venerdì 8 ottobre 2010

Nel colore rosso



Come ogni giorno lei era tornata a casa, dopo il lavoro. Un’ora più tardi aveva appuntamento in palestra, come tutte le sere, ma pensò che non aveva alcuna voglia di andarci, di fare i soliti esercizi, di scambiare le solite battute con le ragazze che conosceva. Così si era seduta sulla sua poltrona preferita cercando dentro di sé di comprendere l’origine di quella sua strana e repentina apatia.

I suoi anni stavano scorrendo senza inciampi, quasi senza dolore, e lei non amava fare bilanci, però se proprio doveva riflettere su quei suoi ultimi anni avrebbe detto che le parevano insulsi, senza alcuna caratteristica. Era difficile provare un senso vero di noia, c’erano le amiche, il lavoro che le piaceva, i fine settimana da trascorrere sempre da qualche parte, a scoprire qualcosa di nuovo, eppure in certe giornate tutto le appariva come una grande stupidaggine.

Poi le era presa la voglia di mangiarsi della frutta mentre accendeva la televisione tanto per curiosare sui programmi che passavano a quell’ora, e così aveva aperto il frigorifero, tirando fuori una mela bella lucida e succosa, proprio come piacevano a lei. Aveva preso un coltello dal cassetto, uno di quelli ordinari, da tavola, giusto per sbucciare quella frutta, ma quasi senza rendersene conto si era subito fatta male ad un dito, forse per distrazione, forse per quella svogliatezza da cui si sentiva attraversata ultimamente in ogni cosa che faceva.

Qualche goccia di sangue era caduta sul piano della cucina, lei aveva guardato quelle piccole macchie con sorpresa, quasi con curiosità. Si era sentita come immobilizzata a quella vista, la mela lucida da una parte, la sua mano mezza insanguinata dall’altra. Così aveva fatto qualcosa quasi per un gusto che neppure conosceva: si era provocata un altro piccolo taglio nella mano, con intenzione, giusto per vedere ancora il rosso del suo sangue. E dopo un altro ancora, quasi per ridere, senza badare troppo a ciò che le stava succedendo, solo per vedere quel colore che si spandeva sopra al piano della sua cucina.

Infine si era inferto un colpo netto di taglio sopra al polso, proprio lì, dove le vene e le arterie sono più evidenti, ma non per farsi male, quanto per capire fin dove poteva misurare la sua voglia di diversità, di elementi nuovi nella sua serata, dentro la sua vita. Si era toccata il viso, le braccia, tutto il vestito, imbrattandosi orribilmente di quel sangue che continuava ad uscirle dalle sue ferite, di quel suo elemento interno che pareva bramare per mettersi in mostra, per farsi vedere, fino a sentirsi a un certo punto sola, debole, scoraggiata anche in quella voglia assurda.

Allora aveva cominciato a urlare, ma solo per un po’, quasi per se stessa più che per gli altri, fino a riflettere che era sola in casa, e che probabilmente i suoi vicini non l’avrebbero sentita. Pianse allora, all’improvviso, di qualcosa che non riusciva neppure a capire cosa fosse, ma quando si trascinò fino nel bagno per vomitare dentro al lavandino, scoprì nello specchio quanto profonde fossero quelle ferite, e fu in quel momento che ebbe paura anche di se stessa. Si affacciò alla finestra per prendere un po’ d’aria, ed osservò per un attimo la strada sempre identica sotto casa sua; infine decise che era meglio telefonare in ospedale.

Bruno Magnolfi

martedì 5 ottobre 2010

Distanze sterminate (in margine a -Bionda, naturalmente-)




Non erano ancora le otto, e nel bar di legno la macchina per fare i caffè era già pronta, in pressione, tanto che Sergio aspettava solo che lo raggiungesse il bagnino dello stabilimento balneare ancora indaffarato sulla spiaggia a sistemare le ultime cose, prima di metterci sotto le solite tazzine di ogni mattina. Era bello a quell’ora osservare il mare e la spiaggia quando ancora non c’era anima viva tra i piedi, quando tutto pareva più calmo, lontano dal caldo e dalla nevrosi che solo due ore più tardi come un virus prendeva chiunque. Non c’era neanche bisogno di parlare a quell’ora: con uno sguardo d’intesa tutto era già chiaro, le poche persone che erano in giro mostravano il desiderio di stare ognuna per suo conto, e così il bagnino che era in ritardo aveva bevuto il suo caffè con due sorsi e una smorfia del viso, e senza fiatare era tornato al lavoro.

