mercoledì 31 agosto 2011

Il percorso meteorologico.



Lei sa di essere una persona seria, se ne rende conto ogni volta che si ferma con garbo a parlare con le persone che conosce, con i vicini che abitano in quella stessa strada leggermente fuori mano dove abita anche lei, o anche con i suoi colleghi di lavoro, in quei lunghi corridoi del palazzo di uffici dove si reca ogni giorno con puntualità. Sa che per lei l’età giusta è ormai trascorsa, ma anche se è rimasta da sola senza essere riuscita a costruire, così come aveva sperato, una relazione duratura, questo non ha, tra i suoi pensieri, quasi alcuna importanza.

Ritiene fondamentale invece riuscire ad organizzare bene il suo tempo, dedicare le sue energie alle cose che le piacciono, ripetere costantemente i gesti e i comportamenti che conosce a menadito, e di cui è convinta praticamente che non possa esistere possibilità per migliorarli. Così si sente bene, perfettamente a proprio agio quando si siede da sola sul divano della sua piccola casa, e ritiene di aver fatto ogni volta tutto ciò che si era prefissata: anche se nessuno le telefona o passa a farle visita, non ha alcuna importanza, pensa; lei sta bene, la sua coscienza è a posto, il suo percorso è stabilito, e niente o quasi può intervenire per variarlo.

Poi apre l’armadio e osserva i suoi vestiti: ritiene di non aver niente di adatto se vuole uscire vestita in modo da sentirsi veramente a proprio agio, così come neppure un paio di scarpe, tra tutte quelle che possiede, le paiono adeguate; non sa da cosa nascono questi suoi precisi sentimenti, però sa che la sua è un’esigenza che sente nel profondo, impossibile aggirarla. Infine indossa i capi che le appaiono come i meno peggio, ed esce di casa, senza neppure sapere con certezza verso dove vuole dirigersi. Sale sopra un mezzo pubblico, gira per le strade senza meta, infine si ritrova nei pressi della stazione ferroviaria. Si siede sopra una panchina, osserva le persone in partenza che si affrettano ai binari, prova un impulso mal contenibile a partire, anche se non farebbe mai una cosa di quel genere.

Quindi si alza per tornare verso la sua casa, ma immagina qualcuno che la fermi, le dica qualcosa che lei in un primo momento non riesce neppure a comprendere: il percorso che si compie in certi casi è minimale, dice la persona; ma questo non ha alcuna importanza: è dentro di noi che le cose hanno un senso, un equilibrio apparentemente perfetto che sembra non abbia bisogno di nient’altro. Ma l’attimo importante è quando si verifica uno scarto, si interrompe quella completezza che ci pareva ferrea, inamovibile.

Lei resta ferma, in piedi, per un attimo lunghissimo, infine se ne torna quasi di fretta verso casa, cerca di lasciare quel pensiero alle sue spalle, tenta di tenerlo distante, di pedinarlo mentre corre verso l’autobus. Sembra che niente adesso sia giusto nella sua giornata, che il suo percorso personale abbia subito ora una vera e proprio interruzione. Entra in casa e si siede, il suo barometro sul muro dice che domani la giornata sarà probabilmente infastidita da una pioggia debole; non importa, pensa lei, metterò il mio piccolo ombrello pieghevole dentro la borsa.

Bruno Magnolfi


sabato 27 agosto 2011

In volo, sopra la gente.



Iniziai a volare in un giorno qualsiasi, proprio quando meno me lo sarei aspettato. Mi ero seduto in campagna sopra un muretto, ed ero rimasto lì, ad osservarmi attorno e a meditare sui miei guai. Poi mi ero sollevato in piedi per osservare qualcosa giù per la collina, in fondo alla strada sterrata che si andava a congiungere con quella principale che portava al mio paese, due chilometri più avanti. Mi ero sollevato lentamente quasi senza accorgermene, fino a posizionarmi a tre o quattro metri dal suolo. Muovevo le braccia come se nuotassi immerso in un’acqua trasparente, e avanzavo con calma, con naturalezza, come se una forza incomprensibile mi tenesse in quella posizione, e mi permettesse di librarmi.

