domenica 16 settembre 2012

Scena n. 10 Due donne


La donna giovane è seduta, immobile, al margine della fioca luce che emana da una lampadina al centro del palco. Dice: questa notte non sarà come le altre, gli uomini riusciranno finalmente nell’impresa, torneranno a casa vittoriosi, a testa alta, orgogliosi di tutto ciò che saranno riusciti a fare. Non so perché io sia certa di questo, ma è come se dentro me stessa non trovasse sede alcun dubbio.

L’altra donna è in piedi, curva sopra al tavolino di legno proprio sotto alla luce della lampadina, sta preparando qualcosa da mangiare, impastando acqua e farina. Dice: è una notte strana, questo si, ed è giusto che la speranza alimenti i nostri sforzi, ma tutto domani rimarrà semplicemente com’era, com’è sempre stato, e continueremo a vivere così, fino a quando dimenticheremo perfino i motivi di ogni nostro sacrificio, la tua sicurezza di adesso è solo un artificio della mente che ti viene in aiuto.

Non devi dire così, la interrompe la donna giovane, verrà pure trovato un sistema che riesce a sopraffare questo nostro dolore, questa vita da niente, queste espressioni sempre serie, costituite soltanto di rassegnazione. Sono convinta che questa è la notte che vale per tutte, gli uomini sapranno cavarsela, tenere testa al nostro cattivo destino, tornare da noi stringendo una nuova esistenza, ad iniziare da subito, da oggi stesso.

Tu sei giovane, dice l’altra donna interrompendo il lavoro per osservare le mani bianche di farina e sotto a quella la sua pelle ruvida, quasi grinzosa; non puoi ancora capire cosa significa guardare al futuro senza più avere neppure la volontà di vederlo diverso. Poco per volta ci si piega a questa realtà, si subisce ciò che ci è stato donato, arriva addirittura il momento in cui sembra che non possa essere neppure diverso da ciò a cui ormai ci siamo del tutto abituati. Ci sono stati momenti in cui anch’io come tutti mi sono detta, guardandomi dentro ad uno specchio: se non avessi mai sperato qualcosa di diverso, forse sarei stata felice; se non avessi mai fantasticato affondando la mia mente dentro a un sogno, forse oggi non mi peserebbe questa vita essenziale, di acqua e di farina. Non voglio convincerti di niente, ma forse per te questo può essere un motivo per riflettere meglio sopra la realtà, su ciò che dobbiamo attenderci, su tutto.

No, dice la giovane, questo che dici adesso io non vorrò mai pensarlo; la nostra vita sarà diversa sin da domani, ma non perché saremo diversi noi, solo perché sarà migliore la nostra condizione, sollevata da questa cappa nera che ci obbliga spesso ad essere ostili ognuno contro gli altri. Non ci vuole molto, è sufficiente cambiare quei principi che ci costringono continuamente ad essere così, il resto dipenderà solo da noi, dalla nostra volontà. I nostri uomini sapranno dar battaglia a tutta questa condizione, ne sono sicura, il futuro sarà il nostro riscatto. Ecco, ascolta, sento già le loro voci, stanno già tornando, sono qui.

Bruno Magnolfi

Scena n. 6. Conservazione dello stato raggiunto

L’uomo giunge di corsa nello spazio di luce che i faretti disegnano sul palco. E’ colpa mia, dice subito ad alta voce, come strappando a se stesso una confessione. Muove le mani, gesticola, appare disperato. Dice: non so neanche io come abbia fatto, come sia potuto accadere. Stavo lì, seduto al mio tavolo, e lasciavo che la vita spostasse lentamente i suoi oggetti, guardando i bellissimi colori di cui si vestivano, quelle forme meravigliose che assumono in tantissimi casi.

Mi godevo l’esistenza, insomma, le mani appoggiate sopra ai braccioli, le gambe distese, in completo riposo. Niente richiedeva qualcosa da me, se non l’osservazione svagata di quel grandissimo caleidoscopio, senza alcuna preoccupazione diversa, senza pensieri, nessun disagio. La mia mente era aperta, eppure qualcosa intervenne a cambiare il mio stato: rimasi abbagliato da un elemento che non conoscevo, a cui prima di allora non avevo mai dato retta: la conservazione di quel mio stare bene, il cercare di rendere inamovibile la mia posizione, ecco quale fu la molla di tutto.