A Sergio piaceva stare là, dietro al bancone di legno, fermo con gli avambracci appoggiati sul piano, ad osservare il mare privo di qualsiasi increspatura, sorridere della giornata che andava a iniziare e pensare qualcosa, senza impegnarsi. Lo aveva baciato, quella donna, quella bionda da sola, proprio quando meno se lo sarebbe aspettato, e lo aveva fatto di propria iniziativa, quasi come un regalo. Lui sapeva che quella non era una persona qualsiasi, lo aveva capito fin da quando gli aveva rivolto la prima parola. E anche quel bacio di nascosto non indicava un bel niente, se non quell’intesa, come tra vecchi amici, tra persone che si capiscono al volo, che non hanno bisogno di niente per sapere ognuna quello che passa nella testa dell’altra.

All’inizio lui le aveva parlato di sé, della sua vita, ma aveva detto solo le cose che gli piaceva dire un po’ a tutti, giusto per dare un minimo di confidenza ai clienti del bar. Ma quella bionda aveva capito di più, era andata oltre le sue parole, aveva compreso perfettamente che dietro a quel misero banco, a fare i caffè e le spremute, c’era un uomo, una persona sensibile, un vecchio marinaio navigato, con un passato buono solo per essere lasciato alle spalle, proprio come doveva essere quello di lei.

Quando era giunto il marito, da solo, con una settimana di anticipo, aveva parlato della moglie che doveva arrivare come di una persona in una fase difficile della vita, alla ricerca di un nuovo equilibrio, quasi pronta probabilmente a seguire il primo che le avesse fatto anche solo dei complimenti. Per questo aveva bisogno di lui, del barista, che riuscisse a vedere e a riferirgli al telefono ciò che sarebbe accaduto in quel periodo di vacanza, visto che lui non avrebbe potuto esserci, e per questo semplice compito gli aveva offerto dei soldi. Sergio aveva accettato, cosa mai avrebbe potuto fare? Ma al contrario di quanto gli era stato spiegato, dopo quei pochi giorni, si era presentata una donna cosciente di sé, schiva, disposta a qualsiasi sacrificio pur di conservare quella sua solitudine che accettava quasi come un regalo insperato nella sua vita.

Sergio si era dispiaciuto di avere accettato quei soldi dal marito, ma non avrebbe più potuto restituirli, sarebbe stato come ammettere che c’era qualcosa di cui non voleva parlare. Aveva anche pensato di dire tutto a lei, alla bionda, del suo patto scellerato con il marito, ma anche questa era una cosa tutt’altro che facile, poteva essere fraintesa; la maniera migliore di comportarsi era lasciare che le cose andassero avanti così, senza preoccuparsene troppo. E infine aveva iniziato a volerle anche bene a quella donna, pensando a quale vita dovesse affrontare con un marito che la faceva addirittura spiare.

Poi lei era arrivata, quella mattina, come ogni mattina da quando era lì, in quel posto di mare; lo aveva salutato con cortesia, si era seduta, gli aveva sorriso, aveva lasciato che Sergio preparasse il suo solito caffè. Siamo meteore, aveva detto lui in un soffio, quasi senza averne coscienza; ci sfioriamo, comprendiamo qualcosa l’uno dell’altra, ci rendiamo conto del grande mondo che portiamo dentro di noi, e forse ci basta così, come se non ci fosse bisogno di altro per sapere che ci sentiamo vicini, pur conservando la nostra distanza stellare. Lei lo guardò, prese la tazzina che lui le stava porgendo, rimase un attimo immobile, poi sollevò lo sguardo in un triste, debolissimo sorriso, e disse solo: grazie; senza aggiungere altro.

