giovedì 24 febbraio 2011

La finestra socchiusa.





Lei lo ha visto, lo ha guardato solo un momento. Lui si è girato, come altre volte, a mostrarle che era attratto da quel suo viso, dagli occhi, dai suoi modi pacati. Un’ombra è passata tra le loro finestre socchiuse, solo un attimo e le cose sono sembrate inevitabilmente diverse: lei è rientrata, ha accostato la tenda, lui ha finto di interessarsi a qualcosa sopra al suo davanzale. Non importa, ci saranno altre occasioni, importante rimane l’impalpabile linguaggio dei loro sguardi, che contemporaneamente indica tutto e anche niente, fino a mostrare quanto il pensiero e la fantasia siano forti, superiori ad ogni altra cosa.

Bruno Magnolfi

martedì 22 febbraio 2011

Scena n. 16. Presa di coscienza.





Nessuno di noi può tacere su ciò che sta accadendo, diceva l’uno. Certo, tacere avrebbe significato soltanto avvallare ciò che succedeva, e di questo, nei fatti, nessuno di loro, e neppure qualsiasi altra mente aperta, poteva condividerne la triste realtà sotto gli occhi di tutti. Eppure c’era chi si limitava ad annuire, e rimaneva lì, fuori dall’alveo della discussione, preso solamente dalle proprie piccole convinzioni che non arrivavano neppure ad abbracciare gli argomenti che oggi erano davanti a chiunque.

Il problema di sostanza, diceva qualcun altro, è l’indifferenza nella quale viene coltivato tutto il processo in atto in questi ultimi tempi, ed è del tutto inutile appellarsi alla necessità del suo esatto contrario: ci vogliono i motivi, e se questi non riescono a smuovere l’assopita coscienza di chi sta solo a guardare, tutto è inutile, non cambierà un bel niente di questa situazione.

Lentamente Fausto era entrato nella sala, aveva percorso lo stretto corridoio lungo il muro di fondo, e infine si era seduto in un posto libero, attirato dall’interessante e colorato manifesto all’esterno che pubblicizzava la riunione in quel circolo della cultura. Aveva inforcato i suoi occhiali, ascoltato attentamente le ultime parole, infine si era reso conto di quanto l’argomento fosse meno interessante di quello che avrebbe creduto in un primo tempo. Era tardi per andarsene, così svogliatamente si era messo immobile a seguire quei discorsi. Trascorsero così pochi minuti, infine si alzò, appena disturbando il suo vicino, e proprio in quel momento dal tavolo dei relatori si voltarono incuriositi verso di lui.

Ci fu soltanto un attimo di imbarazzato silenzio, come un dare spazio all’intervento che Fausto pareva voler fare, e di fatto, trovandosi lui così in piedi, di fronte a tutti, con una concessione di parola che spesso non era facile ottenere in assemblee di quel genere, si schiarì la voce, e nel silenzio generale, disse in fretta, quasi sottotono: credo che i tempi siano ormai maturi. Si tratta di far forza sulla leva della solidarietà, senza forzare le cose, basta una parola di collegamento, e tutti sapranno cosa fare.

Poi tolse gli occhiali, Fausto, guardò in basso per vedere se nel momento gli fosse caduto qualcosa, quasi per un gesto istintivo, e rimase in silenzio per un attimo, quando, nella stessa frazione di secondo, forse per motivi di incoraggiamento, qualcuno iniziò ad applaudire, trascinando velocemente tutti gli altri. Fausto non riuscì ad aggiungere altro, si schernì con un gesto delle mani, ma anche questo fu preso per un’amplificazione delle sue parole, e in breve tutti si trovarono d’accordo con la sua semplicità e la sua schiettezza. Tutti si voltarono a guardarlo uscire dalla sala, alcuni, con grandi sorrisi, cercarono addirittura di fermarlo, ma Fausto era già tornato sulla strada mentre si spengeva l’eco degli applausi dietro di lui.

