giovedì 18 luglio 2013

Qualcosa da riconoscere.

            
            Credo sia oggi la giornata giusta, pensa Germano come ogni mattina mentre siede dentro al vagone per passeggeri pendolari. I miei ricettori sono alzati, resto attento perfino ai più piccoli dettagli, e sono convinto che mi sembrerà addirittura naturale accorgermi della realtà quando le cose inizieranno a filare nella maniera giusta, e tutto all’improvviso mi parrà quasi fosse stato preparato a puntino dalla mano di qualcuno che ha fatto il tifo per me, fin dal primo momento. Il treno locale corre tra i palazzoni di periferia, tra due fermate lui scenderà come ogni giorno, coprirà a piedi quelle poche centinaia di metri che lo separano dal suo luogo di lavoro, e infine saluterà i colleghi con qualche battuta simile a qualsiasi altra mattina feriale.
            Certi giorni come quello di oggi, Germano sente che la sua realtà sta per cambiare, per mostrarsi diversa da sempre, ma non sa dire o pensare esattamente perché e in quale maniera: certo, gli piacerebbe avere più soldi in tasca, maggiore tempo libero, un’esistenza più interessante rispetto alla solita ordinaria monotonia. Ma non è del tutto neppure questo il suo sogno. Lui vorrebbe un cambiamento, ma non sa dire quale, e forse neppure vuole immaginarselo di preciso, non riesce a riflettere concretamente cosa sarebbe da cambiare, e in questo modo lascia che tutto, anche i suoi stessi pensieri siano dettati dal caso. Così manda avanti la sua giornata come ha fatto da sempre, ma nella sua testa si muove quell’elemento sottile che in qualche maniera gliela lascia almeno sopportare.
            Gli altri sul lavoro in genere lo vedono di buon occhio: è un ottimista, mai triste, non ti assilla con i soliti guai di tutti quanti. Eppure Germano in giornate come quella di oggi non vede neanche del tutto ciò da cui è circondato: sogna, immagina qualcosa di completamente diverso dalla realtà, ma non dice niente a nessuno, è come se restasse in attesa di qualcosa che non potrebbe spiegare, ma che per lui è comunque fondamentale. Gli altri giocano ai videopoker quando escono, perdono regolarmente un sacco di soldi e poi se ne lamentano. Lui no, non è interessato a cose del genere. Sa che qualcosa è destinato a cambiare, radicalmente, all’improvviso, ma non sarà mai un suo gesto a provocare la variazione che attende.
            La giornata di lavoro va avanti come sempre, scandendo tutti i minuti con quella lentezza che è tipica di un luogo dove quasi niente appare interessante. Germano guarda gli altri, sorride, parla con tutti durante la pausa per la mensa. A lui pare di avere un vento dalla sua parte, un elemento che lo sostiene, che gli profonde maggiore energia, più spirito, un insolito ottimismo. Infine arriva l’ora di uscire, ognuno riprende le proprie cose e si avvia verso casa. Germano sale sul solito treno insieme a molti altri, si siede, legge qualcosa su una vecchia rivista che qualcuno gli ha dato, si rilassa durante quel breve viaggio, si dimentica quasi di tutto. Poi percorre i soliti marciapiedi fino a tornare al suo piccolo appartamento, ma qualcosa lo attira, un rumore in un angolo, dentro una scatola da scarpe lasciata per terra. Un cucciolo di gatto, abbandonato a se stesso, miagolante e curioso: lo prende, lo osserva, lo rimette dentro la scatola, e infine lo porta con sé. Forse è già un buon inizio, pensa.
            Bruno Magnolfi  

martedì 16 luglio 2013

Una ragione per parlare.