Immaginai di perdere, per colpa di qualche persona invidiosa, quel mio stato prezioso, e così cercai di prevenire un’eventualità di quel genere. Iniziai a pensare sempre più spesso che ci fosse qualcuno che volesse mettersi alla pari con me, o che addirittura desiderasse insediarsi al mio posto. Mi guardai attorno, iniziai ad essere sospettoso di tutti, continuai cercando nelle parole delle persone quelle sfumature più ambigue, quelle frasi che apparentemente non significavano niente, ma che nascondevano a mio parere precise volontà.

Lasciai tutto, tolsi le mani da quei soliti braccioli, mossi le gambe, abbandonai la mia posizione che tanto mi era piaciuta, per ritrovarmi solo e noioso, sospettoso, pieno di acredine verso chiunque. Il resto è ben facile immaginarlo: non riuscii in alcun modo a tornare indietro, neppure imponendomelo. Continuai ad isolarmi, a prendermela con chiunque per ogni minima cosa, a non vedere più quel mondo che mi era apparso bellissimo, fino ad arrivare alla sofferenza di oggi, che non so abbandonare, e che mi pervade, qualsiasi cosa io faccia.

Mia moglie mi guarda la sera tardi, mentre cerco di neutralizzare la concorrenza che ha compreso quale sia il mio punto debole, e forse ha pena di me. Io perseguo ad indagare su qualsiasi elemento mi appaia più strano o più insolito, e insisto ad inseguire i miei demoni, perché so che durante la notte, dentro al mio sonno agitato, loro verranno di propria iniziativa a cercarmi, per rubarmi lo spirito, la calma, il piacere, tutta quanta la mia meravigliosa esistenza.

Bruno Magnolfi

martedì 11 settembre 2012

La cosa meravigliosa.



Se guardo fuori dalla mia finestra, non credo proprio di fare niente di male, ma c’è sempre qualcuno disposto a pensare che io non abbia niente di meglio di cui preoccuparmi se non della vita che scorre davanti ai miei occhi, e che per tale ragione io sia soltanto un curioso, un impiccione, uno che sa solo prestare attenzione ai fatti degli altri. Lascio correre come sempre le occhiatacce che qualcuno indirizza nei miei confronti, non mi interessa un bel niente quello che pensano delle mie ordinarie abitudini. Apro come sempre i vetri della finestra alla bella giornata, ed appoggio i gomiti sul davanzale, poi mi accendo con calma una delle mie sigarette, e me ne rimango lì a lungo, a prendere nota di come camminano le persone lungo la strada, dei saluti che a volte qualcuno si scambia, delle espressioni che vengono usate per spiegarsi le cose.

Certe volte si affaccia una donna, sporgendosi da una finestra quasi di faccia alla mia: mi osserva per qualche secondo, scuote uno spolverino dal davanzale, poi rientra in casa, conservando un’espressione seriosa e accigliata, ma senza fare neppure una smorfia. Sono sicuro che lei sia sempre pronta a mettere a punto un giudizio deciso nei miei confronti: pensa di me che io sia un inetto, un povero sciocco che perde i suoi pomeriggi ad osservare le cose degli altri senza combinare un bel niente, però un giorno o l’altro penso che potrebbe anche cambiare opinione.

Rientro nel mio appartamento lasciando spalancata quella finestra: entra uno spicchio di sole che pare voglia spandersi iniziando dal pavimento per andare a dilagare sulle pareti, sui mobili, fino al soffitto. Mi accorgo che una luce meravigliosa accarezza tutte le cose, e in quel chiarore le ombre appena accennate delle persone che camminano lungo la strada, si delineano stilizzate, quasi scorressero le loro anime sui muri dell’appartamento e in mezzo a tutte le cose. Mi piace quel mondo che viene da me, è come non fossi mai solo, ma non posso far capire a nessuno il mio modo di essere, e forse non mi interessa neppure che qualcuno sia davvero d’accordo con me.

Mi muovo a lungo per casa, poi torno a guardare qualcosa dalla finestra: qualcuno mi vede, dalla strada mi osserva con curiosità mentre sto lì senza fare un bel niente. Torna ad affacciarsi la donna di fronte a me. Stende uno straccio su un filo tirato tra le due estremità del davanzale, e mi guarda con la medesima espressione di sempre. Buongiorno signora, le dico con un sorriso. Lei si immobilizza, muove lentamente le labbra, risponde: buongiorno, con un tono basso, quasi svogliato. Insisto: ha visto che bella giornata?, le dico; c’è nell’aria una luce forte e trasparente, viene voglia di stare qui fino al tramonto del sole. Lei non dice niente, ma mi osserva con curiosità, forse immagina che io non sia solo strano, ma pazzo. Sta per rientrare, ma io la fermo: lo sa che è la prima persona con cui parlo quest’oggi?, le dico. Bé, anche io, fa lei. Allora mi pare una cosa meravigliosa aver fatto reciproca conoscenza, concludo.

