domenica 13 novembre 2011

Il percorso per giungere alla fine.



“…In fondo non ha alcuna importanza che tu scorra rapidamente o meno queste parole. Tornerai a rileggerle più di una volta, ne sono sicuro, ne cercherai in fretta la fine, la conclusione adatta che serva a giustificare l’insieme, il ragionamento, e ti convincerai poco per volta che non c’è un vero senso che sorregge le cose, ti renderai conto che tutto spesso è precario, anche la struttura stessa di un discorso che, al contrario delle apparenze, vorrebbe essere logico…”.

Lei ripiega il foglio di carta che ha tra le mani, allontana lo sguardo, sa che non ha ancora compreso ciò che sta dietro alle frasi che ha appena letto, eppure sente la voglia di piangere, di disperarsi per qualcosa che avverte dentro di sé, pur non comprendendone il senso. Forse tutto è solo giocato attorno a qualcosa che riesce ad avvertire come di fondamentale importanza, eppure non sa proprio come riuscire a gestire quel qualcosa, comprenderlo appieno, ricavarne correttamente una visione d’insieme. Sa che tutto, d’ora in avanti, precipiterà senza rimedio, ne è certa, ma non riesce neppure a spiegarsi il perché, sa soltanto di essere assolutamente sicura che sarà proprio così, esattamente.

La logica a cui si affida il discorso, indubbiamente è dentro a quelle parole che legge, ma lei non lo sa, non lo vuole sapere, riesce soltanto a comprendere che quella è una lettera d’addio, l’ultimo atto di un lungo periodo, del quale cerca, per una umana sopravvivenza e con ogni sistema che trova, di storpiarne la vera natura.

Infine si alza lentamente dalla panchina sulla quale è rimasta seduta per un tempo più lungo di quanto sarebbe stato auspicabile, riprende a camminare sul marciapiede, lungo la strada che va verso il suo appartamento. Non sa cosa prepotentemente rispondere, non sa come sia meglio ribellarsi a quanto le accade, ma all’improvviso i suoi sentimenti sembrano qualcosa di inutile, quasi di decisamente dannoso: vorrebbe quasi infilarsi in un angolo dimenticato del mondo e non avere più alcun rapporto con essere vivente, ma decide in un lampo che non farà mai una cosa del genere. Poi sorride tra sé a quell’immagine, cercando una maniera per ritrovare la capacità di reagire. S’immagina la sua giornata tra un mese, o tra un anno, in cui solo un ricordo nostalgico di qualcosa che si è manifestato in un periodo della sua vita sarà ancora presente, ed avrà allora la coscienza precisa di quel solo ingrediente tra le sue cose, che doveva per forza mescolarsi così con tutto il resto.

Poi torna a sedersi, gira quel foglio dalla parte bianca, prende una penna dalla sua borsa, e scrive con decisione, quasi di fretta:

“Non tornerò a rileggere niente; non per capriccio o per una reazione un po’ isterica, quanto perché già da tempo era proprio così che avevo pensato dovessero andare le cose, e il dispiacere che provo è solo il semplice rendermi conto che non ci poteva essere una strada diversa. Giusto, tutto è precario, specialmente se non è sostenuto dalla volontà di chi potrebbe sorreggerlo, mostrando così quanta indecisione ci sia nei propri pensieri. Ed è esattamente quella, l’insicurezza, che ha la capacità di confondere l’importanza profonda di questo lasso di tempo, vissuto in maniera completa e meravigliosa, con la sua conclusione. A me resta molto di tutto il periodo, ed è questo per me l’elemento importante…”.

Così, torna a ripiegare quel foglio di carta: non avrà bisogno di busta, pensa adesso con spirito rinfrancato; consegnerà il suo messaggio di persona, in un luogo affollato dove può facilmente incontrarlo quasi fosse un semplice caso, ma non gli parlerà più, saranno solamente quelle parole la conclusione di tutto tra loro, non ce ne potranno essere altre.

Bruno Magnolfi

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