martedì 12 luglio 2011

Uno per volta.


Uno per volta.

C’era buio in tutto il corridoio, tanto quasi da infondere una leggera ma tenace sensazione di oppressione, come se soltanto aprendo la finestra in fondo a quello spazio piuttosto ristretto si fosse potuto respirare davvero. Il silenzio regnava. Una specie di scricchiolio però era parso giungere da dietro una porta che si apriva a metà di una parete, senza che ne fosse comprensibile la natura. Angelo era fermo, osservava la finestra con gli scuri accostati che separava il corridoio dallo spazio all’esterno, tanto che si intravedeva, lungo quegli spiragli attorno ai vetri, delle lame di luce che parevano pressare per entrare il più possibile dentro.

Una lieve risata remota si faceva strada da qualche parte, come se niente fosse importante, se non quella leggerezza stentorea, l’indifferenza per qualsiasi preoccupazione. L’aria era ferma, il caldo invischiante, denso, ai limiti del sopportabile. Angelo si mosse, arrivò fino alla porta, mise la mano sulla maniglia. Buonasera, disse qualcuno alle sue spalle. Una donna con un piccolo cane al guinzaglio lo stava osservando da dietro senza interesse, lui non ebbe neppure l’istinto di rispondere in maniera adeguata a quel saluto. Venga pure, disse la donna entrando avanti a lui dentro alla stanza. Angelo la seguì senza trovare altro da aggiungere.

Si sedettero entrambi, lei appoggiò la borsa sul tavolo e il piccolo cane si acciambellò in una cesta di vimini sul pavimento al suo fianco. Angelo disse qualcosa, senza convinzione, la donna sorrise, consultò qualche cosa che aveva di fronte nella lieve luce della lampada, poi prese una pausa. Accese una grossa candela rallentando i movimenti, infine alzò lo sguardo sulla sua faccia. Mi spieghi soltanto il suo pensiero principale, disse con voce pacata.

Angelo si accomodò sulla seggiola stringendo i braccioli di legno, osservò la luce della candela, infine disse: da un po’ di tempo sono diventato insicuro; cerco di fare le cose di sempre e mi viene ogni volta più naturale chiedermene il motivo, tanto da tendere a non combinare più niente. Resto in silenzio, da solo, certe volte, tormentato da mille preoccupazioni che prima non avevo. Non mi pare ci sia niente di diverso nella mia vita, se non questo abbattimento che non so neppure spiegarmi da dove derivi.

Il cane si era scosso conformemente alla fiammella della candela, la donna aveva abbassato lo sguardo lasciando una pausa, e infine aveva detto, come scolpendo la frase sopra una pietra: chiedersi il perché delle cose, è naturale; le risposte vanno cercate dentro di noi. Angelo aveva ascoltato con scarsa convinzione, poi aveva detto, muovendosi ancora un po’ sulla scomoda seggiola: non trovo alcuna risposta. La donna si era sollevata all’impiedi, si era spostata verso un lato di quella stanza, infine aveva spiegato: non posso aiutarla, il problema che pone è di tutti; posso ascoltarla se vuole parlare, e forse in questa maniera può riuscire a trovare i motivi della sua depressione. Altro per me è del tutto impossibile, il resto dipende da lei.

Angelo guardava perplesso le carte sopra il piano del tavolo, senza interesse, infine disse: va bene; e si alzò dalla sedia. La donna lo seguì con lo sguardo in silenzio, lui arrivò fino alla porta, infine, voltandosi, disse soltanto: se mi viene voglia di venirle a parlare, allora, prendo un appuntamento con la sua segretaria? No, venga direttamente, disse la donna, forse anche aspettare il suo turno nel corridoio può esserle utile.

Bruno Magnolfi

domenica 10 luglio 2011

La comprensione del senso.



L’uomo resta fermo sulla banchina del porto, le mani sprofondate nelle tasche della sua giacca, il cappello con la tesa di poco sopra gli occhi, quasi a nascondere qualcosa del viso. Osserva l’acqua scura che oscilla lievemente sciabordando sul cemento del molo. Dall’altra parte forse devono iniziare le operazioni di carico di una nave ormeggiata e quasi immobile, senza alcuna attività apparente, che si direbbe deserta se non fosse per uno scroscio d’acqua gettato in mare su un fianco dalle pompe di sentina. Forse deve partire, tra qualche ora, o domani, chissà. Intanto in giro non si vede nessuno. La luce verde e l’altra rossa che segnalano l’imboccatura della rada, lampeggiano con regolarità, la sera avanza, l’uomo si siede sopra una grossa bitta d’ormeggio.

