sabato 12 marzo 2011

Il miracolo quotidiano

Mi ero preparato per uscire, in mente una leggera passeggiata senza impegno, indosso le scarpe adatte e gli abiti comodi e usuali di qualsiasi giorno, indifferenti alla ricorrenza festiva. Il mio appartamento pareva profumato di polvere impalpabile, di aria ferma e trasparente nei timidi raggi di sole pallido che penetravano dalle fessure tra le tendine alle finestre; l’ordine apparente delle cose mostrava gli oggetti ordinari al loro posto, esclusa qualche piccola sciocchezza appoggiata con noncuranza su un mobile o sul piano di una sedia. La serratura della porta, una volta varcata la soglia, era subito scattata in conformità al proprio meccanismo, i giri di chiave abituali garantivano la sicurezza dell’appartamento durante la mia assenza. I miei pensieri, giusto per un attimo, si soffermavano ogni volta con naturalezza su qualsiasi particolare preso in esame.

Uno strano silenzio lungo le scale, assieme al fresco del marmo dei gradini e dell’intonaco perennemente immersi in una penombra ordinaria, dava un senso di calma, di perfetta tranquillità, come se nulla dalla parte interna dei portoncini degli appartamenti, ben chiusi ai pianerottoli condominiali, potesse mai movimentarne troppo l’uso: sarebbe bastata una parola a voce alta, pensavo scendendo con calma, una risata sguaiata dal fondo di una stanza chissà dove, un rumore qualsiasi, forse, e tutto avrebbe preso vita, come in una dimostrazione chiara dei comportamenti abitudinari di cui neppure tener conto; invece niente, fino a giungere alla strada.

I miei passi lungo la via: quelli di ogni giorno; i miei gesti camminando: quelli di chiunque quando si muove lungo il marciapiede. La solita piazzetta col giardino che appariva quasi deserta, gli alberi immobili che ne calcavano i contorni intristendone l’aspetto. Sopra una panchina, seduti e come incapaci di prendere una qualsiasi decisione, restava una donna insieme ad un bambino forse imbronciato, annoiato di qualcosa, senza soluzione. Mi ero avvicinato, lanciando un semplice buongiorno sottovoce, poi mi ero seduto accanto a loro. Non era possibile parlare del tempo o di quel piccolo giardino, così avevo fischiato quasi un richiamo, come se avessi avuto un cane che mi seguiva, attardato lungo le piste degli odori tra i cespugli e i bordi delle aiuole.

Mi piacerebbe avere un cane, avevo detto senza convinzione; purtroppo ho sempre poco tempo per dedicarmi a qualcosa che non sia il lavoro all’agenzia delle assicurazioni. Perché tenere in casa una bestiola vuol dire dedicargli ogni momento, è semplicemente questione di elementare civiltà, oltre che di affetto e di coscienza. Il bambino mi aveva fissato con interesse, dimenticando il broncio, la sua presunta mamma invece aveva continuato imperterrita a sfogliare una rivista. Non c’è alcun bisogno di guardare gli altri, avevo continuato, per decidere cosa vorremmo fare di diverso per non assomigliare a loro. Si tratta di sentirsi a proprio agio, fare le stesse cose che vorremmo tutti facessero, indipendentemente da qualsiasi senso critico nei confronti di chicchessia.

Inutile emergere solo per semplice immagine di qualcosa che magari ci accomuna tutti quanti, avevo continuato; dovremmo cercare di essere migliori solo per noi stessi, ma senza cadere mai nell’individualismo, anzi, preparandoci ogni giorno per la vita sociale, per un comportamento che tenga conto di quanto sia impossibile non assumere il collante della solidarietà. Un pausa di silenzio era subentrata dopo le mie ultime parole. Sulla panchina un vago senso di imbarazzo si era fatto strada, la donna aveva distolto lo sguardo dalla carta patinata del giornale, mi aveva osservato per un attimo come cercando conferma a ciò che aveva ascoltato, poi, con titubanza, aveva preso tra le sue la mano del bambino, si era alzata, e con un semplice buongiorno indiretto si era allontanata lentamente. L’avevo guardata mentre andava via, e mi era venuto da sorridere: in fondo, pensavo, riuscire a parlare con qualcuno, per una persona come me ormai più che abituata a vivere da sola, era già un vero miracolo; non c’era niente di male in tutto il resto, anzi, ogni cosa pareva dondolarsi nella più assoluta normalità: niente di diverso.

Bruno Magnolfi

lunedì 7 marzo 2011

sognando ad occhi aperti


Senza gli occhi giusti qualunque rospo, senza il bacio, diventa magicamente un principe.

