sabato 9 luglio 2011

Via da qui.



Elisa adesso era rimasta da sola a quel tavolino,sotto agli ombrelloni bianchi del bar all’aperto. Non era stata capace di parlare sinceramente all’amica con la quale aveva passato quella mezz’ora, e anche se qualcosa superficialmente aveva accennato, adesso pensava di scriverle un biglietto nel quale con due parole avrebbe cercato di spiegare che lei se ne andava, ormai aveva deciso, via da quella città, da quelle strade che adesso sentiva quasi ostili, non sue. In fondo le pareva una scelta ormai fatta e archiviata, non le era facile neppure ritrovare le ragioni precise che l’avevano spinta fin lì, ma era in questa maniera che andavano le sue cose, ne era convinta, ormai nella sua testa era tutto ben stabilito.

Il suo lavoro di cameriera d’albergo lo poteva svolgere in qualsiasi altro posto, era da tanto tempo che lo pensava, da qualche parte avrebbe sicuramente trovato dove occuparsi, non c’era assolutamente bisogno di darsene ulteriore pensiero. Aveva due soldi da parte, sarebbero bastati per ripartire. Elisa si guardò attorno, spense la sigaretta nel posacenere di plastica, poi si alzò dal tavolino. La giornata era bella, la luce della tarda mattinata era forte. La sensazione che ultimamente aveva provato in qualche occasione parve ad un tratto riprendere vigore dentro di lei: sentiva la nausea per quelle strade, per quella gente, come se tutti fossero lui, quel vigliacco che le aveva inventato un sacco di storie e che adesso pareva si fosse stufato continuando addirittura a negarsi alle sue telefonate.

Ma in fondo non le importava, quella storia si era subito mostrata balorda, lei lo aveva capito, non riusciva neppure a spiegarsi come avesse potuto cascarci in quella maniera. Ci voleva niente però ad attraversare la strada, preparare con calma la sua valigia, sistemare quelle due o tre cose rimaste in sospeso e salire sul treno, destinazione qualsiasi, pronta per una nuova avventura. Le scappava da ridere, così si faceva, pensava, senza lasciare niente alle spalle, come seguendo un semplice percorso mentale. Una macchina in mezzo alla strada l’aveva sfiorata, strombazzando alla sua sbadataggine, poi Elisa quasi senza averne coscienza aveva raggiunto l’altro marciapiede, era arrivata davanti al portone del palazzo dove stava il suo monolocale e si era fermata un momento, indecisa. Si era guardata attorno sentendosi ormai all’orlo di qualcosa, aveva tirato fuori la chiave e le era venuto da piangere, ma aveva saputo controllarsi.

A tratti le pareva di essere forte, convinta delle cose da fare, e in altri momenti avrebbe avuto voglia di disperarsi, di lasciare a qualcun altro il compito di indicarle il percorso migliore da prendere. Restava lì davanti, ferma, con le chiavi dentro la mano, pensando alle sue cose fino quasi a farsi scoppiare la testa, indecisa di tutto, persino se muoversi subito o se invece aspettare. Si accostò una vettura che lei riconobbe: era lui, e ad Elisa già soltanto farsi trovare in quella situazione emotiva le dette fastidio. Lui scese, con calma, le andò vicino, la salutò senza guardarla, Elisa osservava i suoi gesti, i suoi modi che conosceva perfettamente, restando immobile lasciava che fosse lui a farsi avanti, a mostrare le sue buone ragioni, se ne aveva. Passò un attimo, poi lui disse qualcosa, una sciocchezza, una parola qualsiasi, e lei non aprì neppure la bocca, però si volse, infilò la chiave nella serratura ed entrò, senza darsene fretta. Poi richiuse il portone.

Bruno Magnolfi

domenica 3 luglio 2011

Incontrarsi.

Comprendere chi si è realmente è l'esame esistenziale per eccellenza: in fondo, vivere vuol dire proprio questo, incontrarsi con se stessi.

sabato 2 luglio 2011

Corsa insensata (ripresa cinematografica n. 2).


Corro per strada, la faccia spaurita, i muscoli delle braccia e delle gambe che si muovono ritmicamente con tutto il corpo. Le persone mi incontrano e mi guardano un attimo, ma non ho tempo, devo arrivare con grande fretta, sempre più in fretta.

Gastone ha la fronte sudata, non è abituato agli sforzi, la sua faccia traduce sforzo e paura, bisogno di andare, di vivere, necessità di spingersi oltre. L’aria è quella di un giorno qualunque, ma qualcosa non torna, qualcosa non è come dovrebbe.