Bruno Magnolfi

lunedì 4 ottobre 2010

Colloquio di lavoro




Figuriamoci se ci sono andato per cercare del lavoro. E’ la curiosità che mi ci ha spinto e nient’altro. Un amico, anzi a dire la verità un conoscente che incontro a volte nel caffè vicino a dove abito, mentre con alcune persone stava parlando addirittura di altre cose, aveva detto l’indirizzo a voce alta per non ricordo più quale motivo, ed a me, per puro caso, era rimasto in testa per tutta la mattina; combinazione dovevo passare proprio là vicino e così sono andato a curiosare.

E poi c’era la fila di facce serie e compunte avanti a me, e avrei voluto andare via, senz’altro; anzi, stavo già per farlo, ma qualcuno era subito arrivato dopo di me e aveva chiesto ai presenti quale era l’ordine di arrivo, insomma chi lo precedeva. Un altro poi mi aveva subito indicato con un cenno e prima che potessi far qualcosa mi ero già ritrovato ad aspettare, a far la fila come gli altri per essere ricevuto.

Ormai ero preso tra le maglie e così mi ero seduto, con le spalle al muro, sopra ad una scomoda seggiola di plastica. Dalla mia tasca era scappato fuori un piccolo foglietto di una pubblicità insensata, perciò mi ero sprofondato nell’osservazione di ogni particolare del depliant, evitando così gli sguardi delle persone presenti nella stanza che intanto avevano iniziato a parlare tra di loro. Via via che la signorina con un gran sorriso incoraggiava ognuno ad accomodarsi, tutti, ad uno ad uno, sparivano veloci e con la testa bassa dietro alla porta opaca dalla maniglia d’acciaio. Io rimanevo ad osservare il tavolo basso di vetro trasparente che rimaneva ad un metro di distanza dai miei piedi, continuando ad assumere varie posizioni più o meno comode.

Poi qualcuno è uscito da una porta e senza dire niente se n’è andato; allora mi sono fatto avanti, era il mio turno, e senza ripensarci sono infilato nell’ufficio in preda ad una profonda soggezione. E dietro a quegli occhiali e a quell’enorme scrivania c’era un’espressione anonima, una faccia seria, uno sguardo quasi assente, poco interessato. Io stesso, in quella situazione, mi sentivo orribilmente anonimo, privo completamente di qualsiasi personalità.

Mi sono seduto e avrei voluto piangere. Mi sarebbe anche piaciuto ridere forte, urlare a caso qualche frase, complimentarmi con quell’uomo per la stupenda messa in scena; e poi strappare la sua maschera, sempre ridendo, battere una mano sopra la sua spalla e dire a tutti quanti, anche a quelli che aspettavano di fuori, che tutto era stato semplicemente un grande scherzo, che eravamo tutti amici, che non c’erano conflitti e prove da superare.

Qualche domanda generica, qualche sorriso compiacente, alcuni silenzi leggermente imbarazzanti; e dopo questo, vede, cerchiamo una persona che abbia almeno un poco di esperienza, e che vanti se non altro qualche conoscenza in questo campo. Ed io subito, certo, la capisco più che bene, ed anzi me ne scuso, ed anche, mi capisca, il mio è stato soltanto un tentativo distratto.

Ma appena rialzatomi dalla sedia di velluto pronto per stringere di fretta, anzi, appena per sfiorare con la punta delle dita quella mano già notevolmente stanca di altre mani, di altre scuse, di altri discorsi insensati, abituata all’ultimo sorriso compiacente, formale, di sottomissione ad un potere impalpabile fatto di sguardi e di piccoli gesti impercettibili, ecco, improvvisa, inaspettata, l’umanissima voglia di reagire e di riconsiderare tutto quanto.