Lei rientra in casa con un mezzo sorriso, qualcuno sicuramente ha ascoltato le parole che ci siamo scambiati, avranno sicuramente da dire qualcosa di me, inventarsi magari delle critiche nuove, forse, ma a me interessa anche meno di prima. Da ora in avanti potrò parlare tutte le volte che voglio con quella donna, penso; ormai ci conosciamo, abbiamo anche qualcosa in comune, non riuscirà a fingere che non ci sia nessuno nel riquadro della mia finestra, ed io le potrò chiedere come le vadano le cose, che cosa ha preparato di buono per pranzo, e altre cose del genere, e magari in seguito riusciremo ad uscire insieme sulla strada a fare due passi, e a lasciarci guardare dagli altri. Non siamo più soli adesso noi due, questa mi pare la cosa importante.

Bruno Magnolfi


domenica 2 settembre 2012

Uno di noi.



Riuscendo ancora a conservare alcuni amici fedeli che mi fanno sapere di tanto in tanto le cose che mi riguardano, so per certo che ci sono degli individui che continuano a cercarmi al mio vecchio domicilio, presumibilmente per propormi, non potrebbe essere altrimenti, qualche nuovo contratto, o al massimo per prendere delle semplici informazioni sulla mia recente attività di autore e scrittore. Naturalmente nessuno di loro sospetta che io sia riuscito a ultimare soltanto un piccolo volume, la cui pubblicazione ha avuto, questo è vero, un certo successo, e che dopo quello, mi sia deciso a non fare nient’altro, e che, terminata quell’esperienza, io abbia smesso del tutto di scrivere.

Ho sempre sentito dentro di me la determinazione ad andarmene via, fin da ragazzo, andarmene da qualsiasi luogo o città in cui mi trovassi: è qualcosa che fa parte della mia natura, in pratica, un sentirmi permanentemente a disagio dopo essere stato per un po’ in un medesimo posto. Perfino cambiarmi di nome fa parte di questo tipo di fuga da tutto, anche se, certo, per evidenti ragioni, dopo qualche tempo si viene facilmente a sapere verso dove abbia cercato di dirigermi e in quale maniera, e soprattutto sotto che nome mi stia nascondendo. Ma a me non interessa per niente ciò che tutti possono pensare dei miei comportamenti: sono cose mie, rifletto, semplici forme di esistenza che forse non ricevono apprezzamenti dagli altri, ma che alla fine fanno parte soltanto della mia sfera privata.

Così certi miei amici mi dicono che in tanti sarebbero pronti ad offrirmi dei soldi e delle condizioni di estremo vantaggio, sotto tutti gli aspetti, se soltanto io tornassi indietro rispetto alle mie decisioni, magari riprendendo ad abitare la mia vecchia casa, ma soprattutto ricominciando a scrivere un libro; sostengono questi che sarebbe un successo sicuro, basterebbe soltanto facessi avere, a qualche professionista dell’editoria, l’incipit di un nuovo romanzo, o almeno a grandi linee del progetto di questo, oppure di un racconto pur breve, ma esaustivo della mia voglia di scrivere.

Ma a me non interessa: ciò che avevo da dire e da scrivere l’ho fatto, e si può trovare e leggere ancora; andare avanti in quella maniera per me non è proprio il caso: non ho mai avuto la stoffa della scrittore, dico sempre a chiunque mi interroghi su questo argomento, figuriamoci dover affrontare delle serate costruite di proposito per promuovere qualche nuova edizione, o dover partecipare, in qualche libreria sparsa in chissà quale città, ad assurdi dibattiti sul lato oscuro del protagonista del mio nuovo romanzo, e rispondere alle domande del pubblico soltanto per invogliarlo a comprare qualche copia del libro. No, non fa per me; anzi, mi diverto addirittura a pensare qualcosa del genere, adesso che mi sembra un’assurdità, un qualcosa che non sta più in nessun modo nelle mie corde, come spesso si dice oggigiorno.