Chissà, pensava lui, forse era vero quel che aveva detto, forse per combinazione aveva colpito proprio nel segno: in ogni caso non gli dispiaceva affatto aver spiegato così la propria opinione; anzi, adesso si sentiva bene, sgravato da un peso che forse senza rendersene conto lo aveva a lungo oppresso. Era bello avere un’idea precisa delle cose, pensava, per niente al mondo adesso si sarebbe scambiato con coloro che stavano a guardare, si sentiva all’improvviso migliore di parecchi altri, e questo era senz’altro un grande risultato.

Bruno Magnolfi

domenica 20 febbraio 2011

A margine dei fatti.




Mi ero seduto sopra un gradino di una piccola scalinata di pietra, giusto due o tre giorni fa, e avevo cercato di mettere a fuoco i pensieri, visto che non avevo proprio niente di meglio da fare. La gente passava e nessuno voltava la testa verso di me. Giusto, riflettevo, cosa ci sarebbe mai stato da guardare di un uomo seduto che non ha niente da fare, e passa la sua giornata scaldandosi al sole, come se quello fosse stato quanto di meglio possibile? Niente, niente di interessante, ecco, proprio nulla che potesse attirare qualche attenzione.

Ero rimasto lì a lungo, mi ero guardato le mani, poi avevo tirato fuori da una delle mie tasche l’unica sigaretta che mi era rimasta, ma l’avevo riposta velocemente di nuovo dove l’avevo trovata, conservandola per fumare più tardi. Non c’era nessuna ragione per cui dovessi restare lì a lungo, eppure era come se quel tratto di strada e di mondo che mi passava davanti fosse tutto quanto potesse interessarmi di più. Restavo seduto, quasi immobile, come per una cocciutaggine alla quale non mi sentivo di oppormi.

Avrei potuto passeggiare per la città, andarmene magari fin dentro al mercato a respirare i profumi dei salumi e dei formaggi tra le bancarelle che vendevano generi alimentari, e ascoltare le frasi delle persone impegnate nelle compere, mentre si scambiavano aggettivi e opinioni su una cosa o sull’altra e i venditori magnificavano i prodotti in bella vista sul proprio banco, ma forse non era la giornata più adatta, e poi non avevo alcuna voglia di sentirmi spintonato senza motivo.

Stavo lì, e non avevo voglia di niente, se non di lasciare che tutti i pensieri corressero per proprio conto, senza indirizzarne il tragitto. Una donna si era fermata guardando qualcosa nella sua borsa, poi l’aveva richiusa, aveva sollevato lo sguardo e mi aveva osservato con severità. Non avevo detto niente, l’avevo solo guardata a mia volta, ma senza alcuna intenzione; lei si era girata verso di me e aveva calcolato nella sua testa un giudizio sommario, poi si era rimessa in cammino. Soltanto dopo pochi minuti era tornata, si era fermata proprio davanti, mi aveva chiesto qualcosa che non avevo capito.

Alle mie deboli rimostranze, costituite da un unico gesto di indifferenza, aveva alzato la voce, dicendo che le avevo rubato qualcosa da dentro la borsa, ne era sicura, ma io ero rimasto il più possibile immobile, lo sguardo voltato dall’altra parte, l’espressione noncurante di qualsiasi cosa accadesse. Qualcun altro si era fermato curiosando su quanto continuava a dire la donna, ma nessuno aveva dato troppa importanza alla cosa, e anche lei stessa, dopo qualche altra parola, aveva fatto un gesto di stizza allontanandosi svogliatamente da lì, nella convinzione che io fossi un gran furbacchione.

Forse sarebbe convenuto a quel punto che io avessi tolto velocemente il disturbo di starmene su quel gradino, e invece, cocciuto come sono, rimasi seduto, esattamente dov’ero, quasi a voler dimostrare che la libertà non è semplicemente una parola. Quando arrivò il poliziotto non dissi niente, mi limitai ad osservarlo con espressione seriosa, spiegai soltanto con poche espressioni che non sapevo un bel niente di quello che diceva la donna, e le cose andarono avanti un bel po’, come se nessuno avesse qualcos’altro da fare. Fu a quel punto che mi decisi ad alzarmi e a rimettermi in piedi, feci vedere che nelle mie tasche non c’era un bel niente, e che niente sapevo di quanto si andava dicendo. Così ritrovai la mia sigaretta, e siccome avevo anche un fiammifero, la misi in bocca e l’accesi, nella massima indifferenza per quanto accadeva. A qualcuno il mio gesto forse non piacque, ma è certo che non avrei mai potuto farci un bel niente.