            
            Non riesco a comprendere il motivo che ti porta a chiedermi una cosa del genere, aveva detto Alessio senza scomporsi. Carlo aveva osservato l’amico, e forse aveva avuto voglia di atteggiare la sua faccia ad un debole sorriso, ma non lo fece, limitandosi come a prendere tempo muovendosi lentamente dentro la stanza, fino a raggiungere la libreria piena di testi e di volumi. Poi aveva estratto dallo scaffale una pubblicazione, aprendo rapidamente una pagina a caso, e sprofondandosi con intensità, almeno apparentemente, in quella fugace lettura.
            Alessio a sua volta lo aveva osservato: non si aspettava una risposta, almeno celere; l’indole taciturna di Carlo era notoria quasi in tutto l’ateneo, e per di più non era suo solito lasciarsi andare alla conversazione diretta, rispondere a delle domande, oppure porne a sua volta, tendendo piuttosto a prendersi lunghe pause  di riflessione che spesso ne rendevano il comportamento misterioso e per alcuni addirittura affascinante.
            Forse dal corridoio qualcuno poteva aprire la porta, entrare e interromperli, pensava Alessio mentre tornava a sedersi su una vecchia sedia di legno dai braccioli sagomati, ma lui non se lo augurava, non tanto perché aspirasse a rimanere ancora a lungo da solo con Carlo, quanto perché gli piaceva assaporare quel silenzio carico di aspettative, quasi il prolungamento di una pausa subito prima di qualcosa che deve pur accadere, però il più tardi possibile, quasi che il tempo riuscisse in quei frangenti a rallentare il proprio battito.
            Carlo proseguiva a leggere, Alessio si accorse soltanto allora  che a giudicare dalla costola della copertina doveva trattarsi di un classico, forse la Tempesta, o addirittura Romeo e Giulietta, e che il suo amico forse si era semplicemente lasciato andare alla recitazione mentale di qualche famoso passaggio. Così non aveva detto niente, forse pensando che non aveva più alcuna importanza parlare, cercando adesso semplicemente di provocare quasi d’istinto un piccolo rumore, uno qualsiasi, lo spostamento leggero della sedia su cui era seduto ad esempio, come per tornare a mostrare la propria presenza dentro lo studio, semmai fosse stata per qualche motivo dimenticata.
            L’altro allora aveva chiuso il libro sorridendo vagamente tra sé, e infine, tenendo ancora il volume dentro le mani, si era volto in direzione di Alessio, si era fermato ad osservarlo con profondità, e poi aveva detto: un momento fa avevo soltanto voglia di vedere per un attimo la tua bella bocca parlare, le tue labbra schiudersi, articolare parole; così come in questo momento provo la volontà di baciarla quella tua bocca, anche se non so proprio spiegartene il vero motivo.

            Bruno Magnolfi

domenica 14 luglio 2013

Variazioni (cortometraggio n. 5).