Più tardi rimisi i piedi sulla terra e tornai a casa. Sorridevo tra me di quel segreto, custodendolo come una cosa rara, e mi permettevo di osservare tutti quanti con un sottile senso di superiorità che precedentemente non avevo mai provato. Nei giorni seguenti proseguii sempre da solo con i miei esercizi, scoprendo che soltanto da quel muretto riuscivo a spiccare il volo, ma ad ogni prova, senza alcuno sforzo, riuscivo ad ottenere sempre buoni risultati. Ogni volta, tornando a casa, mi sentivo sempre più distante e superiore nei confronti dei vicini di casa e di tutti i miei tanti conoscenti, ed avevo iniziato a provare quasi un senso di pena per coloro che continuavano a salutarmi con semplicità, come sempre avevano fatto, ignari delle differenze intervenute nel frattempo.

In seguito, come capita spesso per tante cose, tutto quanto, e persino in troppo poco tempo, divenne una semplice abitudine: non mi sentivo più neanche particolarmente superiore agli altri, ed anzi, avevo iniziato in breve a provare un certo nervosismo, pensando soprattutto che quel che avevo messo a punto con la mia tecnica, non potesse servirmi nel futuro praticamente a niente. Così avevo iniziato a riflettere su una buona scusa per richiamare tutti quanti fino lì, di fronte a quel muretto che mi permetteva di lievitare in aria, senza dire niente delle mie capacità, ma le cose si dimostrarono più difficili di quel che avrei pensato, e anche quando cominciai a dire che per me era una cosa di importanza decisiva, molti di quelli del paese con cui avevo parlato, giusto per convincerli delle mie buone ragioni, mi rispondevano che avevano altro da portare avanti, e che non avevano tempo per seguirmi e dedicarsi a me.

Alla fine riuscii a reclutare solamente tre persone, ma a me parvero decisamente sufficienti, considerando che quando si sarebbe diffusa la notizia del prodigio, tutti gli altri sarebbero corsi per assistere al miracolo coi loro stessi occhi. Fu al momento che quei tre erano lì a guardarmi, proprio nel momento in cui ero già salito in piedi sopra a quel muretto, che sentii qualcosa dentro di me che non mi parve del tutto convincente. Rimasi lì, difatti, ed i miei piedi non ne vollero sapere di staccarsi dalle pietre. Gli altri non riuscivano neanche a capire a che cosa gli era stato chiesto di assistere, così io iniziai a scongiurarli di credermi sulla parola, che riuscivo veramente a spiccare il volo, e che era già accaduto tante volte, addirittura ogni giorno per dei mesi, addirittura fino al pomeriggio precedente a quel giorno per me infausto.

Se ne andarono senza neppure dire niente, scuotendo la testa e lasciandomi ai miei guai, e a me prese quasi una crisi isterica pensando a quello che mi stava succedendo. Non passò molto tempo, provavo avversione persino nel tornarmene a casa, e quando poi le autorità del paese mi dovettero rinchiudere, io non riuscii neppure ad obiettare qualche cosa: in fondo era giusto così, pensavo; meglio finire segregato piuttosto che cercare di convincere quei paesani delle mie buone ragioni, tanto più che probabilmente nessuno di loro mi avrebbe mai creduto, neppure se davanti ai loro occhi fossi entrato tutto intero dentro a una nuvola, lasciandoli per terra come sciocchi. Sapevo solo io che cosa avevo fatto e quali erano state fino a poco prima le mie capacità, e in fondo per me questo era già decisamente sufficiente.

Bruno Magnolfi


La verità incomprensibile



Il locale non era affollato. La signora Lucia si era seduta ad un tavolino in fondo all’ampia sala del bar principale del suo quartiere, e si era fatta servire dal cameriere una fumante tazza di the con del limone. Era bello prendersi una pausa del genere ogni tanto, pensava; lasciare che le cose scorressero un po’ senza preoccuparsene troppo. Le piaceva anche star lì a guardare le persone che entravano e uscivano da quel locale, ma senza curiosità, solo per il gusto di passare in rassegna espressioni e modi di fare che la facevano sentir viva, in un luogo privilegiato di osservazione.