Bruno Magnolfi

venerdì 18 febbraio 2011

Poco più di niente.



Non ha nessuna importanza, in fondo, questa senso di incompletezza, di smarrimento, questo sentire di non essere utile a nessuno, pensava Fabio mentre girava a vuoto lungo le strade del suo quartiere. Era uscito di casa solo per prendere aria, per perdersi in mezzo alle tante persone che c’erano in giro solitamente a quell’ora, vagare tra i negozi già illuminati, osservare il traffico caotico della serata, ma l’angoscia sottile che provava all’inizio non si era attenuata, e la sua solitudine gli pareva sempre più una vera condanna. Devo smetterla di pensare in modo così negativo, pensava, in fondo ci vuole ben poco ad uscire da un momento difficile, è questione di volontà, solo di questo. Poi si era fermato davanti ad un negozio, attratto da qualcosa che non sapeva neppure lui cosa fosse, ed era rimasto lì a guardare gli oggetti esposti per qualche minuto.

Un uomo gli si era accostato, aveva osservato a sua volta la vetrina di quel negozio, poi, senza neppure voltarsi verso Fabio, quasi come conoscesse i suoi affanni, con voce pacata aveva detto: certe volte diventa difficile persino pensare a se stessi. Non c’è niente, mi dico, oltre questa percezione amara delle cose; niente che possa davvero cambiarci. Forse ci vuole soltanto coraggio, e imboccare una strada diversa quando riusciamo a scorgerne una. Poi si volse verso di lui, lo guardò soltanto per un attimo, senza alcuna espressione, e infine riprese a camminare lungo la strada, come se non ci fosse da aggiungere altro. Intorno la gente proseguiva con i medesimi comportamenti di sempre, e le auto ogni tanto suonavano il clacson per schivare i passanti che attraversavano la strada.

Dopo un attimo di smarrimento, Fabio si mosse, cercò di raggiungerlo, ma si rese subito conto che era come sparito in mezzo alla calca. Adesso non era neppure tanto sicuro di ricordarsi la faccia dell’uomo, forse ordinaria, senz’altro inespressiva, una faccia qualsiasi: probabilmente neppure se lo avesse incontrato di nuovo avrebbe saputo riconoscerlo, così rimase ancora per un attimo fermo a pensare, mentre la gente sul marciapiede continuava a passargli vicino, poi proseguì lentamente con la sua camminata. Che cosa significava, pensava Fabio ripensando a quelle parole, avere coraggio? Coraggio per cosa, per avere dei comportamenti diversi da ciò che dettava la sua indole? O affrontare ogni piccola difficoltà con determinazione, come niente avesse importanza se non quello che ci si era prefissati di fare? No, non era da lui un comportamento del genere, coraggio era soltanto una bella parola, dietro non c’era quasi niente, pensava.

Poi prese per una strada secondaria, proseguì a passeggiare ancora mezz’ora con la testa sempre più vuota, infine salì sopra un autobus che lo riportava verso il piccolo appartamento dove abitava. Quando scese dal mezzo pubblico ritrovandosi lungo la via principale del suo quartiere, sentì dentro di sé il piccolo morso di angoscia che spesso provava, così si fermò per accendersi una sigaretta, anche se aveva quasi perso quel vizio. Pensò di nuovo al coraggio, quella parola magica che pareva l’unica chiave per aprire le porte serrate, e gli venne da ridere: prese una boccata di fumo, si avvicinò al portone di ingresso del palazzo dove abitava e lanciò un grido con quanto fiato aveva nella gola. Qualcuno si affacciò alla finestra, lo osservarono in diversi nella poca luce di quei lampioni, e lui seppe di star bene, che forse ci voleva ben poco, meno di quanto pensasse, per riuscire a superare le sue piccole perplessità.

Bruno Magnolfi

giovedì 17 febbraio 2011

Nessuna sensibile solidarietà.