Lei non saprà mai chi fosse veramente la persona qui seduta ad ascoltarla; come non saprà mai se era migliore o peggiore di quella che è appena andata via. Non potrà mai immaginarsi se qualcuno tra quelli rifiutati fino ad ora sia adesso sul punto di impiccarsi per l’occasione ormai svanita, o se semplicemente un genio, in questa vostra attività, in questo stupido lavoro per cui con grande modestia si era offerto, stia già affermandosi a quest’ora in un’alternativa occupazione che a lui non interessa affatto e che lo renderà sterile e anonimo, proprio come lei; e tutto ciò proprio quando sarebbe potuta risultare un’autentica fortuna in questo vostro mestiere.

Lei, che crede di poter svolgere indagini entro coloro che su questa sedia nervosamente si dispongono a seguirla nelle sue argomentazioni e nelle sue domande; lei, che crede di capire, da dietro a quei suoi occhiali un po’ offuscanti, qualcosa che è nascosto dentro l’animo umiliato di chi è senza lavoro o non si sente realizzato in un’occupazione poco adatta; lei, che non ha neanche pensato di sedersi, per una volta almeno, da questa parte scomoda della scrivania. Ebbene si, lei è un superficiale; anzi, un campione di codesta vostra categoria rattristante.

Tutto ciò, dentro alla mia testa, si era messo in moto in un momento solo, all’improvviso, rimbalzando tra le pareti del mio cranio come una palla impazzita tra le sponde di un biliardo, ed ancora continuavo a contarne i rapidissimi rimbalzi mentre già avevo raggiunto la porta, la maniglia, il primo passo nell’aria aperta e libera.

Ero sconvolto, sentivo il sangue martellarmi nelle tempie, e soprattutto provavo una grande voglia di tornare indietro, piantarmi sulla soglia a gambe aperte per inondare tutta intera la stanza con la mia voce e con la mia presenza, e puntandogli addosso un dito accusatore, dirglielo davvero, tutto quanto.



Bruno Magnolfi

domenica 3 ottobre 2010

Nato nella terra dei padroni




Il ragazzo aveva osservato a lungo quel lento tramonto del sole filtrato leggermente da sottili cortine di nuvole bianche e neutrali, che nell’occasione si erano accese di innumerevoli sfumature di colore, dal rosa al purpureo, via via che la luce andava giocando con loro, scurendo e variando ad ogni minuto qualsiasi tonalità, senza una sosta. Seduto sopra la panca di legno sul retro della sua casa, restava incantato ogni volta che ricordava di uscirsene fuori a respirare quell’aria già fresca in quella stagione, nelle serate sempre più brevi che andavano inconsapevolmente avanzando. Il sole gli indicava qualcosa laggiù, lontano, oltre tutte le proprietà del signor Garbanti, superato il profilo delle colline morbide prima della città, e ancora più avanti, chissà dove.

Gli piaceva stare lì, anche nelle sere quando il tramonto non si vedeva: su quella panca si sentiva vicino ad un mondo diverso, ritrovava una sfumatura così silenziosa, così spalmata di calma, dove i genitori probabilmente non sentivano la necessità di urlarsi ogni volta che dovevano dirsi qualcosa, e lui poteva ascoltare se stesso nei momenti in cui respirava, in cui lasciava battere il cuore, mentre pensava, con normalità, senza affanni, proteso nel mondo che vedeva scurirsi davanti, vicino, quasi a portata di mano.

Suo padre, come tutti quanti gli operai agricoli in quella zona, lavorava per il signor Garbanti, sopra le terre di quella proprietà immensa, e quel consueto inchinarsi nei confronti di ciò che quel nome indicava, era forse l’elemento maggiormente destabilizzante per quelle persone che avrebbero voluto credere maggiormente in se stesse, portare avanti un’idea propria, un proprio progetto, pur piccolo, però entusiasmante. Ma niente era possibile là attorno, se non fare così, come facevano tutti.

Pareva ad ogni momento che quel marchio si imprimesse sopra ogni oggetto, su qualsiasi elemento che era possibile saggiare con mano, i gesti perfino, proprio come se la vita stessa fosse determinata da un unico proprietario terriero, una casata di padroni, che tenesse nelle mani, come attraverso dei fili sottili, le esistenze di tutta la gente di quella vallata. Inutile anche pensarci, era così, non c’era altro da fare, se non accettare quella realtà e andare avanti.

