegna con attenzione i pericoli che incombono e le minacce che possono sussistere.

Non entra nelle camere, non gli piace vedere gli ammalati dentro ai letti, pallidi, sofferenti, spesso senza alcuna forza, lui si limita a pensare che ci sono, sono là, sotto alle coperte, a volte stanno ad occhi chiusi, in tanti casi parlano con qualcuno, cercano di sentirsi come gli altri, come quelli che sono lì, vicino a loro, però in piena salute. Scende le scale di servizio, Lello, sale sopra l’ascensore assieme ad altra gente, va a sedersi dentro una saletta, come molti, ma soltanto per un attimo, poi riprende instancabile con il suo girovagare silenzioso.

C’è una donna di cui si ricorda, Lello, e lui si sente consapevole che è il suo stesso viso quello che sta cercando adesso tra tutta quella gente, anche se forse non è neppure possibile che lei sia proprio lì, in quell’ospedale. Cecilia, ecco che ricorda anche il suo nome, una persona gentile, sorridente, che qualche tempo prima veniva a far visita a qualcuno che poi fu trasferito, un suo parente forse, e a volte lei lo incrociava, mentre Lello come al solito camminava lungo il corridoio, e gli chiedeva in certi casi qualcosa sulla sua salute, poi lo salutava in fretta, questo si, ma gli lasciava dentro alla memoria quel suo sguardo bello, comprensivo, che apparentemente durava solo un attimo, ma che per Lello proseguiva per dei giorni interi.

Qualcuno inizia già ad andarsene, l’orario delle visite sta quasi per finire, Lello si volta velocemente, prende l’ascensore e torna al piano terra, passa davanti alla portineria dove lo salutano, sembra proprio che tutti lo conoscano là dentro, anche se lui non risponde quasi mai. Poi, tramite un altro vasto corridoio, esce da quella clinica per rientrare nel reparto dove qualcuno lo sta già aspettando: sono queste le regole, il medico è stato persino troppo chiaro, soltanto un’ora per andare a muoversi in mezzo alle persone, non di più, poi Lello, come tutti lo chiamano in quell’ambiente, deve rientrare alla sezione chiusa, quella destinata agli psichiatrici.

Non lo sa il dottore che lui cerca Cecilia; crede che vada a girare dentro all’ospedale senza neppure avere un motivo preciso. Non importa, il dottore svolge il suo lavoro, probabilmente di tutto il resto non gli interessa neanche molto. Un giorno, tra tutta quella gente, Lello incontrerà la sua Cecilia, ne è più che sicuro, e sarà allora che correrà dal medico, e gli dirà che c’è riuscito, che è successo proprio quello per cui lui da tanti anni stava cercando di guarire: non importa se Cecilia lo avrà riconosciuto in quella confusione, per Lello sarà sufficiente averla vista, almeno un’altra volta.

Bruno Magnolfi

domenica 1 maggio 2011

Il lavoro del giardiniere.


Giorgio era felice, non sapeva neppure spiegarsi bene il perché, ma gli sembrava che tutto quel giorno girasse nella maniera appropriata. La ghiaia scricchiolava sotto alla suola delle sue scarpe nel breve vialetto alberato che immetteva alla villa, ed oggi aveva deciso di iniziare le potature dei susini e degli albicocchi, un lavoro che si prospettava lungo e difficile, e forse avrebbe copiosamente sudato su e giù per la scala, ma questo era forse quanto gli piaceva di più: perdere quasi completamente il senso di tutte le cose, faticare da solo stringendo nelle mani quei sottili rami d’albero troppo svettanti, fino a sentirsi stremato in quei compiti semplici, in quelle attività che gli parevano certe volte poco più di una sciocchezza, che peraltro non gli impegnavano troppo la mente, quasi fossero un automatismo.

Certe volte, quando entrava timidamente, ma sempre per qualche importante motivo, appena con un piede, niente di più, con le sue scarpe così poco adatte, dentro all’ingresso di quella casa maestosa al centro del suo grande giardino, veniva subito colpito da quell’aria che si respirava là dentro, sempre un po’ tesa, con la signora dai modi spesso nervosi, l’ingegnere con il suo sguardo che pareva folgorare, i ragazzi sempre in silenzio, mai una risata serena, immobili nei loro atteggiamenti educati e composti. Giorgio lavorava da anni a quel loro giardino, tanto da conoscerlo come una parte stessa di sé, eppure continuava a sentire la grande distanza che lo separava da quei proprietari, come se fosse quasi impossibile ammettere di essere fatti ugualmente di carne e di ossa.

Ma a lui non importava, certe volte si sentiva talmente contento di quella sua vita, di quel contatto bellissimo e continuo con la natura e con le stagioni, da sentirsi capace di fare a meno del resto. E quel giorno un sole caldo e incoraggiante era sorto alle spalle di una sottile tramontana che aveva spirato per quasi tutta la notte: Giorgio lo sapeva che la giornata sarebbe stata bellissima, e quel primo sole caldo lo aveva piacevolmente accompagnato lungo il tratto di strada che lo separava dalla sua abitazione modesta fino a quel vasto giardino. Era presto, la villa pareva ancora immersa nel sonno, lui era andato nella sua rimessa, aveva tirato fuori gli utensili, aveva preparato tutti gli attrezzi per portare avanti il lavoro, poi si era fermato un momento sopra al piazzale di terra battuta.

La signora dalla finestra del primo piano lo stava guardando, lui per un attimo aveva fatto finta di niente, poi aveva alzato la testa e le aveva quasi gridato: buongiorno!, come a cercare di spartire con lei almeno una parte di quella felicità che si sentiva traboccare da tutte le parti. La signora aveva soltanto mosso una mano, senza cambiare l’espressione del viso, aveva mostrato con grande evidenza che per lei non sarebbe stata affatto una buona giornata, poi era rientrata dentro la stanza. Giorgio avrebbe voluto fare qualcosa per lei, mostrarle la strada per arrivare a farla sentire contenta, ma gli pareva impossibile, non sarebbe mai riuscito a spiegare a nessuno quale poteva essere quel suo segreto, se mai di segreto si poteva parlare. Infine si mosse verso il frutteto, e quando si accorse che la signora era uscita da casa e si era accostata dietro di lui quasi a spiarne le mosse, gli parve già un buon risultato.

Si volse Giorgio, proprio verso di lei che restava ferma a sette o otto passi da lui, la guardò con il suo sorriso di sempre, pensò per un attimo qualcosa da dirle, qualcosa di bello, di piacevole, forse di divertente, ma alla fine rimase in silenzio, quasi impercettibilmente turbato. Si poteva pensare, a giudicare dalla sua espressione, che la signora avesse voglia di piangere, chissà poi per quale motivo, pensava Giorgio, e chissà poi perché veniva proprio da lui che in fondo era soltanto un povero giardiniere. Lei intanto aveva continuato a guardarlo, aveva lasciato in aria una breve pausa, si era lisciata quasi per vizio il vestito, poi a voce bassa aveva detto soltanto: devi cercarti un altro lavoro, Giorgio; mio marito ha deciso che non servi più in questa casa.

Bruno Magnolfi