lunedì 31 dicembre 2012

Buon Anno

“I pensieri sono perle false finché non si trasformano in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”Gandhi

domenica 30 dicembre 2012

Chiuso dentro un pensiero.

            
            Era uscito dal locale quasi con stizza. Aveva perduto a carte, anche se questo in fondo non era particolarmente importante. Però non era riuscito ad essere il giocatore di sempre, spiritoso, brillante, di compagnia. Si era lasciato andare anche ad un piccolo sfogo contro la sfortuna che secondo il suo parere lo aveva perseguitato per tutta la sera, e questo non era da lui.
            Così era uscito dal circolino con l’impellente necessità di starsene solo, ma quel nervosismo che aveva accumulato lo faceva ancora star male. Perciò si era incamminato verso la stazione ferroviaria, giusto per guardare qualche treno in partenza e prendersi un caffè in quel bar quasi anonimo, in mezzo a qualche faccia che probabilmente non aveva mai visto.
            Ma alla fine si era ritrovato ad osservare la parte lucida dei binari, ad essere stanco senza il coraggio di tornarsene a casa, e ad avere sonno senza la possibilità di andare a dormire. Un barbone gli si era avvicinato senza neppure chiedergli niente, e lui aveva sopportato con indifferenza quella presenza, senza la volontà di allontanarsi o di dire qualcosa.
            Poi era arrivato un treno locale, fermandosi con un certo stridore dei freni, qualche passeggero era sceso dai vagoni e lui era rimasto ancora quasi impassibile. Non c’era alcun senso in ciò che stava pensando, eppure non riusciva neppure a riflettere qualcosa di minimamente diverso. Osservava gli sportelli aperti di quel convoglio come una possibilità di fuga da tutto, repentina, irrazionale, inspiegabile, e questa era l’unica idea che riusciva ad avere.
            Infine il barbone all’improvviso gli aveva chiesto sottovoce dei soldi, come se ognuno prima o dopo dovesse pur fare la propria parte: prima che parta, aveva detto, me lo lascia uno spicciolo? Ma lui lo aveva guardato a lungo senza rispondere, quasi incantato; e infine, come lasciando affiorare alle labbra un pensiero sofferto, aveva detto semplicemente: mi dispiace, in tasca ho soltanto il biglietto del treno, nient’altro; e con queste parole era salito senza più indugi.

mercoledì 26 dicembre 2012

Stretta dai sogni.

            
            E’ soltanto il risveglio il vero problema. Io dormo e sogno, ed il mio mondo in questa fase meraviglia per la sua ricchezza.
La donna in genere inizia la sua giornata per automatismi, assaporando a volte, insieme alla consapevolezza del giorno reale, il gusto residuo che certe volte trattiene del suo assopimento. Qualche volta, proprio per questo, lei ha addirittura provato ad annotare ciò che riesce a ricordare di quei suoi sogni, ma non è mai riuscita a restituire minimamente qualcosa di quei sapori. Così affronta la realtà, esce da casa e osserva gli altri sopra il suo autobus, quasi come figure fantastiche imprigionate all’interno di un ruolo.
            Va da suo padre, quasi ogni giorno, a tenergli compagnia un’ora o due, a sbrigare qualche faccenda per lui, a rendersi conto con attenzione del suo stato corrente. Lui abita da solo la sua vecchiaia, non troppo distante da casa della donna, e trascorre le giornate in silenzio, seduto accanto alla finestra, come in attesa di qualcosa. Lei si muove in fretta, gli fa delle domande, a volte gli racconta qualche piccolo fatto, ma non gli parla mai dei suoi sogni e di come tutto sia diverso quando questi si snodano di notte nella sua mente addormentata ma vigile.
            Anche la donna vive nell’attesa, e intanto inganna le giornate portando avanti ciò che le sembra più naturale. Suo padre non le chiede mai niente di sé, forse per pudore, forse perché secondo lui tutta la vita è soltanto riuscire ad essere concreti, realizzati nello scandire il tempo nei giusti attimi. Lei non si sofferma quasi mai ad osservarlo, però qualche volta gli tocca un braccio, o una mano ruvida, lo sfiora come per sentirne la corporalità. Le giornate si assomigliano tutte in questa maniera, eppure ciascuna ha una sua peculiarità, una qualche caratteristica propria.
            Lei torna a casa, rivedrà suo padre la mattina seguente, gli porterà qualcosa di buono da mangiare, forse, starà di nuovo con lui, a tenergli un po’ di compagnia, perché certe volte ha paura che la solitudine per lui poco a poco diventi un disturbo o un malore. Nel pomeriggio si occuperà della sua famiglia, del marito, della sua casa. Sarà esattamente ciò che ognuno si aspetta che sia, senza minimamente cercare qualcosa di diverso. Certe volte poi la donna si siede a pensare, senza un oggetto preciso a cui riferirsi, e immagina tutta la sua giornata come una lunga pausa di sospensione nell’attesa dei sogni che coroneranno come sempre il suo sonno notturno.
            In molte occasioni le pare una forma solo egoistica la sua, ma non può farci niente. La rende felice quel suo pensiero, e la coscienza che tutto il suo tempo prima o poi terminerà in quel cullarsi di immagini oniriche, per lei è più importante di tante altre cose; ed anche se sa che i suoi sogni sono solamente proiezioni positive della sua fantasia, ugualmente è contenta soltanto al pensiero che la sua mente riuscirà ancora a vagare in quei suoi mondi fantastici, e forse questo, anche se non è sufficiente a darle una serenità che comunque non riesce quasi mai ad avere, sa che è comunque qualcosa di estremamente importante, almeno per lei.
            Bruno Magnolfi

Arriva Natale...