Lei era rientrata in casa aprendo la porta lentamente e quasi in silenzio. Sei tu, Federica?, aveva detto lui dall’altra stanza. Lei non aveva risposto, però aveva tolto lo spolverino con una calma accentuata, appoggiandolo semplicemente su una sedia dell’ingresso. Cosa è successo?, aveva chiesto lui affacciandosi alla porta che dava sul corridoio e tenendo ancora in mano il giornale aperto che aveva letto fino allora aspettandola. Non lo so, aveva risposto lei senza guardarlo; all’improvviso però mi sento stufa di tutto.
            Lui l’aveva osservata quasi incredulo delle parole udite, poi aveva detto in un soffio: siediti, parliamone, cerchiamo una soluzione. No, aveva detto lei quasi attraversando la sua persona con uno sguardo freddo e deciso, con una voce all’improvviso quasi troppo alta. Devo andarmene, non posso fare altrimenti. Probabilmente solo a quel punto lui aveva avvertito tutta la portata drammatica e immediata della situazione, così aveva cercato di dire una delle prime cose che gli erano passate convulsamente nella testa, buttandola lì quasi senza cercarne propriamente il senso.
            Ma dove vuoi andare?, aveva detto in un soffio; e poi per quale motivo andartene via, così, su due piedi. Mi dispiace, aveva risposto lei ancora con freddezza, e intanto con la mano era andata a cercare di nuovo lo spolverino che le era rimasto accanto, come se tutto quanto c’era da dire, con quelle poche parole, fosse già stato detto. Devo dare coerenza alle mie idee, aggiunse, e anche alle mie sensazioni. Accettando ancora questa vita di sempre, mi sentirei soltanto falsa con me stessa e perfino con te.
            Non riesco a capire, cercava di dire lui quasi imbambolato. Lo so, lo immagino, lo interrompeva Federica; anche in me per certi versi tutto si snoda d’un tratto in modo poco comprensibile, però sento che devo fare così, altrimenti non potrò più farlo, in nessun’altra maniera. Forse è un periodo, azzardò tanto per dargli una flebile speranza; forse però sopra al mio calendario c’è scritto in questo modo sulla data di oggi: è il mio giorno giusto per fare certe scelte, ed io non posso disattenderlo.
            Lui la osservava rivestirsi notando in lei la stessa calma che aveva conservato fino allora; poi la guardava ancora avvicinarsi alla porta in fondo al loro ingresso, socchiudere l’uscio, dire ciao già da una distanza quasi incolmabile, come se quella voce fosse l’eco di qualcosa che era ormai soltanto dentro ai suoi ricordi. Mosse un passo indeciso verso Federica, ma lei aveva già richiuso dietro di sé quella porta, e la solitudine improvvisa che pareva d’improvviso calare in lui lungo il corridoio, sembrava addirittura superiore persino alla forza che gli serviva per reagire.
            Appoggiò il giornale, si volse intorno per rendersi conto di cosa rimanesse di lei dentro le stanze. Osservò i mobili, l’armadio, le stampe incorniciate sopra i muri, un piccolo vaso di fiori secchi sopra il piano di cucina. Infine raggiunse la finestra, e senza aprirla guardò fuori la strada e il marciapiede di fronte, simili a sempre, senza un solo accenno di qualche variazione. Tornò a sedersi immaginando che tutto fosse ancora da accadere: riprese il giornale, scorse in fretta l’articolo che aveva iniziato a leggere appena poco prima, ma dopo un attimo si disinteressò di tutto. Forse c’era ancora qualcosa da salvare, rifletteva; i miei pensieri adesso non possono perdere di logica; ci vuole forza, ci vuole resistenza, ed io devo pur averne di riserva nascosta in qualche angolo.

            Bruno Magnolfi

sabato 13 luglio 2013

Risate sforzate.