Oltre la diga foranea del porto, il mare lontano lascia biancheggiare la cresta delle onde più grandi, qualche gabbiano plana mansueto trasportato dalla brezza salmastra. L’uomo si alza, riprende a camminare con calma restando vicino allo spigolo del molo, continua ad osservare qualcosa nell’acqua, i suoi passi scricchiolano sui frammenti di ghiaia. Più avanti un anziano pescatore con la canna ha tirato su qualche muggine, l’uomo va verso di lui, si avvicina fino a tre o quattro metri, poi si ferma come ad osservare la sua operazione per tirare su un altro pesce, ma subito dopo lo lascia alle spalle e procede.

I pensieri si intrecciano, arrivano a gruppi, a cascata, ma spesso sembrano intenzionati a interrompersi, come non ci fosse alcuna necessità della loro presenza. L’uomo arriva alla fine del molo, il vento si sente in quel punto, deve tener fermo il cappello sopra la testa se non vuole vederlo finire nell’acqua. Poi torna indietro, ripassa alle spalle del pescatore che ora sta riponendo la sua attrezzatura: il sole dietro le nuvole ormai è già tramontato, ancora pochi minuti di luce, poi sarà buio. L’uomo guarda di nuovo la nave: si sono accese delle luci sul ponte e nelle cabine e si sente il ronzio del motore che lascia un velo di fumo su in alto. Sicuramente deve partire, pensa l’uomo; tra qualche ora, o domani, chissà, ma questo pensiero gli pare la chiave di tutto, e si sente rasserenato da quella consapevolezza: qualcosa si muove, procede in avanti, pensa ancora; non è vero che siamo tutti fermi ad aspettare la morte.

Bruno Magnolfi

(Profilo n. 9). Accanto al muro.




Mi soffermo ad osservare la campagna, certe volte, quella che si vede da qui, oltre questo vecchio muretto di pietre che costeggia la strada dietro al paese, mentre serpeggiando scende dalla nostra collina. Incontro qualcuno, ci salutiamo, ma basta uno sguardo, non c’è bisogno di dirsi qualcosa, assaporiamo la giornata che scorre con la coscienza di chi non ha orpelli per gli altri e neppure ne chiede.

Tutti riconoscono in me una persona di margine, uno che passa le giornate da solo, con cui è bene tenersi a distanza, non si sa mai cosa potrebbe inventare. Mi muovo di un passo, appoggio una mano sul muro, guardo la fila di cipressi più in basso che sembrano tante persone silenziose mentre camminano proprio come faccio io, lungo il bordo di questa anonima strada.

Il mio disagio è il pensiero: troppo spesso lascio che porti la mia mente lontano da qui, sempre partendo da questo scorcio di campagna, da questa macchia di verde sfumata dai tempi delle stagioni. Passa una donna che conosco, mi dice con voce squillante che oggi è una bella giornata, annuisco, lascio che scorra mentre sorrido e la osservo.

Ci si guadagna la rispettabilità giorno per giorno, penso, poi a volte la si perde in un attimo, e infine siamo qualcosa di incasellato per sempre. Non ha alcuna importanza, guardo la donna da dietro e forse vorrei stringerla a me, spiegarle quanto sia stato bello sentirmi salutare a quel modo, rendermi conto di essere anch’io una persona, lasciato per rispetto al mio gioco di sempre, a questo osservare da qui ciò che si vede.

E’ il punto di osservazione la cosa importante, penso: basta spostarsi di poco, appena un’inezia, e tutto cambia in un attimo. Riconosco una macchia di lecci, là in fondo, e col pensiero mi spingo là dentro, come un animale del bosco. Un giorno prenderò questa strada, penso, forse camminerò in avanti senza fermarmi, e continuerò così fino a percorrerla tutta, senza voltarmi.

Bruno Magnolfi

sabato 9 luglio 2011

Via da qui.



Elisa adesso era rimasta da sola a quel tavolino,sotto agli ombrelloni bianchi del bar all’aperto. Non era stata capace di parlare sinceramente all’amica con la quale aveva passato quella mezz’ora, e anche se qualcosa superficialmente aveva accennato, adesso pensava di scriverle un biglietto nel quale con due parole avrebbe cercato di spiegare che lei se ne andava, ormai aveva deciso, via da quella città, da quelle strade che adesso sentiva quasi ostili, non sue. In fondo le pareva una scelta ormai fatta e archiviata, non le era facile neppure ritrovare le ragioni precise che l’avevano spinta fin lì, ma era in questa maniera che andavano le sue cose, ne era convinta, ormai nella sua testa era tutto ben stabilito.