Distanza di sicurezza

             
            Ero entrato nel piccolo appartamento alle spalle di quella signora che neppure conoscevo, ma alla quale avevo spiegato, con poche parole pronunciate sottovoce sulla porta, di essere un amico del figlio, e di avere notizie di lui. Ristagnava un vago odore di minestra nell’aria, e forse di chiuso e di mobili vecchi. Ero stato fatto sedere presso il tavolo del salottino, e la signora, in piedi, tenendosi le mani, mi aveva presentato rapidamente a sua figlia, una ragazza non bella e forse timida, che era rimasta in disparte e in silenzio, alzando appena il suo sguardo giusto un momento.
            Avevo spiegato con poche parole di non essere propriamente un amico, ma anzi di avere conosciuto Armando solo nell’arco di due o tre giorni, quando casualmente ci eravamo ritrovati insieme, a fronteggiare una situazione complessa quale quella di sopravvivere in qualche maniera in una terra straniera. Per me era stata solo una condizione momentanea, dicevo, ma lui non aveva più documenti, e per questo motivo mi aveva spiegato che non poteva arrischiarsi a varcare il confine e rientrare nella sua patria; e d’altra parte neppure cercare un lavoro era qualcosa in cui potesse facilmente confidare. Così stava vivendo alla giornata, spiegavo alle due donne, senza più un soldo né un indirizzo a cui farsi spedire un aiuto da voi o da chiunque altro.
            La signora sembrava comprendere perfettamente le mie parole, anzi, sembrava che fosse già preparata ad un rapporto del genere, tanto che fermò ad un tratto le mie parole giusto per chiedermi di quale città si stesse parlando e in che situazione fisica avevo trovato il suo Armando. Dissi che lui stava bene, almeno in apparenza, soltanto cercava di non dare troppo nell’occhio, e quindi si spostava continuamente, tanto da non permettermi di sapere con esattezza se attualmente fosse ancora nello stesso luogo in cui lo avevo lasciato, oppure no. In ogni caso è una persona che sa cavarsela, dissi con forza, sicuramente troverà la maniera di uscire da quella situazione.
            La signora era rimasta in silenzio sulle mie ultime parole, tanto che per uscire da quell’aria di imbarazzo che pareva aleggiare, stavo per alzarmi e prendere congedo da lei e da sua figlia, quando quest’ultima disse qualcosa, come parlando tra sé: voglio andare da lui, spiegò con una smorfia del viso; ho bisogno di vederlo di persona, o almeno di andare a cercarlo, anche se ho capito che non sarà facile. Dissi in due parole che era una faccenda complicata e pericolosa, che sconsigliavo vivamente, ma lei insisteva, quasi come una ripicca, o forse un proprio bisogno di staccarsi per un po’ di tempo da quella casa. In ogni caso spiegai con precisione dove avevo lasciato Armando l’ultima volta che lo avevo veduto, per il resto, dissi, ci vuole soltanto un po’ di fortuna.
            Quindi mi alzai, mi accorsi che la signora stava rigidamente in silenzio, come conservando una grande dignità, e ugualmente mi accompagnò verso la porta senza aggiungere una sola parola. La figlia, al contrario di ogni mia aspettativa, iniziò a dire che in quella casa c’era bisogno di Armando, che lei lo doveva trovare, che non poteva esserci nessuna soluzione diversa, quello era il suo compito, quella la missione a cui era chiamata. La signora mi guardò un momento negli occhi come a spiegare con uno sguardo ciò che non poteva con le parole, io le strinsi la mano ed uscii, ma fu mentre scendevo le scale che sentii urlare: lo amo, è un amico di Armando, voglio dedicargli la vita, andremo insieme a trovare mio fratello, lui saprà dove dirigersi. Raggiunsi la strada allontanandomi velocemente da lì, poi, più tardi, quando mi ritrovai con Armando, gli dissi soltanto che le cose che mi aveva precedentemente fatto presente, purtroppo non sembravano affatto cambiate. 
            Bruno Magnolfi

domenica 16 dicembre 2012

Sofia.

Come un aquilone senza corda e una farfalla senza ali, mia madre mi ha insegnato a volare con i sogni.

domenica 9 dicembre 2012

Sofia.

"Ogni bambino che nasce è in qualche misura un genio, così come un genio resta in qualche modo un bambino." (Arthur Schopenhauer)