Le
Per Vittorio tutto questo poco per volta era diventato quasi insopportabile. Non che avesse in mente chissà cosa di diverso rispetto a quanto tutti facevano in quel loro piccolo paese, ma era come se sentisse dentro di sé un peso sempre più opprimente nel piegarsi a quelle abitudini stratificate. Certe volte lui si fermava nella piazza principale a parlare con qualcuno dei ragazzi della sua età che si incontravano lì ogni giorno, ma lo faceva soltanto per non tornare subito a casa dei suoi, una volta terminato il suo orario di lavoro come apprendista. Spesso, anzi, rimaneva in silenzio quando stava insieme agli altri, restava fermo ad ascoltare quello che i ragazzi avevano da dire, salvo riscontrare che erano più o meno sempre le medesime sciocchezze, tanto che a volte anche quel tempo trascorso in quel modo e senza un vero scopo, gli pareva un po’ pesante e inutile.

Si sedeva, quasi sempre, su una delle sedie di quel bar all’aperto, assieme agli altri, ed osservava le espressioni, le loro facce buffe, quei gesti di tutti articolati ad amplificare il linguaggio che usavano, quelle parole spesso povere, quei modi di dire e di spiegarsi spesso identici. Poi un giorno era arrivata Laura. Non aveva detto niente, si era limitata a sorridere ascoltando i discorsi che si facevano, e Vittorio se ne era sentito attratto soltanto ad osservarla, come se dietro quel sorriso e quella sua espressione intelligente, ci fossero tante altre cose insolite da scoprire. Le aveva parlato, una sera qualsiasi, le aveva chiesto di sé, quali fossero i suoi pensieri quando era da sola, per esempio, ma anche come immaginasse la sua vita tra due anni oppure dieci.

Lei lo aveva guardato, aveva sorriso, naturalmente si era mostrata sorpresa di quelle sue curiosità: nessuno mi ha mai chiesto cose come queste, aveva detto, però era stata vaga nelle sue risposte, senza chiarire quasi niente, come se tenesse in serbo una propria intimità celata. Poi, avevano parlato qualche altra volta loro due, allontanandosi da quel solito posto, affrontando certe lente passeggiate lungo i marciapiedi della strada principale, e Vittorio in quei casi, aveva cercato di dire qualcosa di importante, qualcosa in cui credeva, che mostrasse a lei la sua sensibilità. Laura lo aveva ascoltato in silenzio, poi aveva cercato in genere di alleggerire gli argomenti, non si lasciava andare a spiegare nel dettaglio i suoi pensieri, così lui spesso immaginava che su molte cose lei fosse d’accordo o comunque in sintonia con le sue cose.

Un giorno lei passò dal solito bar con la sua amica, salutarono ambedue Vittorio, si fermarono però soltanto un attimo, sembrava avessero da fare; così si allontanarono quasi subito, e lui, senza essersi mosso dalla sua sedia, ne seguì i loro passi con lo sguardo, come se stesse cercando di mettere a punto qualcosa dentro se stesso. Poi le due ragazze, ormai a venti metri di distanza, si voltarono contemporaneamente, lo guardarono ambedue, e scoppiarono a ridere senza che se ne evidenziasse un qualche motivo. Hai visto?, sembrava dicesse l’amica di Laura continuando a ridere, non ti perde più di vista. Te lo avevo detto, rispondeva l’altra, ormai è così da settimane, sembra quasi che io sia la cosa più insolita che transiti lungo questa strada.

Vittorio sorrise, si sollevò lentamente da quella sedia, lasciò agli altri un gesto collettivo di saluto, e se ne andò da lì per incamminarsi verso casa: in fondo non c’era molto di nuovo nel paese, pensava, lui doveva cercare di convincersi di questo, era perfettamente inutile cercare della solidarietà per quei suoi strampalati modi di essere.

Bruno Magnolfi ""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5574777730321271170" />

Prove di comportamento.