Il suo lavoro di cameriera d’albergo lo poteva svolgere in qualsiasi altro posto, era da tanto tempo che lo pensava, da qualche parte avrebbe sicuramente trovato dove occuparsi, non c’era assolutamente bisogno di darsene ulteriore pensiero. Aveva due soldi da parte, sarebbero bastati per ripartire. Elisa si guardò attorno, spense la sigaretta nel posacenere di plastica, poi si alzò dal tavolino. La giornata era bella, la luce della tarda mattinata era forte. La sensazione che ultimamente aveva provato in qualche occasione parve ad un tratto riprendere vigore dentro di lei: sentiva la nausea per quelle strade, per quella gente, come se tutti fossero lui, quel vigliacco che le aveva inventato un sacco di storie e che adesso pareva si fosse stufato continuando addirittura a negarsi alle sue telefonate.

Ma in fondo non le importava, quella storia si era subito mostrata balorda, lei lo aveva capito, non riusciva neppure a spiegarsi come avesse potuto cascarci in quella maniera. Ci voleva niente però ad attraversare la strada, preparare con calma la sua valigia, sistemare quelle due o tre cose rimaste in sospeso e salire sul treno, destinazione qualsiasi, pronta per una nuova avventura. Le scappava da ridere, così si faceva, pensava, senza lasciare niente alle spalle, come seguendo un semplice percorso mentale. Una macchina in mezzo alla strada l’aveva sfiorata, strombazzando alla sua sbadataggine, poi Elisa quasi senza averne coscienza aveva raggiunto l’altro marciapiede, era arrivata davanti al portone del palazzo dove stava il suo monolocale e si era fermata un momento, indecisa. Si era guardata attorno sentendosi ormai all’orlo di qualcosa, aveva tirato fuori la chiave e le era venuto da piangere, ma aveva saputo controllarsi.

A tratti le pareva di essere forte, convinta delle cose da fare, e in altri momenti avrebbe avuto voglia di disperarsi, di lasciare a qualcun altro il compito di indicarle il percorso migliore da prendere. Restava lì davanti, ferma, con le chiavi dentro la mano, pensando alle sue cose fino quasi a farsi scoppiare la testa, indecisa di tutto, persino se muoversi subito o se invece aspettare. Si accostò una vettura che lei riconobbe: era lui, e ad Elisa già soltanto farsi trovare in quella situazione emotiva le dette fastidio. Lui scese, con calma, le andò vicino, la salutò senza guardarla, Elisa osservava i suoi gesti, i suoi modi che conosceva perfettamente, restando immobile lasciava che fosse lui a farsi avanti, a mostrare le sue buone ragioni, se ne aveva. Passò un attimo, poi lui disse qualcosa, una sciocchezza, una parola qualsiasi, e lei non aprì neppure la bocca, però si volse, infilò la chiave nella serratura ed entrò, senza darsene fretta. Poi richiuse il portone.

Bruno Magnolfi

domenica 3 luglio 2011

Incontrarsi.

Comprendere chi si è realmente è l'esame esistenziale per eccellenza: in fondo, vivere vuol dire proprio questo, incontrarsi con se stessi.

sabato 2 luglio 2011

Corsa insensata (ripresa cinematografica n. 2).


Corro per strada, la faccia spaurita, i muscoli delle braccia e delle gambe che si muovono ritmicamente con tutto il corpo. Le persone mi incontrano e mi guardano un attimo, ma non ho tempo, devo arrivare con grande fretta, sempre più in fretta.

Gastone ha la fronte sudata, non è abituato agli sforzi, la sua faccia traduce sforzo e paura, bisogno di andare, di vivere, necessità di spingersi oltre. L’aria è quella di un giorno qualunque, ma qualcosa non torna, qualcosa non è come dovrebbe.

Continuo a correre tra le persone, anche se so che dovrò fermarmi, non ci sono altre possibilità, forse lo sanno anche loro, niente può continuare in eterno, questa è la logica, ma io non lo so, non riesco a immaginare quando i miei piedi si fermeranno, quando le mie braccia dovranno abbandonarsi sui fianchi, quando resterò lì, immobile. Il marciapiede è largo, proseguo a correre nonostante il mio ritmo ormai sia allentato, si vede probabilmente lo sforzo fin sulla mia faccia, qualcuno forse potrebbe anche riderne, ma tutto questo non ha alcuna importanza.

Accanto a Gastone qualcuno lo incita ad andare più avanti, qualcosa gli dice di spingersi oltre, quasi senza pensare, come un gesto da compiere e basta. Lui ormai è senza fiato, non resiste così, rallenta, inciampa sul marciapiede pieno di gente, prosegue traballando ormai preda di quello sforzo, di quella fatica.

Cerco con gli occhi qualcuno che capisca il mio stato, mi fermi, mi dica che forse non c’era necessità di questa mia prova, che comunque tutto è andato nella maniera prevista, non c’è più bisogno di spingersi oltre, è sufficiente così, sono stato capace di un gesto importante, questo verrà sicuramente riconosciuto. Ma nessuno di loro mi guarda, ognuno mi scansa mentre passo in mezzo alla gente, la mia corsa è ormai disordinata, qualcosa che forse mette paura, e non interessa nessuno, così sono sempre più solo, inevitabilmente da solo.