Trasformazioni

Ho sognato pesci volanti che mi portavano via, lontano in un mondo sommerso, occulto lontano dalla ragione.
I pesci onirici si possono collegare ai contenuti rimossi, sconosciuti che risalgono alla luce della coscienza e con cui l’individuo deve misurarsi.

Sono in genere aspetti molto vitali e passibili di trasformazione, legati all’istinto ed alla capacità di ” nuotare”, cioè di avanzare nella vita, e quando in sogno si presentano in gruppi argentei o li si vede agitarsi appena sotto il livello dell’acqua, fanno riferimento a qualità del sognatore, a caratteristiche inconsce che stanno affiorando, a forze interiori.

Se i pesci emergono, enormi e solitari, si collegano a ciò che ha bisogno di manifestarsi, qualcosa di urgente o di importante, qualcosa che può facilmente indicare un cambiamento, una trasformazione.

Scena n. 17. Il pubblico.



Le persone in platea restano sedute in silenzio, guardano tutte nella stessa direzione, nessuna di loro volge lo sguardo dietro di sé, al massimo qualcuna osserva, ma solo per brevi istanti, la zona a fianco dove siede il proprio vicino. Gli uomini tengono un atteggiamento fermo, determinato, le donne al contrario mostrano una dolcezza di espressione tale da giustificare un atteggiamento benevolo nei confronti di ciò a cui stanno assistendo. L’impresario osserva tutto da una vetrata che domina la sala, se ne intende di persone, sa perfettamente cosa significa quell’atteggiamento quasi passivo, e si ritiene piuttosto soddisfatto delle rappresentazioni messe in cartellone per la stagione in corso.

La scenografia appare essenziale, due operai nel pomeriggio sono riusciti a mettere in piedi tutto quanto senza indugi, e le luci basse sulla scena adesso producono una certa profondità di campo nella semioscurità che si forma sul fondale dietro al palcoscenico. Il teatro è quasi pieno, la pubblicità a tappeto, su carta neppure patinata, ha dato i suoi frutti, e anche il titolo ambiguo della rappresentazione è riuscito a creare una certa aspettativa tra la gente. Se le cose funzionano, saremo riusciti a creare un importante precedente per tutto ciò che seguirà da ora in avanti, pensa l’impresario.

Una persona poi si alza, dice qualcosa a voce alta, un giudizio pesante sulla serata che si sta svolgendo, l’attore incerto tentenna e poi si ferma, osserva qualcosa per un attimo nel buio della sala, quindi prosegue riuscendo a non perdere il filo della sua recitazione. Tutto è peggiorato, pensano in parecchi, forse è l’inevitabilità dei tempi che porta questi doni, immaginano alcuni; altri agitandosi sopra le poltroncine sembrano arrabbiati contro chi ha osato interrompere la rappresentazione, e con i loro modi, senza rendersene conto, riescono a complicare le cose in misura quasi maggiore di ciò che fino allora è realmente accaduto. Un brusio si avverte dappertutto, alcuni dicono a voce bassa che chi ha parlato prima indubbiamente ha un briciolo di ragione: lo spettacolo si vede che è tirato via, le cose scorrono ma solo per l’indulgenza manifestata dal pubblico, che in qualche modo gioca un proprio ruolo. Poi, lo stesso tizio che ha parlato inizialmente usando in realtà parole poco chiare ma lasciandosi ugualmente comprendere benissimo, adesso si alza, e con lentezza esce dalla sala: qualcuno pacatamente applaude, altri sembrano sul punto di seguirlo.

Gli attori vanno avanti, sembrano consci della situazione che si è creata, il loro imperterrito proseguire nella recitazione pare la giustificazione al loro mestiere, alla necessità di tutti di portare a compimento in un modo o nell’altro il proprio lavoro. In effetti non si sa neppure con chi prendersela, i tempi sono questi, sembra la spiegazione più evidente delle cose, chi non ci sta cerchi pure di cambiarli, se riesce. Si leva un applauso quando un attore, conscio di tutta la tensione, si rivolge al pubblico allargando le braccia quasi in segno di resa, ma come se contemporaneamente non avesse la voglia di fare lui ulteriori spese della situazione, mostrando così che non è proprio colpa sua se le cose stanno in quella maniera.