Continuo a correre tra le persone, anche se so che dovrò fermarmi, non ci sono altre possibilità, forse lo sanno anche loro, niente può continuare in eterno, questa è la logica, ma io non lo so, non riesco a immaginare quando i miei piedi si fermeranno, quando le mie braccia dovranno abbandonarsi sui fianchi, quando resterò lì, immobile. Il marciapiede è largo, proseguo a correre nonostante il mio ritmo ormai sia allentato, si vede probabilmente lo sforzo fin sulla mia faccia, qualcuno forse potrebbe anche riderne, ma tutto questo non ha alcuna importanza.

Accanto a Gastone qualcuno lo incita ad andare più avanti, qualcosa gli dice di spingersi oltre, quasi senza pensare, come un gesto da compiere e basta. Lui ormai è senza fiato, non resiste così, rallenta, inciampa sul marciapiede pieno di gente, prosegue traballando ormai preda di quello sforzo, di quella fatica.

Cerco con gli occhi qualcuno che capisca il mio stato, mi fermi, mi dica che forse non c’era necessità di questa mia prova, che comunque tutto è andato nella maniera prevista, non c’è più bisogno di spingersi oltre, è sufficiente così, sono stato capace di un gesto importante, questo verrà sicuramente riconosciuto. Ma nessuno di loro mi guarda, ognuno mi scansa mentre passo in mezzo alla gente, la mia corsa è ormai disordinata, qualcosa che forse mette paura, e non interessa nessuno, così sono sempre più solo, inevitabilmente da solo.

Due o tre persone seguono Gastone con gli occhi, cadrà a terra tra non molto, lo sanno benissimo, sarà necessario rialzarlo, dargli coraggio, spiegargli che deve lasciare ad altri la possibilità di occuparsi di lui, delle sue condizioni, del suo stato inadatto a proseguire così. La solidarietà è il gesto più umano di tutti, deve capirlo, deve lasciarsi sorreggere.

Ho voglia soltanto di gettarmi per terra, di trovare qualcuno che mi comprenda, che mi renda quel fiato che adesso non ho, che mi faccia rimettere da questa fatica, che mi spieghi, forse, come fosse possibile arrivare senza lo sforzo, senza questa fatica pazzesca che adesso pare non serva neanche, che non serva più a nulla.

Bruno Magnolfi

venerdì 1 luglio 2011

Scena n. 19. Più importante di tutto.


Sono io, dice Gerri ancora prima di entrare sul palco. La donna seduta si volge nella direzione da cui proviene la voce, solleva lo sguardo verso il pubblico assumendo un’espressione perplessa, poi lo riabbassa tornando alle sue cose. Lui, appena entrato si ferma, appoggia le mani sulle ginocchia come mimando la grande fatica che ha fatto per arrivare fin lì, guarda in basso, fa due o tre forti respiri, poi dice: si, sono qui, sono tornato di nuovo.

La donna prosegue con le mani indaffarate sul tavolo a rinfilare alcune piccole perle di vetro colorato ad una collana, e dopo un istante, senza neppure muoversi di un solo millimetro, dice: e cosa saresti venuto a fare, stavolta, Gerardo? Gerri la guarda come se quella fosse la domanda più assurda che potesse ascoltare, infine, dopo una pausa, dice: soltanto oggi mi sono reso conto che in tutti questi anni, da quando ti ho conosciuta, non ti ho mai parlato della cosa per me più importante di tutte. Però adesso, entrando qui dentro, nella tua casa, trovandoti qui, come sempre, calma, tranquilla, come ti ho sempre veduta, mi sembra che quanto avevo da dirti tu lo possa quasi sminuire con la tua impassibilità, che tu possa addirittura restare indifferente a quanto io vorrei dirti. Perciò, sto pensando che forse è meglio se non dico niente.

Ma se tu non mi dici il motivo per cui sei arrivato fin qui, Gerardo, dice la donna, non potrai mai sapere quale sia la mia vera opinione in proposito, e rimarrai così con un dubbio. E’ vero, dice Gerri, questo lo so; però potrebbe in quel caso rimanere dentro di me una speranza, quella di riuscire, non so, tra un giorno, o tra un anno, a dirti questa mia cosa, ed in tutto questo tempo potrei immaginarmi nel modo che voglio la tua reazione alle mie parole, quello che potrai dire o pensare quando saprai tutto quanto, il tuo atteggiamento nel venire a conoscenza di qualcosa che non sapevi e forse neppure ti immaginavi.