Un uomo e una donna, molto più giovani di lei, erano entrati quasi con timidezza dentro a quel bar, e con calma erano andati a sedersi proprio vicino al tavolino della signora Lucia. La ragazza, spostando la sedia, le aveva lievemente sorriso, come per un senso di rispetto per quel rito del the in cui la signora sembrava occupata, poi aveva detto qualcosa sottovoce, senza riferirsi a nessuno in particolare, come per un commento neutrale. La signora Lucia dapprima aveva risposto con un accenno del capo, poi aveva distolto il suo sguardo per tornare a sorseggiare la sua bevanda.

L’uomo aveva detto una frase a voce bassa, poco dopo, probabilmente chiedendo alla ragazza la sua ordinazione per il cameriere, e lei aveva risposto in modo un po’ goffo, guardandosi attorno, come nervosamente a cercare un’ispirazione dallo stesso locale. Infine avevano chiesto al cameriere di portare loro dei toast, del succo di frutta, del vino e anche un caffè. Poi lui aveva preso un mano della ragazza tenendola in mezzo alle sue, sopra al piano del tavolo, accarezzandola con delicatezza, e continuando a guardarla negli occhi. Lei si era schernita, aveva sussurrato qualcosa, poi era tornata a guardare la porta del bar, attenta ad ogni persona che entrava.

Non era passato molto tempo, la signora Lucia stava già pensando di andarsene, la serata cominciava a scurirsi e a lei faceva piacere rientrare prima che per strada fossero accesi i lampioni. Era entrato qualcuno da cui la ragazza non voleva probabilmente farsi vedere, e così, all’improvviso, aveva mostrato una grande agitazione: si era abbassata, nascondendosi dietro al tavolino, come per mettere a posto una scarpa o qualcosa del genere, aveva poi armeggiato a viso basso con la sua borsetta rimasta sopra una sedia vicina, e infine aveva voltato la testa verso la signora Lucia, coprendosi il viso alla meglio con la lista delle consumazioni.

Il cameriere era arrivato subito dopo appoggiando sul tavolo dei due i piattini con le ordinazioni, ma la ragazza aveva fatto cenno al compagno di volersene andare. L’uomo era sbottato dicendo qualcosa probabilmente di poco elegante, e lei gli aveva assestato un piccolo pugno a una spalla, come a mostrare quanto distanti fossero i loro pensieri. Infine si era alzata, di fretta, aveva ripreso la sua borsetta e in un attimo aveva infilato la porta, sparendo senza dire nient’altro.

L’uomo era rimasto come paralizzato; poi, lentamente, si era voltato verso la signora Lucia, come a cercare una solidarietà del tutto improbabile. Oggi le donne sono diventate per me assolutamente incomprensibili, disse; la signora Lucia si limitò a guardargli la faccia, l’espressione spaurita che aveva, gli occhi slavati e persi dietro ad una verità per lui inconcepibile, ma non disse niente.

Bruno Magnolfi


mercoledì 24 agosto 2011

Lontano dalle opinioni comuni.



Quasi ogni sera, attraverso i muri sottili di quella palazzina di recente costruzione, si sentiva quella coppia litigare, tanto da non provare più, per quelle urla continue e quegli strepiti, una vera e propria meraviglia. Al contrario, era stato proprio quel silenzio improvviso, iniziato alla metà del mese e proseguito per diverse settimane, a proporre a tutto il vicinato una vera e propria variazione dei comportamenti di quei giovani sposini, una novità talmente inusuale da destare molta curiosità nelle famiglie di tutto il condominio.

Qualcuno dei coinquilini si era spinto poi a valutare con maggiore attenzione, soffermandosi sul pianerottolo davanti a quel loro portoncino, ogni più piccolo segno che potesse assumere rilievo in quella vicenda, senza però riuscire a trovare niente di diverso rispetto al periodo precedente, ed altri avevano lanciato più di uno sguardo alle finestre di quell’appartamento che si affacciavano proprio sulla strada, ma tali indagini sommarie non avevano condotto proprio a niente, se non a constatare che nulla di rilevante doveva essere accaduto, anche se la curiosità di tutti proseguiva ad imperare. Ogni mattina ambedue gli occupanti della casa, presa in affitto da non più di sette o otto mesi, uscivano presumibilmente per andare a lavorare, anche se con orari leggermente differenti, ed ogni sera rientravano quasi contemporaneamente, tenendo in apparenza un comportamento così ordinario, adesso che pareva filassero in perfetto accordo, da destare in chi teneva d’occhio ogni loro movimento, più di un fondato sospetto.