           Certe volte mi metto qui, seduta, quasi senza pensieri. Osservo i colori del tramonto, mi meraviglio delle sue sfumature, e lascio che la prima sera mi sollevi da questa panchina e mi porti via con sé, quasi con naturalezza. Rientro a casa come alleggerita della mia solitudine, praticamente soddisfatta per aver partecipato come spettatrice a questa manifestazione di natura, e d’improvviso, salendo i gradini del palazzo dove abito, mi sento bene, pronta ad affrontare le piccole cose ordinarie e qualche volta pesanti da cui sono circondata. 
            La mia vicina di pianerottolo spesso mi osserva rientrare dalla sua finestra: non dice niente, si limita a salutarmi sempre nella medesima maniera quando mi incontra. Non esprime mai un giudizio sui miei comportamenti, non allunga mai una parola in più, ma io so benissimo che non è d’accordo su come io affronto le giornate. Una volta la settimana pulisco le scale del nostro condominio, e gli altri giorni, rigorosamente durante la mattina, vado a fare la stessa cosa in altre palazzine del quartiere. In tanti mi salutano e parlano con me, credo di essere piuttosto benvoluta da tutti coloro che mi conoscono e mi vedono sempre indaffarata.
            Buongiorno, mi dice al contrario la vicina senza alcuna enfasi. Lei spazza la soglia del suo portoncino, scuote la stuoia che usa per pulirsi la suola delle scarpe, osserva il corrimano per vedere se c’è sopra ancora della polvere, o se qualche cicca di sigaretta sia rimasta in un angolo tra due gradini. Buongiorno, le rispondo, e al pomeriggio vado come sempre ai giardinetti poco distanti, a mettermi seduta per un’ora a leggere qualcosa, e ad aspettare che la sera mi regali di nuovo i suoi colori, fino a poco prima che la luce inizi a scarseggiare. 
            Lei mi osserva dalla sua finestra, forse anche da lontano mentre resto seduta alla panchina: immagina qualcosa di me che non riesco a togliere dalla sua mente, neppure cercando di fare tutto quanto al meglio che posso. Lei vuole mostrarmi che mi guarda, ed il suo sguardo è giudicante, anche se non si permette mai di dire una parola su di me, o sul mio lavoro.
            Vado avanti a fare la vita di sempre, però mi logoro ad incontrarla sulle scale o sulla strada davanti al nostro condominio, ed ultimamente ha iniziato a darmi fastidio anche il suo saluto, così privo di accenti, come un verso o un gesto ripetuto meccanicamente, che non dice alcunché dei suoi pensieri.  Certe volte vorrei affrontarla, chiederle cosa ci sia che non va, piangere con disperazione di fronte a lei e mostrarmi debole, pronta a contentarla se mai ci fosse questa possibilità. Invece tutto va avanti ogni giorno come sempre.
            La ripetizione dei gesti e dei comportamenti mi sta portando verso un punto di saturazione, però dico sempre dentro di me che devo resistere, devo cercare di fare in maniera che tutto questo risulti qualcosa che mi è estraneo. A volte penso che dovrei allontanarmi da tutto, prendere per strada e andare dritta, senza voltarmi, e tornare indietro solo dopo che qualcuno avrà iniziato a notare la mia assenza. Non provo odio per la mia vicina, però farei di tutto per ottenere che il suo sguardo mi evitasse, che andasse a posarsi su una qualsiasi altra persona. Stasera l’ho guardata fissa mentre mi guardava: mi sono messa a ridere, e poi ho tirato dritto. Farò così d’ora in avanti, mi sforzerò di divertirmi dei suoi comportamenti, come di un clown sulla pista del circo.
            Bruno Magnolfi

martedì 2 luglio 2013

Gioco di donna.

            
            Lei appariva completamente assorta quando qualche volta da sola ripensava a quel lungo periodo di tanti anni prima. Era ancora una ragazza a quell’epoca, e in seguito non aveva più saputo spiegarsi perché si fosse lasciata andare a fare sesso con quella gran quantità di uomini perlopiù sconosciuti, a volte anche già sposati e con molti più anni di lei, quasi che questo comportamento le potesse apportare un arricchimento progressivo della personalità. Dopo gli anni universitari si era trovata un marito, quasi a chiudere definitivamente con quel periodo, proprio come le pareva facessero tutte le amiche e conoscenti che aveva frequentato fino ad allora, e la sua vita aveva preso da quel momento in avanti un corso molto più ordinario. Adesso erano trascorsi ormai oltre cinquant’anni, e dopo il suo sofferto divorzio non aveva più voluto saperne degli uomini, anche se ancora non riusciva a spiegarsi come mai il suo comportamento avesse subito tante alternanze.
            Forse, per semplice reazione, a un certo punto aveva avuto schifo degli uomini, rifletteva ogni tanto, quasi che ogni interesse per loro da un certo momento in avanti fosse definitivamente tramontato. Aveva studiato, lavorato, viaggiato, interpretando la realtà come chiunque, senza mai neppure cercare di porsi troppo in evidenza sugli altri. E la sua scelta di entrare in una casa di riposo, per lei che ormai si sentiva sola e indifesa pur senza soffrirne, era invece stata netta, senza ripensamenti, forse perché la condivisione della giornata con altri vecchi le era sembrata perfetta per lei, un ulteriore accrescimento di sensibilità e di esperienza.
            Si era fatta un amico del cuore là dentro, con il quale ogni giorno parlava di tutto, spesso anche del passato, evidentemente, senza però mai affrontare con lui quel suo periodo più oscuro. Certi giorni lo teneva per mano, scambiava con lui tenerezze, come quasi mai era accaduto nella sua vita. Teresa, diceva lui: non ho mai conosciuto una donna simile a te. Lei sorrideva, guardava avanti, forse provava addirittura vergogna di essere proprio in quella maniera. Sono stata molto diversa da ora, diceva quelle volte sottovoce. Lui annuiva, poi parlavano d’altro.
            La scansione della giornata sembrava una certezza a cui affidare persino i propri pensieri, ma Teresa conservava per sé uno spunto di personalità che spesso brillava. Lui la cercava fin dal mattino, a volte sembravano persino inseparabili, ma c’erano giorni in cui lei era sfuggente, si metteva da sola su una sedia in fondo al salone, e pensava, semplicemente. Qualcuno si avvicinava, le diceva qualcosa, ma lei liquidava ogni intruso con un semplice gesto.
            Sono stata molto diversa, ripeteva a lui in altre occasioni. Lo so, diceva lui, ma a me non interessa come tu possa esserti dimostrata quando non ti conoscevo. Mi piaci adesso, forse perché è soltanto in questo momento che puoi manifestare con piena libertà ciò che avevi voglia di essere. Teresa sorrideva, guardava ancora qualcosa avanti a sé, forse provava la voglia di dire che c’erano stati dei grossi errori nella sua esistenza, forse sentiva il bisogno di confidare tutto quanto a qualcuno, di cercare di spiegare almeno in parte quei suoi tanti sbagli. Poi però tornava a nascondersi, ed il suo intercalare con quel passato diventava poco per volta quasi un semplice gioco, un divertimento qualsiasi, una maniera per togliere poco in qualche maniera l’importanza che quel tratto di vita poteva avere assunto per lei e per chiunque; come se perfino quello fosse un altro suo gioco tra i tanti a cui probabilmente le era sempre piaciuto giocare, semplicemente.  