Due o tre persone seguono Gastone con gli occhi, cadrà a terra tra non molto, lo sanno benissimo, sarà necessario rialzarlo, dargli coraggio, spiegargli che deve lasciare ad altri la possibilità di occuparsi di lui, delle sue condizioni, del suo stato inadatto a proseguire così. La solidarietà è il gesto più umano di tutti, deve capirlo, deve lasciarsi sorreggere.

Ho voglia soltanto di gettarmi per terra, di trovare qualcuno che mi comprenda, che mi renda quel fiato che adesso non ho, che mi faccia rimettere da questa fatica, che mi spieghi, forse, come fosse possibile arrivare senza lo sforzo, senza questa fatica pazzesca che adesso pare non serva neanche, che non serva più a nulla.

Bruno Magnolfi

venerdì 1 luglio 2011

Scena n. 19. Più importante di tutto.


Sono io, dice Gerri ancora prima di entrare sul palco. La donna seduta si volge nella direzione da cui proviene la voce, solleva lo sguardo verso il pubblico assumendo un’espressione perplessa, poi lo riabbassa tornando alle sue cose. Lui, appena entrato si ferma, appoggia le mani sulle ginocchia come mimando la grande fatica che ha fatto per arrivare fin lì, guarda in basso, fa due o tre forti respiri, poi dice: si, sono qui, sono tornato di nuovo.

La donna prosegue con le mani indaffarate sul tavolo a rinfilare alcune piccole perle di vetro colorato ad una collana, e dopo un istante, senza neppure muoversi di un solo millimetro, dice: e cosa saresti venuto a fare, stavolta, Gerardo? Gerri la guarda come se quella fosse la domanda più assurda che potesse ascoltare, infine, dopo una pausa, dice: soltanto oggi mi sono reso conto che in tutti questi anni, da quando ti ho conosciuta, non ti ho mai parlato della cosa per me più importante di tutte. Però adesso, entrando qui dentro, nella tua casa, trovandoti qui, come sempre, calma, tranquilla, come ti ho sempre veduta, mi sembra che quanto avevo da dirti tu lo possa quasi sminuire con la tua impassibilità, che tu possa addirittura restare indifferente a quanto io vorrei dirti. Perciò, sto pensando che forse è meglio se non dico niente.

Ma se tu non mi dici il motivo per cui sei arrivato fin qui, Gerardo, dice la donna, non potrai mai sapere quale sia la mia vera opinione in proposito, e rimarrai così con un dubbio. E’ vero, dice Gerri, questo lo so; però potrebbe in quel caso rimanere dentro di me una speranza, quella di riuscire, non so, tra un giorno, o tra un anno, a dirti questa mia cosa, ed in tutto questo tempo potrei immaginarmi nel modo che voglio la tua reazione alle mie parole, quello che potrai dire o pensare quando saprai tutto quanto, il tuo atteggiamento nel venire a conoscenza di qualcosa che non sapevi e forse neppure ti immaginavi.

Va bene, dice la donna, ma in questa maniera per me è come se quanto tu avevi da dirmi non avesse alcuna importanza, non esistesse per niente, in quanto non so neppure di che cosa si tratta. Oppure secondo te dovrei provare qualche curiosità solo perché mi hai parlato in questa maniera? No, niente affatto, dice Gerri. Non puoi essere curiosa di qualcosa che non sai cosa sia, e poi, in tutti questi anni da quando ci conosciamo, non mi hai mai fatto alcuna domanda, perciò non penso tu abbia voglia di sapere qualcosa di me. Quello che non ti ho mai detto, a dire il vero, non l’ho mai detto neppure ad altri, e quindi si vede che è proprio una cosa che devo tenere per me.

Però in questo modo, dice la donna, potresti rimanere chissà quanto tempo a rimuginare qualcosa, Gerardo, quando al contrario adesso potresti liberartene una volta per tutte, non credi? Questo è vero, dice Gerri, però può essere piacevole trattenere per se stessi una piccola cosa, una piccola verità che si può dare agli altri in qualsiasi momento, e che proprio per questo diventa preziosa, perché si può scegliere il momento esatto in cui dirla. Ma allora, dice la donna muovendo la testa, sei venuto fin qui, Gerardo, solo per dirmi che tieni celato un segreto, qualcosa che non mi vuoi rivelare? Può darsi, dice Gerri, ma tutto questo ormai non ha alcuna importanza. Sto bene sapendo che trattengo qualcosa di cui posso parlarti quando sarà il momento opportuno, è come se avessi un regalo per te, un dono fatto di niente, qualcosa che posso donarti in qualsiasi momento.

Bruno Magnolfi