Ormai dai loro muri, quando i due sposi si trovavano in casa, si sentivano provenire soltanto deboli rumori e quasi mai una parola o un accenno di discussione, come se al periodo precedente fosse seguita una tregua forte e duratura che teneva tutti nel dubbio e nell’attesa di qualche nuovo evento. Solo la televisione, nella normale consuetudine di tutto il resto del quartiere, regnava incontrastata in quella casa, sintonizzata generalmente negli orari giusti sui canali che trasmettevano i notiziari nazionali.

Il vicinato, naturalmente, per non apparire troppo ansioso, evitava di parlare di quella materia lungo le scale e nelle zone comuni, ma nel chiuso delle famiglie quello era velocemente diventato quasi un argomento d’obbligo, tanto da spingere qualcuno, senza peraltro ricavarne alcuna novità, a chiederne notizia allo stesso amministratore del loro condominio, un uomo grigio e piccolo che si vedeva di rado lì nei pressi, però sempre vestito elegantemente, dispensatore di complimenti e di saluti verso tutti.

L’epilogo avvenne in un pomeriggio afoso della fine di quell’agosto, quando tutti erano ormai rientrati dalle loro brevi vacanze, ed erano velocemente ritornati ad appoggiare il proprio orecchio alle pareti, nella speranza di captare qualche segno di quei vecchi litigi che avevano riempito di soddisfazione tante monotone serate. L’ora era quella del tardo pomeriggio, quando i bambini, sotto al controllo delle mamme, si fermavano a giocare nei giardinetti davanti alla loro palazzina, e gli uomini, tornando a casa dai rispettivi luoghi di lavoro, si fermavano volentieri a scambiare qualche parola di fronte al loro condominio. I due improvvisamente si erano affacciati alla finestra, appoggiando gli avambracci sopra al davanzale e meravigliando tutti, qualcuno immaginando fosse una finta, per la serenità di cui riuscivano improvvisamente a dare mostra. C’era stato un attimo d’attesa, naturalmente, mentre tutti, di tre quarti, con apparente disinteresse, avevano continuato, senza perdere una virgola, a tenerli d’occhio; poi quelli avevano accostato con lentezza le imposte della loro finestra, come per ritirarsi nell’appartamento, ma in realtà mostrando con soddisfazione, a tutto il vicinato là riunito, un cartello che campeggiava attaccato sull’esterno di quelle semplici persiane: affittasi, diceva, quasi come uno schiaffo a tutto il condominio, e forse, a ben vedere, a quell’intero quartiere.

Bruno Magnolfi



La libertà oltre il molo.



La strada di asfalto grigio scendeva lentamente fino al piccolo porto marittimo, in un caldo di polvere, di erba secca e generale sentore di gasolio. All’attracco non c’era quasi mai più di una nave alla volta, due in situazioni eccezionali, e sul molo alcuni vecchi si ostinavano a pescare a bolentino dei pescetti senza troppa importanza, ma più per passare il tempo che per sentirsi davvero utili a qualcosa. Il caldo estenuante, sottovento al promontorio, pareva quasi un’ironia nei confronti di qual mare scuro e intenso che si frangeva in schiuma bianca solo oltre mezzo miglio fuori al largo, in una striscia ricca di vento, di correnti fresche e di senso di libertà, lungo quel solco immaginario che lasciavano le navi appena se ne andavano.

In bicicletta, praticamente ogni giorno, lui scendeva, tenendosi sui freni, fino giù alla marineria, cercando qualcuno con cui scambiare quattro parole che spesso si moltiplicavano, fino a replicare i medesimi argomenti di altre volte, discorrendo delle scarsissime novità che venivano registrate in quei dintorni, e nell’attesa di risalire col fresco della sera fino al poggio riarso che dominava quella piccola insenatura naturale, quasi nascosta al mare aperto da quel braccio di roccia, come un gigante che ne cautelasse una preziosa intimità.