            Bruno Magnolfi

Quasi niente (Pausa n. 1)

   Nella mia stanza non c’è niente che sia fuori posto. Mi volto, osservo le pareti bianche della stanza, il lampadario al centro del soffitto, tutti gli oggetti al loro posto, poi torno a guardare fuori dai vetri di questa mia finestra. Di fronte c’è soltanto il muro grigio di un caseggiato del quartiere, e certe volte come adesso mi soffermo ad osservarlo, come se lo vedessi ogni volta per la prima volta, o come se quell’intonaco ad aloni scuri di umidità e leggermente scrostato avesse assunto con gli anni e in tutto questo tempo un significato speciale.
            Mentre sono qui sento la porta socchiudersi alle mie spalle, ma non mi volto, lascio che chiunque sia resti lì sulla soglia ad osservarmi, oppure faccia la sua parte fino in fondo: dica qualcosa, per esempio, oppure formuli una semplice domanda, affermi in qualche modo la sua presenza dentro questa stanza. Passa qualche minuto e non succede niente. Il muro di fronte a me si muove leggermente verso destra, e più in alto i nembi-cumuli scorrono con la loro solita lentezza.
            Penso che questo non succedere niente sia già di per sé un importante accadimento, perciò proseguo con la mia immobilità: respiro in modo regolare, muovo gli occhi lungo gli orli degli aloni di umidità del muro, e non mi pare ci sia altro di importante a cui dar seguito. Sento la porta richiudersi alle mie spalle: chiunque sia stato per questo breve tempo dietro di me, penso, ha usato l’accortezza di lasciarmi alle mie cose, alle mie riflessioni evidentemente non condivisibili.
            Le nuvole si spostano, il muro pare inclinarsi mentre la luce sembra giungere in modo più obliquo di poco prima. Mi volto per tornare ad osservare di nuovo questa mia stanza: qualcosa di impercettibile è accaduto, penso, però non so distinguerlo. Mi sforzo, guardo i mobili, le pareti, quel lampadario al centro del soffitto. Infine mi alzo dalla sedia, mi scosto dal mio punto di osservazione preferito, mi muovo verso la porta, ma lentamente, come sospettoso, meditando con accuratezza ogni passo e ogni spostamento.
            Giro la maniglia, la porta si apre, nel corridoio non c’è nessuno. Richiudo, torno alla finestra: attenderò ancora che qualcosa accada, penso, che le nuvole forse entrino per conto proprio dentro questa stanza, scorrano lungo il soffitto e sopra le pareti, e che qualcuno le scolpisca, dia loro delle forme che siano riconoscibili, e riesca a plasmarle in oggetti veri, meno effimeri, in cose reali e concrete, quasi in fogge architettoniche, e che tutto ciò che deve succedere succeda, una volta per tutte.