Va bene, dice la donna, ma in questa maniera per me è come se quanto tu avevi da dirmi non avesse alcuna importanza, non esistesse per niente, in quanto non so neppure di che cosa si tratta. Oppure secondo te dovrei provare qualche curiosità solo perché mi hai parlato in questa maniera? No, niente affatto, dice Gerri. Non puoi essere curiosa di qualcosa che non sai cosa sia, e poi, in tutti questi anni da quando ci conosciamo, non mi hai mai fatto alcuna domanda, perciò non penso tu abbia voglia di sapere qualcosa di me. Quello che non ti ho mai detto, a dire il vero, non l’ho mai detto neppure ad altri, e quindi si vede che è proprio una cosa che devo tenere per me.

Però in questo modo, dice la donna, potresti rimanere chissà quanto tempo a rimuginare qualcosa, Gerardo, quando al contrario adesso potresti liberartene una volta per tutte, non credi? Questo è vero, dice Gerri, però può essere piacevole trattenere per se stessi una piccola cosa, una piccola verità che si può dare agli altri in qualsiasi momento, e che proprio per questo diventa preziosa, perché si può scegliere il momento esatto in cui dirla. Ma allora, dice la donna muovendo la testa, sei venuto fin qui, Gerardo, solo per dirmi che tieni celato un segreto, qualcosa che non mi vuoi rivelare? Può darsi, dice Gerri, ma tutto questo ormai non ha alcuna importanza. Sto bene sapendo che trattengo qualcosa di cui posso parlarti quando sarà il momento opportuno, è come se avessi un regalo per te, un dono fatto di niente, qualcosa che posso donarti in qualsiasi momento.

Bruno Magnolfi

lunedì 27 giugno 2011

Differenti solitudini.



Quel giorno non c’era anima viva sulle panchine dei soliti giardinetti, nonostante il pomeriggio fosse così invitante, luminoso, con una brezza leggera che faceva muovere le foglie degli alberi e rendeva tutto estremamente piacevole. Leo si era seduto, aveva scorso i titoli della prima pagina del quotidiano che si era portato fin lì ben riposto dentro a una tasca, poi si era lasciato come distrarre dai propri pensieri, dalla ghiaia chiara del vialetto e dai cespugli intorno, di colore verde brillante. Infine aveva alzato lo sguardo verso una lontana finestra spalancata inserita nel palazzo che gli restava proprio di fronte, subito oltre la strada.

Si sentiva quasi spossato, senza nessuna particolare volontà, e invece sembrava proprio che qualcuno, quasi affacciato a quella finestra, stesse continuando ad osservare la sua debolezza: era un uomo, immobile, con le mani leggermente appoggiate sopra al davanzale, che continuava a star lì con gli occhi puntati proprio su lui, come se quella persona non avesse altro da fare se non starsene a guardare un uomo seduto, e non avesse proprio nient’altro di cui preoccuparsi. Leo aveva abbassato lo sguardo tornando a guardare la ghiaia ma tenendo quella finestra ai limiti del suo campo visivo, in modo da accorgersi se e quando quell’uomo si fosse stufato di quel rimanersene lì a curiosare. Aveva lasciato passare qualche minuto, geloso della propria riservatezza, del suo starsene solo, irritato dall’intransigenza con la quale qualcuno sembrava voler compromettere la sua solitudine, ma niente era cambiato.

Aveva pensato, giusto per svagarsi, a qualcosa di cui doveva occuparsi più tardi, prima di rientrare a casa sua, poi era tornato ad alzare la faccia verso quell’uomo, per una sorta di indagine, tanto per vedere fino a che punto poteva mai spingersi l’altro. Era stato allora, quasi d’istinto, che gli aveva fatto un cenno con una mano, qualcosa a mezzo tra un saluto e un gesto di sfida, come a mostrargli che ormai lo aveva scoperto, e che non era accettabile quella curiosità troppo accesa. Si era subito pentito, era evidente, non c’era alcun motivo per cui lasciarsi prendere dal nervosismo. L’altro invece in un attimo era sparito, proprio come si fosse vergognato di quello scrutare i comportamenti delle persone, ma dopo un po’ era tornato a farsi vedere, risistemandosi nella medesima posizione di prima.