Solitamente lui entrava con calma nell’unico caffè all’aperto, quando non si fermava ancora prima, e si sedeva su di una seggiola di alluminio rivestito, conservando l’aria di chi può permettersi una pausa, ma con un’espressione quasi da introverso, il cappello sulla fronte e la camicia azzurra, da marinaio in attesa. Quel pomeriggio di fine agosto sembrava poi che tutte le persone che normalmente frequentava si fossero tenute bene alla larga da quel piazzale accanto al porto, e lui non si era quasi accorto di quella donna abbronzata, seduta a un tavolo, unica presenza nel caffè, vestito lungo, aderente, bianco sulla pelle, proprio come la schiuma delle onde.

Prese il giornale rimasto sgualcito dalla mattina sopra al tavolo, poi volse la testa verso di lei, proprio mentre la donna diceva al cameriere di servirle per favore un’altra vodka fredda. Cercò qualcosa nel suo vocabolario mentale che potesse corrergli in aiuto, al fine di allungare una parola o una battuta, ma non trovò assolutamente niente, troppa distanza, pur con tanto dispiacere, lo separava da una persona di quel tipo. Fu lei ad essergli d’aiuto, come captando qualcuna di quelle sue lente vibrazioni, e disse solo: non si dovrebbe mai bere con tutto questo caldo, come fosse una frase riferita più a se stessa che a qualcuno pronto ad ascoltarla, ma così lui si sentì di replicare: certe volte però si può essere giustificati.

Lei si sollevò dal suo tavolo, prese il bicchierino e andò a sedersi da lui, proprio lì accanto. Lo guardò un momento, poi appuntò lo sguardo verso il mare aperto là di fronte, assaporando un altro piccolo sorso, come fosse l’ultimo. Quando andarono via, camminando lentamente insieme sulla strada, lui non si accorse di aver dimenticato persino la sua bicicletta, abbandonandola accanto allo stesso marciapiede. Il cameriere del caffè, che lo conosceva da oltre vent’anni, venne fuori da sotto gli ombrelloni, oltre il perimetro dei cespugli mezzi secchi dentro ai grandi vasi di cemento, giusto per guardare quelle figure allontanarsi quasi incredulo; poi scosse la testa, pensò tra sé che forse in ognuno di noi c’è sempre qualcosa di dormiente, qualcosa che neppure riusciamo a immaginare, e infine riprese il suo lavoro, riflettendo che in fondo non era accaduto davvero niente di speciale, mentre forse la vita scivolava via, fino a prendere il largo, sotto ai suoi occhi.

Bruno Magnolfi

venerdì 19 agosto 2011

(Profilo n. 13). Incontenibile mare.



Cammino lentamente lungo la strada, mi fermo un momento ad osservare il negozio della signora Maria, poi proseguo fino alla fermata degli autobus. Non c’è nessuno, mi siedo sopra la panca metallica, ogni dieci minuti arriva un mezzo pubblico, scendono due o tre persone e se ne vanno svelte per i fatti propri. Osservo tutto ciò che si muove attorno a me, il tempo sembra proprio corra parallelo a questi semplici elementi ordinari; le auto che transitano, l’autobus che sbuffa quando apre le porte pneumatiche, le persone che hanno occhi soltanto per le proprie preoccupazioni.

Il tempo, ecco, tutto questo tempo la cui quantità, in una sola volta, inebria come un mare scuro e profondo, e che qui invece è scandito goccia per goccia nella trasparenza inefficace della quotidianità. Mi alzo, torno indietro fino al negozio della signora Maria, ne guardo la vetrina fermandomi, lei forse mi vede, vorrebbe sorridermi, penso, ma non lo fa, o non lo fa ancora. Ci conosciamo da trent’anni, penso mentre la guardo; io passo ogni giorno da qui, ne osservo il profilo, lei sa di piacermi anche se non ci siamo scambiati mai una sola parola.