Lo spettacolo riprende, forse c’è uno spiraglio di indulgenza, ma la situazione ormai non è più la stessa dell’inizio: si è rotto l’incantesimo, gli uomini si sbracano sopra alle poltrone, le donne hanno risolini ironici, gli attori continuano, ma solo per contratto, non c’è più interesse nel mandare avanti al meglio la rappresentazione. Quando finalmente lo spettacolo finisce, tutti escono, in pochi hanno voglia di parlare, ma qualcuno riesce a trovare addirittura interessante la serata, e alla maggior parte di loro lo spettacolo sembra proprio sia piaciuto, nonostante tutto.

Bruno Magnolfi

Un ritratto da portare via.




L’impiegato della compagnia delle assicurazioni, dietro la sua scrivania al terzo piano del palazzo dove ha sede la direzione della società per cui lavora da quasi vent’anni, pensa a sua moglie in quel primo pomeriggio pieno di sole che filtra dai grandi finestroni a vetri che fronteggiano la strada, in un’aria leggermente sonnacchiosa, forse per via di quel quarto di vino rosso di cui si è servito quasi con superficialità durante il pranzo nella mensa aziendale al piano terra del medesimo edificio. Qualcosa gli sembra differente in quella giornata così identica a qualsiasi altra, forse sarà la digestione, immagina, o forse il pensiero di sua moglie che sembra sorridergli in modo stravagante da dietro la piccola cornice di metallo appoggiata in un angolo sul piano della scrivania.

In fondo le abitudini hanno giocato un grande ruolo all’interno di tutta la sua vita, pensa: la monotonia perenne degli orari, tutte quelle attività sempre un po’ simili, quel comportamento suo e degli altri colleghi spesso alternabile, quella maniera di augurarsi il buongiorno a inizio turno, e la buonasera alla fine della giornata di lavoro; ecco, tutto questo adesso gli appare come qualcosa di indigesto, che all’improvviso lo richiama verso qualcosa di cui, a dire la verità, non si è quasi mai interessato. Sua moglie è stata cortese, questo è sicuro, prima di lasciarlo andare via di casa quel mattino; eppure qualcosa nei suoi modi sembrava nascondere qualche elemento di insincerità, come un inventarsi certe maniere eleganti, quasi piacevoli, proprio nel dire le cose abituali di ogni giorno, edulcorate da un sorriso inedito, forse più disteso.

Lui a tratti ha parlato con i suoi colleghi durante la mattina, si sono scambiati tra loro le solite riflessioni di ogni giorno, si sono detti le cose che si dicono da sempre abitualmente tanto per lasciare scorrere le ore, per poter dimostrare che la loro vita è utile, concreta, quasi necessaria, e questo gli è bastato per arrivare all’ora del pranzo soddisfatto della sua attività. Ma adesso è lì sua moglie che lo guarda, sopra al piano della scrivania, con un’espressione che sembra quasi voler dire che tutti quei suoi comportamenti così composti, così garbati, di piena adeguatezza, di cui lei peraltro si è sempre mostrata compiaciuta, bene, adesso quei suoi modi precisi e definiti, quei dettagli sempre misurati e riflettuti, quelle maniere così giuste, sono assolutamente fuori sintonia, anzi, a dirla tutta, addirittura un po’ ridicoli.

Ecco, questa è la parola fondante in tutta la faccenda: lui si sente ridicolo, ma non perché sua moglie adesso lo osserva da quella vecchia fotografia a colori, oppure perché si è dilungato a parlare coi colleghi di cose in fondo poco significative, quanto perché lui adesso è cosciente di essersi adagiato, giorno dopo giorno, dentro a un meccanismo che forse non condivideva appieno. Certo, questo è il punto. Svolgere la propria esistenza senza averla mai affrontata criticamente. Questo è l’aspetto che gli manca. La stessa foto di sua moglie sopra al piano della scrivania, è soltanto un’abitudine per tutti coloro che come lui lavorano nella sede della compagnia delle assicurazioni, non una scelta personale.

All’improvviso, a fronte di queste riflessioni, si sente quasi mancare, sarà colpa del vino rosso, pensa ancora per un attimo. Poi si alza lentamente dalla sedia girevole con i braccioli e il poggiatesta, raccoglie il portaritratti che per molti anni è stato sopra l’angolo del piano della scrivania e se lo ficca in tasca. Quindi esce, indifferente all’ora indicata dal grande orologio sul muro in fondo al corridoio, raggiunge le scale, scende al piano terra e se ne va: niente di meglio che avere qualcosa di importante da fare in un pomeriggio come quello, pensa sorridendo, confrontato allo starsene seduto su una sedia fingendo qualcosa senza alcun significato.

Bruno Magnolfi

La finestra socchiusa.