Resto qui seduto, in questa sala d’attesa con le luci al neon in alto, ed osservo a lungo le mie scarpe per evitare lo sguardo della bella ragazza che mi siede di fronte, su una poltroncina proprio uguale alla mia, notando ad un tratto che anche lei si scruta le scarpe ogni tanto, persa chissà dietro quali pensieri. Oltre la porta bianca con la maniglia lucida c’è un medico famoso, qui si attende il proprio turno in silenzio e con deferenza, raccogliendo le proprie riflessioni attorno al destino di tutti e al potere risolutivo della scienza, portata avanti con sicurezza dentro questo ambulatorio.

Vorrei sfiorarla quasi con indifferenza, penso, sorriderle con espressione distesa, tranquilla, dirle, senza neppure abbassare troppo la voce, che per me è un vero piacere incontrare una ragazza come lei, sederle di fronte, poterla osservare nelle sue espressioni piacevoli e immaginare quanto cortesi e garbate devono essere i suoi modi, i suoi gesti, persino la voce. Invece sto qui, rannicchiato e fermo su questa sedia di stoffa e metallo, e sento risucchiare ogni tanto le mie riflessioni da elementi distanti, da velati ricordi, che qui in questa stanza sembrano ancora più remoti, quasi dei filamenti che giungono svogliatamente da un’altra vita, da un mondo lontano.

I lacci delle mie scarpe sono ben stretti, osservo, non riuscirò a sistemarli così bene nella fretta di rivestirmi una volta effettuata la visita, e questa sarà una disdetta: uscirò da questa clinica con la testa confusa, alcuni fogli incomprensibili ben stretti dentro le mani, l’eco di alcune parole sentenziate dal medico e i vestiti malmessi, niente di peggio potrebbe succedermi. Anche la ragazza di fronte proverà le mie sensazioni, penso, ma a differenza di me potrà forse vantare una capacità adattativa migliore, un diverso modo di affrontare le cose, qualsiasi esse siano.

Così mi rassegno, vorrei essere lontano da qui con tutto me stesso, eppure so che devo fronteggiare qualsiasi prova mi si pone davanti, perché questa è la regola, e va rispettata. Adesso osservo le scarpe della ragazza, tanto per prendermi come una pausa: sono sicuro che calzano perfettamente e verranno indossate perfettamente anche dopo la visita, pronte ad accompagnarla in tutti quei giri che ancora in quella serata le resteranno da fare, alla volta di alcune piccole salutari esperienze, incontrare qualcuno, passare del tempo insieme agli amici. Invidio quella perfetta capacità che mostrano certe persone, e se ci penso mi rendo conto di quanto io abbia sempre cercato di assomigliare a qualcuno di loro, salvo aver perso soltanto del tempo verso il mio fallimento.

Vorrei alzarmi da questa sedia, adesso, schiarirmi la voce, declamare qualcosa senza capo né coda, mettermi in mostra, scatenarmi in una risata liberatoria che rompa questo silenzio impossibile percorso soltanto dal fastidioso ronzio delle lampade al neon. Invece sprofondo sempre più nelle mie spalle, piego la schiena, osservo ancora a lungo la punta delle mie scarpe. Poi la ragazza solleva lo sguardo, fa un leggero sorriso, dice: tocca a lei adesso, si faccia coraggio, le cose vanno affrontate con serenità; lo faccia per me, giusto per assomigliarmi, per prendere un po’ della gioia di vivere che non deve mai abbandonarci. La guardo, lentamente mi adeguo a quel suo sorriso, sento dentro di me che ha ragione, non ci potevano essere parole migliori di quelle che ha detto, tanto che non riesco neppure a rispondere, a dire qualcosa. La porta bianca si apre, l’infermiera si affaccia, dice il mio nome: vado.

Bruno Magnolfi

lunedì 14 febbraio 2011

Tentativo di coppia.



Lui non crede nella possibilità di essere diverso da com’è, anche se ogni tanto ci pensa; ci riflette volentieri qualche volta su questa cosa, ma solo per convincersi che non può essere altro che così, e solo pensarci lo fa sentire già meglio, giustificato nel suo modo di essere, convinto di quanto ogni volta comprende di sé. Quando esce dal suo lavoro si ferma sempre a salutare gli amici in una bettola lungo la strada: gli piace ridere e dare delle gran pacche sulle spalle di tutti, per lui sono gesti importanti, come sapere di non essere soli, che esiste una certa solidarietà, e che almeno là dentro alcuni valori sono condivisi dagli altri.