Ma oggi è diverso, penso: lei viene verso la porta vetrata, la apre, esce sul marciapiede, dice buongiorno, poi continua a guardarmi negli occhi. Mi dispiace, dico io sottovoce, di darle tutto questo fastidio; ma non riesco proprio a fare a meno di comportarmi così. Lo so, dice la signora Maria; poco per volta ho continuato ad affezionarmi ai suoi modi, alla maniera di fermarsi davanti al negozio, alle sue rughe profonde, da uomo saggio, con quegli occhietti vivi che osservano sicuramente molto di più di tutto quello che vedono. Non so come ringraziarla, dico io, di queste parole. Mi piacerebbe tenerle la mano, starle vicino, anche soltanto sentirla respirare, sapere che qualcosa brilla ancora dentro di noi, nonostante la nostra età già avanzata. Non siamo ancora diventati sterili come sono ormai tutti, dico io, sappiamo gioire delle piccole cose, un semplice gesto apre ancora per noi tutte le porte. Lei continua a guardarmi, ma non dice niente.

La signora Maria non risponde a questi pensieri, resta là dietro a quel suo bancone dentro al negozio, impegnata con qualche cliente, però si lascia guardare, mi permette di fare dei sogni su qualsiasi cosa io mi senta di desiderare; forse ride di me certe volte, penso, e delle mie fantasie in cui lei viene fuori, sul marciapiede, mi viene incontro, quasi fermando per un attimo questo stupido tempo che prosegue per sempre a sgocciolare fuori con ritmicità da un contenitore di mare dentro al mio povero cuore; poi lei dice soltanto: lo so, lo sento tutto quello che scorre, non potrebbe essere in altra maniera.

Bruno Magnolfi


mercoledì 17 agosto 2011

-Il diradarsi delle ombre .


Fermo nel letto, immobilizzato da lunga malattia, l’uomo da solo pensava alla sua vita, sicuramente confinata, per tutto il suo futuro, soltanto in alcune delle molte attività che lui aveva svolto fino a poco prima. La sua paralisi, seppur parziale, non gli avrebbe più permesso di esercitare tantissime delle cose in cui normalmente si era da sempre impegnato, e questo era già più che sufficiente a procuragli un notevole abbattimento morale.

Fuori da lì il mondo procedeva come sempre, indifferente a quei suoi problemi, e lui, forse per egoismo, sentiva adesso fortissimo l’ostacolo insormontabile che lo separava dalle tante cose che da adesso non sarebbe più riuscito a compiere. Poi però, ad un tratto, si era vergognato di quei suoi pensieri, aveva riflettuto meglio le cose, forse cercando di affrontarle da un punto di vista differente, ed aveva compreso in un lampo che non avrebbe più dovuto confinare le sue idee in ciò che il suo corpo non sarebbe più stato capace di eseguire, bensì doveva impegnarsi in quegli aspetti del pensiero che precedentemente aveva tralasciato.

Certo, questa era la strada: c’erano tanti argomenti di cui poteva ancora occuparsi, forse avrebbe potuto addirittura scoprire nuovi interessi, nuovi aspetti della realtà a cui non si era mai in nessun modo dedicato; sicuramente la maniera peggiore di reagire a ciò che era successo, sarebbe stata quella di isolarsi nella sua nuova condizione, piangendo dei bei tempi in cui poteva fare tutto, anche se il tutto era sempre stato qualcosa di sfuggente, un elemento quasi sottovalutato e diluito tra i tanti aspetti della quotidianità. La parte destra del suo corpo adesso non rispondeva più ai suoi comandi cerebrali, soltanto camminare o essere autonomo diventavano fatti quasi impossibili. Sentiva forte il morso crudele dell’esistenza, ma non voleva abbandonarsi al dolore e ad uno stupido rimpianto, non potevano essere questi i freni alla sua vita.

I suoi pensieri erano lucidi adesso, e se tutti i muscoli, le membra, tutto il suo corpo, non voleva più rispondere alla sua volontà e alla sua mente, ciò doveva assumere un significato marginale: lui era vivo, e la sua vita avrebbe trovato le forme per mostrarsi, per interagire con le cose e anche con gli altri. Poi era entrato nella camera il suo amico, quello di sempre, con il suo sorriso commosso e forse quasi sciocco, i gesti minimi che mostravano la partecipazione al suo dolore. Non preoccuparti, gli aveva subito detto l’uomo; è solo un’altra esperienza quella che adesso sta iniziando. Una nuova fase della vita, forse anche migliore rispetto a tante altre.

Bruno Magnolfi