            Bruno Magnolfi

domenica 30 giugno 2013

Ultima annotazione.

            
            Nella stanza adiacente a questa cameretta dove mi tengono relegato, chiuso a chiave ogni volta che qualcuno di loro esce dall’appartamento per qualche commissione, sono sicuro che in questo momento stanno parlando di me, di come giorno per giorno stia diventando sempre più un problema, e del peso che rappresento per chi, come tutti loro, sente l’oppressione della mia presenza in questa casa. Non riesco a sentire del tutto i loro discorsi, soltanto qualche parola o sillaba isolata, ma immagino con facilità il mio nome ripetuto più volte, quasi ad esorcizzare la persona che lo abita, in un crescendo di opinioni probabilmente sempre più sferzanti e cattive, dette magari con voci alterate, a malapena tenute sotto controllo, per non farsi sentire dal vicinato.
            Da un giorno all’altro attendo il verdetto che immancabilmente mi colpirà: mi toglieranno la possibilità anche di aprire un semplice spiraglio della finestra, di uscire da questa stanzetta per gironzolare lungo il corridoio e sedermi su una sedia del largo salotto; forse hanno addirittura già in mente di aumentare la dose del calmante che mi costringono ad assumere regolarmente. Vorrebbero annullarmi, questo è il punto, ne sono quasi sicuro; vorrebbero farmi sparire da qui, di davanti la loro presenza, forse trovare la maniera morale per lasciarmi richiudere in qualche istituto.
            Resisto: cerco di dormire la maggior parte delle ore del giorno, e qualche volta, quando mi sento irrequieto, magari proprio durante la notte, nel silenzio profondo di questo quartiere dimenticato, scrivo qualcosa sui margini dei pezzi di carta che trovo qua e là, strappati da qualche rivista illustrata o dai libri vecchi e ingialliti sugli scaffali. Cerco di appuntare le cose che sento, quelle che mi sembrano maggiormente importanti, utilizzando un vocabolario mentale ridotto ai minimi termini, ma che ugualmente certe volte mi pare efficace, adatto in qualche maniera a spiegare con parole semplici i miei poveri pensieri.
            Sono un essere scomodo, questa è la verità. Un vecchio rincitrullito che ha sempre cercato di parlare di tutto, di dire quello che pensa, di non vergognarsi mai dei propri modi di intendere tutte le cose. Non ho mai cercato consapevolmente di oppormi a loro, piuttosto mi è sempre sembrato importante cercare di essere onesto, giusto, capace di valori in cui credere. Ma tutto questo ormai non ha alcuna importanza: proseguo nelle mie convinzioni a tirare avanti come posso per allineare queste mie semplici parole, tutto ciò che mi resta. Infine qualcuno socchiude la porta, mi osservano per un attimo restando poco oltre la soglia. Non cambio espressione, resto fermo a guardare le loro facce, i visi seri e tirati che forse devono comunicarmi qualcosa. Non ti chiuderemo più in questa camera, dicono in fretta; ma solo se ci prometti che non scriverai più i tuoi foglietti che getti continuamente dal davanzale, e che ormai hanno attirato curiosi e sostenitori delle tue idiozie.
            Naturalmente rifiuto ancora una volta qualsiasi trattativa, anche se mi rendo conto che la mia battaglia sarà persa comunque; però sorrido, non ho assolutamente paura di loro, penso come ultima riflessione. Ho le mie parole con me, questo mi basta.

            Bruno Magnolfi