Leo lo aveva ignorato, in fondo ognuno poteva certo fare ciò che voleva, si era detto tra sé, così aveva riaperto di nuovo il giornale riprendendo a leggiucchiarne qualcosa ma senza troppo interesse. L’uomo era sempre al suo posto, come se non avesse niente di meglio da fare se non tenere d’occhio quel suo starsene lì, seduto su quella panchina, a godersi l’aria piacevole di quella bella giornata. Alla fine però Leo si era stufato, si era alzato e aveva ripiegato i fogli del giornale nella convinzione di andarsene da quei giardinetti, stanco di essere tenuto così sotto controllo. Ma l’uomo alla finestra, all’improvviso, non c’era più, e quindi Leo si era dovuto limitare a spostarsi solo di qualche metro, ammirare dei fiorellini in un’aiuola, fare due passi sulla ghiaia, per poi tornare a sedersi sulla medesima panchina dov’era poco prima.

L’uomo, dopo due o tre minuti, era tornato alla finestra, aveva appoggiato di nuovo le mani sopra al davanzale, aveva messo a fuoco la zona di giardinetto dove si trovava Leo, ed infine era rimasto lì, immobile, proprio come prima. Leo adesso si sentiva più indulgente verso quello sguardo sui suoi movimenti, anzi gli pareva in qualche modo rassicurante la presenza pur lontana di quell’uomo, così era rimasto fermo e seduto per almeno dieci minuti, lasciandosi ancora guardare e guardando a sua volta i cespugli dei giardinetti. Infine aveva consultato il suo orologio da polso e aveva deciso che era l’ora di tornarsene a casa, e quasi sorridendo dentro di sé aveva dato un’ultima occhiata all’uomo ancora fermo a quella finestra: doveva andare, pareva dicesse Leo a quella presenza, ma non c’era da preoccuparsi, sarebbe tornato il giorno seguente, all’incirca alla medesima ora, si sarebbe seduto sulla stessa panchina, e si sarebbe lasciato ancora osservare, in fondo non c’era niente di male, anzi, adesso gli pareva importante quello scambio silenzioso di sguardi, lui già ci contava, sicuro ormai di poter considerare, quella tra loro, quasi una nuova amicizia.

Bruno Magnolfi

domenica 26 giugno 2011

Lei sola.



Le due donne avevano litigato usando un pretesto, giusto per la voglia che provavano, chissà da quanto tempo, di dirsi qualcosa fuori dai denti. Poi una delle due si era seduta sopra un gradino, in un angolo di quella grande terrazza condominiale attraversata da una parte all’altra da fili di ferro zincato per stendere i panni ad asciugare, e singhiozzando aveva nascosto il viso dentro le mani. Il vento era tiepido, il sole sembrava concentrare là sopra la maggior parte di sé, su quel pavimento polveroso di graniglia di marmo, su quei muretti di lato, bianchi e un po’ scalcinati. Le lenzuola si muovevano in modo sinuoso, ogni tanto un odore di sugo arrivava da qualche casa là attorno. L’altra, conservando sulle braccia la cesta quasi vuota dei panni, si era mossa lentamente verso di lei, aveva detto sottovoce che le dispiaceva, che non era stata sua intenzione offenderla, e che in fondo non era successo niente, quelle scaramucce erano solo stupidaggini che nascondevano un po’ di nervosismo, nient’altro. La donna seduta non si era mossa. Si conoscevano da anni loro due, ma non erano amiche, solo vicine di casa. “C’è qualcosa di più, mi sembra di capire, che non le nostre piccole guerre per stendere i panni…”, disse l’altra, spinta dalla curiosità di sapere da cosa fosse causata quella reazione. Arrivarono due bambini che giocavano a rincorrersi, si nascosero l’uno dall’altro in mezzo alle lenzuola stese, e continuarono a ridere e a scorrazzare fino a prendersi un urlo di riprovazione che li fece fuggire di nuovo, giù per le scale. La donna si era alzata dal gradino, si era sistemata i capelli e la gonna, si era guardata attorno, ma tenendo gli occhi bassi, indifferente alla domanda che le era stata rivolta. Tutto attorno le pareva uno scherzo, un gioco assurdo della vita che adesso le mostrava cose impensabili, realtà alle quali non si sentiva legata, come se una materia a lei sconosciuta avesse plasmato le cose, le persone, i gesti e le parole di ognuno. Disse fra sé: “Ho soltanto bisogno di tempo; devo ancora definire cosa sono, chi sono, cosa mi ha portato a questo punto negli ultimi anni, e fino a quando non lo faccio non posso avere opinioni su niente, non ho una base sulla quale decidere di cosa ho bisogno, o verso dove posso dirigermi…”. L’altra non comprese quelle parole, ma si dispiacque di aver alzato la voce poco prima: era interessante quella donna, sfuggiva ai criteri ordinari, adesso che poteva osservarla un po’ meglio le pareva proprio strana, diversa da tutte, forse con qualche problema mentale. Avrebbe chiesto in giro qualche altra opinione su lei, e nel futuro si sarebbe ben guardata dal non apparirle sempre sorridente e soprattutto bendisposta, pronta a capire di più dei suoi modi, dei suoi atteggiamenti strani, risoluta nel riuscire a sapere per prima cosa dentro di lei non andava, forte della sua capacità di immaginare al volo le cose. In fondo, pensava adesso, non c’era niente di male, era stato giusto litigare con lei, la comprensione delle cose funzionava meglio così che non attraverso domande curiose.