Lei lo attende a casa da sola e poi lo punzecchia ogni volta che può, gli dice che in quel locale che a lui piace tanto ci sono soltanto dei semplicioni che non capiscono niente, e le pare impossibile come lui possa ancora confondersi con certe persone. Gli dice che c’è bisogno di crescere durante la vita, mettere a punto nuovi valori, maturare le idee, trasformare la propria personalità mediante un processo di rinnovamento continuo, qualcosa che porti chiunque di noi ad abbandonare certe abitudini e magari sostituirle con altre di maggiore valore.

Lui lascia dire, ma quando è sotto la doccia ci pensa, si insapona i corti capelli e lascia che l’acqua gli scorra sopra la faccia, come il simulacro di un rinnovamento che forse vorrebbe: mentre si asciuga ha già pronto qualcosa da dire, una frase delle sue, qualcosa di divertente, giusto per togliere la pesantezza dei discorsi difficili che lei affronta qualche volta. La guarda, le dice: mica mi avrai preso per un cervellone che complica qualsiasi stupidaggine, vero? Lei sorride, lo abbraccia, stasera cena speciale, dice, poi tutto riprende l’andamento di sempre.

Lei qualche volta si sente nervosa, le piacerebbe che le cose tra loro scorressero meglio, che ci fosse un’intesa maggiore, ma spesso si accorge che soltanto da parte sua c’è questo sforzo, e che lui non si accorge di niente, ed è sicura che alla lunga il loro rapporto si complicherà proprio per questo. Ha provato ad andare in giro con lui e con i suoi amici del bar qualche volta, ma le è sembrato quasi un altro pianeta, una dimensione lontana da sé, della quale non riesce a spartire quasi niente. Lo ha guardato con occhi diversi, in quei casi, e purtroppo si è accorta che lui è perfettamente a suo agio con loro, tranquillo, e questo l’ha quasi ferita.

Lui si sente dolce con lei certe volte, quasi sentimentale. Gli piace quando le cose arrivano fino a quel punto, sa che niente può sostituire quello che prova quando scatta quel meccanismo tra loro, tanto che è come se niente avesse valore attorno a quei meravigliosi momenti. La stringe a sé, quasi vorrebbe che i loro pensieri si unissero, niente è paragonabile a quello che prova. Si sente disposto a promettere qualsiasi cosa lei voglia, non gli importa di altro, solo di lei e del loro starsene insieme così, senza che niente possa dividerli, qualsiasi cosa succeda.

Lei una sera lo guarda un po’ di traverso, dice che è stufa di molte cose, ma soprattutto non riesce più a sopportare che tutto continui sempre nella stessa maniera, che non cambi niente, che le cose proseguano con monotonia, quasi che i giorni fossero fotocopie l’uno dell’altro. Persino fermarsi ogni sera in quel solito stupido locale è un’abitudine insostituibile, dice, le pare persino impossibile che non si trovi mai qualcosa di diverso nel ciclo dei giorni, delle settimane e dei mesi. Le dispiace, prosegue, ma lei non si sente più assolutamente disposta a proseguire così: è la sua vita, dice, e dalla mia vita mi attendo qualcosa di meglio.

Lui abbassa lo sguardo, si sente le mani ancora sporche perché è uscito da poco dal suo lavoro, però se potesse vorrebbe quasi tornarsene indietro, magari cambiare qualcosa di quegli ultimi giorni, sostituire il suo comportamento con un altro più adatto, adesso sa che avrebbe potuto anche farlo, ora che si rende conto che era stato avvertito, che avrebbe dovuto combinare qualcosa invece di starsene lì con lei a fare il sentimentale e nient’altro: non ha niente da dire, non c’è niente da dire, si è formata un’incrinatura tra loro e forse non ci sarà più niente di possibile per ripararla.

Lei esaurisce in fretta i suoi argomenti, non c’è altro da dire, le cose non hanno funzionato, pensa tra sé, finiamola qui, è meglio, prima che tutto questo divenga soltanto un’assurda malattia.

Bruno Magnolfi