Sua madre ad un tratto disse forte il suo nome, ed il ragazzo sentì dentro di sé che i suoi sogni al cospetto di un mondo più aperto e più libero erano destinati a cadere almeno per quella serata. Si sollevò dalla sua panca di legno, si guardò ancora attorno e immaginò suo padre che coltivava quel pezzo di terra vicino alla casa. Fantasticò in pochi momenti l’impegno profondo che sentiva avrebbe assorbito la sua famiglia in una attività di quel genere, e sentì un’aria diversa sopra di sé, ma fu solo un attimo, un piccolissimo momento destinato a svanire.

Aprì con lentezza la porta sul retro, sentì l’odore avvolgente della cucina, vide la luce della lampadina elettrica che illuminava i volti dei suoi genitori, e infine si girò, ancora per un attimo solo, verso il tramonto: c’era ancora una luce laggiù, oltre tutte le terre; un piccolo barbaglio di vita che chiedeva rispetto, lasciava traspirare il suo sogno, spingeva ancora la fantasia lontano da lì, ed il ragazzo seppe in quell’attimo catturare l’entusiasmo per una vita diversa, oltre quella ordinaria che era toccata in sorte a lui e a tutta la famiglia che lo aveva allevato.



Bruno Magnolfi

Scena n. 5. Una donna a metà




Un unico faro illuminava tutto lo spazio tagliandolo in diagonale. Pur vuoto il palco, completamente disadorno ma con quella luce così penetrante, appariva un luogo denso di suggestioni, dove si erano come concentrati tanti piccoli frammenti di vicende, pronte a scatenarsi, come se tutto, da lì a poco, su quel pavimento di legno, avesse potuto accadere.

Una donna era entrata nel fascio di luce movendosi con grande lentezza, tenendosi le mani, osservandosi attorno con lo sguardo perplesso, l’abbigliamento poco curato, incerta di sé. Aveva raggiunto la zona centrale di tutta la scena, si era fermata, aveva fissato lo sguardo in avanti, poi, come se niente lo richiedesse, se non un suo desiderio profondo, aveva iniziato a parlare:

La mia storia è una storia qualsiasi, aveva detto; una vicenda di molti anni fa, di quelle che non vale neanche la pena star qui ad ascoltare. Ma proprio per questo a me pare importante. Avevo vent’anni e un amore segreto, uno di quelli che annullano ogni altra cosa, ed era andato avanti per quasi un anno, ma poi tutto era svanito, in pochi giorni, come cancellando ogni traccia di sé. Mi ero subito stretta in me stessa, ai ricordi che avevo, a ciò che ancora sentivo nel profondo di quel pazzo amore che non mi rassegnavo ad avere perduto.

Persi anche la ragione in quei giorni, mi trovarono nei luoghi più strani, da sola, ad alimentare immagini che vedevo solo io, delle quali pareva non potessi neppure fare a meno. Chi non ha mai provato qualcosa del genere, penso adesso, eppure a me pareva in quei giorni che non sarei mai riuscita a superare un dolore del genere. Chiusi gli occhi, strinsi i pugni e cercai dentro di me la forza di cui avevo bisogno.

Accadde qualcosa, ne sono sicura, ma non saprei spiegare effettivamente che cosa. Mi sentii improvvisamente diversa, come se tutto fosse rimasto alle spalle. Mi sentii quasi libera da quel dolore fino ad allora provato, il mio desiderio era stato così forte, così intenso che una specie di anestesia era come venuta in soccorso. In pochi giorni riuscii a riprendere completa padronanza dei miei interessi, ripresi a fare le cose che avevo sempre fatto, e tutti si rallegrarono della mia condizione così ritrovata.

Guardatemi oggi, sono solo una povera donna, da quel giorno non ho più avuto la capacità di innamorarmi di nuovo: forse quella volta fuggì da me la possibilità stessa di essere donna, di provare dei sentimenti, e non ho più avuto la capacità di sentirmi di nuovo la persona innamorata che ero stata una volta.

Bruno Magnolfi