Bruno Magnolfi

venerdì 24 giugno 2011

Dalla stessa parte (ripresa cinematografica n. 1).




Non c’è niente di male, pensa Riccardo; cammino, giro con calma queste strade monotone, rifletto sulle mie cose, incontro altra gente che mi viene incontro, e a qualcuno sorrido, come se una sorta di solidarietà ci posizionasse vicino, o almeno dallo stesso lato del mondo. In fondo tutte le persone sono buone, penso, non si sognerebbero mai di fare del male, sono solo le condizioni di vita che certe volte riservano degli strani malesseri, che ci mettono in una condizione difficile, in cui la realtà viene vissuta come qualcosa di ostile, di mal digeribile, ed ecco che l’insopportabilità nei confronti degli altri è subito prossima, e tutto si perde in una nuvola confusa e misteriosa entro la quale ci scagliamo contro il primo che capita.

A me non accadrà mai niente del genere, penso; e intanto Riccardo percorre una strada ed osserva lo strano modo di camminare di un’anziana signora che lo precede: si muove con una lentezza quasi estenuante, come se qualsiasi movimento le procurasse dolore, e guarda soltanto il tratto di via davanti ai suoi piedi, come se niente di ciò da cui è circondata la interessasse. Lui l’affianca con calma, e con una certa metodica le sfiora un braccio, tanto per rompere il filo dei pensieri di cui sembra preda; lei volta la faccia verso Riccardo, lo scruta, ha quasi uno sguardo di rimprovero nei suoi confronti, e intanto piega la bocca in una espressione forse amareggiata, come se tutto ciò che non riesce a tenere sotto controllo fosse a lei estraneo, quasi un fastidio.

Lui le sorride, le chiede se vuole essere aiutata ad attraversare la strada, a portarle la borsa o ad esserle di sostegno in qualcosa del genere, ma lei non risponde, continua a fissarlo, si ferma, aspetta soltanto che Riccardo se ne vada. Un osso duro questa signora, penso; non riesce a capire che si possono avere dei gesti generosi verso gli altri, non ha poi alcuna importanza se non ne abbiamo motivo apparente per farli. Lei sta ferma e guarda Riccardo, e anche lui adesso si è arrestato ad una distanza di un metro o anche più. Continua a sorridere come per incoraggiarla, ma lei si volta di fianco, lo scarta, e riprende la medesima andatura di prima, come se non avesse neppure il tempo per potergli rispondere.

La lascio perdere, in fondo non mi interessa battibeccare con una persona del genere, però sono dispiaciuto, non se ne trova facilmente di persone simili a me, penso, proiettate così verso gli altri. Riprende a camminare con un certo disagio, Riccardo, come se qualcuno lo avesse sgridato, come gli avessero detto che non serve a nessuno, ma dopo pochi passi qualcuno lo chiama da dietro: giovanotto, gli dicono, ed è la stessa signora di prima a chiamarlo; le è caduto qualcosa, mi fa, lì a terra, subito dietro di lei. Mi volto, osservo il mio fazzoletto sul marciapiede, sono pronto quasi a sorridere, a ringraziare, ad abbassarmi per raccogliere quanto è scivolato dalla mia tasca, ma poi ci ripenso: non importa, dico, oggi posso fare a meno di tutto, persino di un fazzoletto, e riprendo la mia camminata.

No, non c’è niente di male, pensa ancora Riccardo; posso girare fino allo strenuo delle forze lungo queste strade, e continuare a pensare tutto quello che voglio, ma forse non imparerò mai quanto sia difficile sentirsi davvero con gli altri, assieme a loro, dalla medesima parte, come non esistesse neppure una possibilità differente.

Bruno Magnolfi