Rimango solitario in questo paesino dove non mi conosce nessuno, e dove, nella bottega dei generi alimentari, si rivolgono a me in questo modo: buongiorno dottore; proprio a me che appena è riuscito di diplomarmi; ma lo fanno con semplicità, come probabilmente direbbero per rispetto a qualsiasi forestiero fosse arrivato fin qui. Non mi chiedono niente, nessuno di loro, però mi guardano, curiosi, osservano con attenzione le espressioni che assumo col viso e con le mani, perché a loro basta, sanno perfettamente che ad uno che viene da fuori e che ha una faccia come la mia, è naturale non chiedergli niente: ha sicuramente un passato alle spalle, ma è qualcosa di cui non vale la pena neanche parlare, pensano tutti; come d’altra parte tutti noi ne abbiamo uno, è normale, pensano ancora; e non ci vorrà neppure troppo tempo affinché, anche senza averci detto chi sia veramente, questo straniero diventi, con semplicità e con una grande naturalezza, proprio uno di noi.

Bruno Magnolfi


sabato 1 settembre 2012

Un libro per volta.


Mio marito è ormai anziano, e certe volte si sveglia durante la notte. Lo sento che si gira, sbatte gli occhi nel buio, cerca una costruzione di pensieri che gli possono essere utili per riaddormentarsi. Non capisco del tutto il motivo di un comportamento del genere, credo non sia assillato da grandi preoccupazioni, e neppure da gravi problemi da affrontare e risolvere.

Poi si alza dal letto, gira per casa in pigiama, va a sedersi al tavolo della cucina, restando lì anche a lungo, senza fare niente. Io fingo di dormire, però ascolto i suoi movimenti per un po’, fino a che finisco spesso per cedere al sonno. Qualche volta lui esce da casa, fa un giro a piedi nella notte per le strade di questo quartiere, e quando torna forse sente la stanchezza giusta per tornare a coricarsi e provare a dormire. Io torno a svegliarmi e a seguire tutti i suoi movimenti.

Invece lui non dorme, o almeno non subito; sta lì e immagina le cose che deve fare il giorno seguente, gli sembrano tutte facili in questa fase, e non avendo alcun contraddittorio riesce velocemente a trovare tutte le soluzioni possibili. Nel buio riesco a vedere quei suoi pensieri, li sento scorrere nella mia mente esattamente come fossi io a riflettere su quelle cose. Invece io, al contrario di lui, resto immobile, con il respiro profondo e cadenzato, il corpo rilassato in una posizione che non concede dubbi sul mio sonno, e seguo tutto ciò che lui fa e che pensa.

Mio marito in dei casi ripassa qualche ricordo: qualche volta ci sono anch’io nella sua memoria, in fondo ci conosciamo da così tanti anni; ma altre volte no, e quasi sempre lui va a rispolverare il periodo in cui era ancora bambino, i primi anni della scuola, le prime amicizie, le prime esperienze di vita sociale. Mi piace riuscire a vedere tutto questo mentre lui pensa. Mi chiedo spesso come faccia tutto il giorno dietro al suo lavoro senza crollare. Eppure va avanti così, ormai da almeno tre anni.

Naturalmente quando si parla di qualcosa, a cena o alla domenica, io cerco sempre di cadere dalle nuvole se lui accenna qualcosa che io ho seguito già attentamente durante qualche nottata. Però questo comportamento, se agli inizi sembrava divertente e anche uno stimolo in più per stargli vicino, alla lunga si sta invece dimostrando del tutto negativo: molte cose, per esempio, avrei senz’altro preferito non saperle, e poi, avere continuamente un contatto con quelle sue difficoltà, con il suo bisogno di richiudersi in sé, nei suoi ricordi e nelle sue intimità, me lo mostra sempre più debole, quasi paralizzato dai suoi pensieri e dal suo modo di preoccuparsi sempre di tutto.

Quando mi parla di qualcosa, è come se sapessi già fin dalla prima parola ciò che ha voglia di dirmi. Diventa, ai miei occhi e ogni giorno di più, un uomo vuoto, quasi incapace di suscitare in me il minimo interesse. Naturalmente io mi comporto come sono sempre stata con lui, e lui non ha il minimo dubbio nei miei confronti; ma io invece sto pensando seriamente di lasciarlo: sono anni che mi occupo di questa persona, penso, ormai tutto quello che poteva darmi lo ha fatto.