Lei lo ha visto, lo ha guardato solo un momento. Lui si è girato, come altre volte, a mostrarle che era attratto da quel suo viso, dagli occhi, dai suoi modi pacati. Un’ombra è passata tra le loro finestre socchiuse, solo un attimo e le cose sono sembrate inevitabilmente diverse: lei è rientrata, ha accostato la tenda, lui ha finto di interessarsi a qualcosa sopra al suo davanzale. Non importa, ci saranno altre occasioni, importante rimane l’impalpabile linguaggio dei loro sguardi, che contemporaneamente indica tutto e anche niente, fino a mostrare quanto il pensiero e la fantasia siano forti, superiori ad ogni altra cosa.

Bruno Magnolfi

L'urlo dei pensieri.




L'urlo dei pensieri.

I ragazzi si erano stufati in fretta di giocare al pallone, così si erano seduti sopra al bordo di un marciapiede poco lontano, tenendosi le ginocchia con le braccia e parlando sottovoce delle loro cose. Il babbo di uno di loro era passato poco dopo con la sua auto scarburata, aveva abbassato il finestrino e lo aveva chiamato. Lui era corso via e nel giro di mezz’ora anche il resto del gruppo si era sciolto, andandosene ognuno verso la sua casa, mentre le ultime ombre del giorno si allungavano tra i sassi e la terra di quel quartiere periferico.

Andrea era rimasto in silenzio ad ascoltare gli altri, poi, quando se n’erano andati, aveva salutato tutti con un ciao imbronciato e si era allontanato da solo, perché era l’unico che abitava in un appartamento delle case minime, un gruppo di abitazioni di legno messe su in fretta dopo il terremoto in una zona fuori mano, e poi rimaste lì, a degradarsi poco per volta in quei dieci anni, giorno dopo giorno. Non gli piaceva tornarsene dai suoi, preferiva tirare tardi insieme a qualcuno dei ragazzi, quando era possibile: c’era in casa quel clima perennemente teso, una guerra continua anche soltanto per delle stupidaggini, e lui, nonostante il suo silenzio e gli occhi bassi, a volte comunque riusciva a fare le spese di qualcosa di cui non aveva minimamente colpa.

La strada polverosa girava attorno ad un gruppo di orti di fortuna, recintati alla meglio, e qualche povero cane, rinchiuso nelle cucce di lamiera, abbaiava e guaiva al minimo sentore di qualcuno nelle vicinanze. Andrea si era fermato, si era guardato attorno, infine senza far rumore era andato a sedersi su una grossa pietra lì vicino: non aveva voglia di tornare a casa, continuava a ripeterselo continuamente, avrebbe fatto di tutto pur di non sentire i soliti urli e assistere alle medesime scenate di ogni giorno. I cani in poco tempo si erano acquietati, e lui, nella sua equilibrata solitudine, aveva respirato l’aria fresca della sera, quel silenzio meraviglioso, quella pacatezza che regnava accanto agli orti ormai deserti a quell’ora.

Sarebbe diventato grande tra qualche anno, pensava, le cose sarebbero state facili e naturali per lui, così come lo erano state per suo fratello e per tutti gli altri ormai adulti, e avrebbe anche lui potuto dire in faccia a chiunque le sue idee e le sue opinioni, facendosi ascoltare, e si sarebbe fatto in fretta una reputazione, la calma sarebbe regnata in casa sua, ognuno avrebbe potuto esprimere in piena libertà ogni proprio singolo pensiero. Era solo questione di tempo, tutte le cose si sarebbero aggiustate, ma non poteva lui pretendere adesso una qualche scorciatoia, era evidente, e se non sopportava il continuo litigare dei suoi genitori, doveva solo convincersi che tutto questo non sarebbe continuato così per molto tempo.

Nessuno gli chiedeva mai la sua opinione, ma era solo perché lui preferiva starsene perennemente in silenzio, e tutti in genere lo lasciavano in disparte di ogni cosa, come se Andrea non avesse un suo parere. Ma sarebbero cambiate le cose, lo sentiva, era sufficiente far passare un po’ di tempo, e lui avrebbe spiegato a tutti cosa pensava veramente, quali erano le idee che gli passavano continuamente nella testa e qualche volta parevano quasi urlare dentro di sé. Ormai era buio, non c’era altro da fare, adesso doveva proprio rientrare a casa sua, così si alzò da quella pietra incamminandosi verso quel buffo gruppo di alloggi di legno poco lontano, e nello stesso attimo un cane uggiolò, riportandolo all’improvviso alla realtà: volse la testa come per cercarlo tra quegli orti, anche se era tutto scuro, e d’un tratto seppe di volergli bene, anche se non sapeva di preciso neppure dove fosse.

Bruno Magnolfi