Ho bisogno di aria nuova, credo, una vita nuova, forse persino un altro uomo da accudire. Già, perché sono sicura che se dormissi assieme ad un altro, riuscirei a leggerne i pensieri esattamente come adesso accade con mio marito, e la curiosità mi trascina verso tanti uomini che osservo quando giro per la strada. Mi sento contenta quando penso a queste decisioni da prendere: sarà la cosa migliore che avrò fatto nella mia vita, penso, non posso certo tirarmi indietro proprio adesso che sono così convinta di tutte le mie cose. Mio marito si arrangerà, penso alla fine: in fondo quando si è finito di leggere un libro, non resta da far altro che iniziare a leggerne un altro.

Bruno Magnolfi



Un libro per volta.



Mio marito è ormai anziano, e certe volte si sveglia durante la notte. Lo sento che si gira, sbatte gli occhi nel buio, cerca una costruzione di pensieri che gli possono essere utili per riaddormentarsi. Non capisco del tutto il motivo di un comportamento del genere, credo non sia assillato da grandi preoccupazioni, e neppure da gravi problemi da affrontare e risolvere.

Poi si alza dal letto, gira per casa in pigiama, va a sedersi al tavolo della cucina, restando lì anche a lungo, senza fare niente. Io fingo di dormire, però ascolto i suoi movimenti per un po’, fino a che finisco spesso per cedere al sonno. Qualche volta lui esce da casa, fa un giro a piedi nella notte per le strade di questo quartiere, e quando torna forse sente la stanchezza giusta per tornare a coricarsi e provare a dormire. Io torno a svegliarmi e a seguire tutti i suoi movimenti.

Invece lui non dorme, o almeno non subito; sta lì e immagina le cose che deve fare il giorno seguente, gli sembrano tutte facili in questa fase, e non avendo alcun contraddittorio riesce velocemente a trovare tutte le soluzioni possibili. Nel buio riesco a vedere quei suoi pensieri, li sento scorrere nella mia mente esattamente come fossi io a riflettere su quelle cose. Invece io, al contrario di lui, resto immobile, con il respiro profondo e cadenzato, il corpo rilassato in una posizione che non concede dubbi sul mio sonno, e seguo tutto ciò che lui fa e che pensa.

Mio marito in dei casi ripassa qualche ricordo: qualche volta ci sono anch’io nella sua memoria, in fondo ci conosciamo da così tanti anni; ma altre volte no, e quasi sempre lui va a rispolverare il periodo in cui era ancora bambino, i primi anni della scuola, le prime amicizie, le prime esperienze di vita sociale. Mi piace riuscire a vedere tutto questo mentre lui pensa. Mi chiedo spesso come faccia tutto il giorno dietro al suo lavoro senza crollare. Eppure va avanti così, ormai da almeno tre anni.

Naturalmente quando si parla di qualcosa, a cena o alla domenica, io cerco sempre di cadere dalle nuvole se lui accenna qualcosa che io ho seguito già attentamente durante qualche nottata. Però questo comportamento, se agli inizi sembrava divertente e anche uno stimolo in più per stargli vicino, alla lunga si sta invece dimostrando del tutto negativo: molte cose, per esempio, avrei senz’altro preferito non saperle, e poi, avere continuamente un contatto con quelle sue difficoltà, con il suo bisogno di richiudersi in sé, nei suoi ricordi e nelle sue intimità, me lo mostra sempre più debole, quasi paralizzato dai suoi pensieri e dal suo modo di preoccuparsi sempre di tutto.

Quando mi parla di qualcosa, è come se sapessi già fin dalla prima parola ciò che ha voglia di dirmi. Diventa, ai miei occhi e ogni giorno di più, un uomo vuoto, quasi incapace di suscitare in me il minimo interesse. Naturalmente io mi comporto come sono sempre stata con lui, e lui non ha il minimo dubbio nei miei confronti; ma io invece sto pensando seriamente di lasciarlo: sono anni che mi occupo di questa persona, penso, ormai tutto quello che poteva darmi lo ha fatto.

Ho bisogno di aria nuova, credo, una vita nuova, forse persino un altro uomo da accudire. Già, perché sono sicura che se dormissi assieme ad un altro, riuscirei a leggerne i pensieri esattamente come adesso accade con mio marito, e la curiosità mi trascina verso tanti uomini che osservo quando giro per la strada. Mi sento contenta quando penso a queste decisioni da prendere: sarà la cosa migliore che avrò fatto nella mia vita, penso, non posso certo tirarmi indietro proprio adesso che sono così convinta di tutte le mie cose. Mio marito si arrangerà, penso alla fine: in fondo quando si è finito di leggere un libro, non resta da far altro che iniziare a leggerne un altro.

Bruno Magnolfi



Un libro per volta.