sabato 16 febbraio 2013

Ricerca di normalità.

            
            Il ragazzino è come tutti gli altri, dicono in paese. Poi però ti spiegano che se lo piazzi lì, in una stanza oscurata, e lasci che lui si concentri circondato dalle persone giuste, ecco che  all’improvviso inizia a dire delle cose che non si sono mai sentite. Come se parlasse qualcun altro al posto suo, e lui prestasse soltanto la sua voce. Storie vecchie, per la maggior parte delle volte, cose antiche, roba che nessuno conosce o si ricorda, e che sicuramente neppure lui può conoscere, ma che invece quel ragazzo sembra proprio di sapere, dicendole con chiarezza anche se con frasi contorte, spiegandosi però come se le sue parole uscissero da un’altra fonte, arrivassero da un’altra persona; lui rivela tutto come se non fosse lui a parlare, e questo succede proprio nello stesso momento in cui invece se ne rimane lì, tranquillo, a raccontare in mezzo agli altri verità stranissime, addirittura con una evidente indifferenza verso ciò che spiega e anche verso tutto il resto.
            Lo incontri per strada e naturalmente ti volti ad osservarlo: è soltanto un ragazzino, pensi, eppure sembra che abbia una luce strana che lo illumina, un’espressione sul viso che non hai mai visto, qualcosa che te lo fa sentire subito distante, differente da tutti gli altri. Ci pensi ed avresti voglia di schiacciarlo, di eliminare la sua presenza da qui, di toglierlo di torno, e che non abbia più a posare il suo sguardo di indifferenza su di noi. Lo vedi e sai perfettamente che non è uno come tutti, anche se non sai dire da che cosa dipende questo tuo giudizio, perché non c’è niente che non vada, almeno in apparenza, solo che non è uno di noi, e questo lo capisci subito.
            Però c’è anche un’altra cosa, in paese lo sanno quasi tutti: tu stai lì, certe volte, magari a bere un bicchierino al banco nello stesso locale dove per combinazione si trova anche lui; o all’ufficio postale, per esempio, in coda come gli altri, o in un negozio a comprare qualche cosa; lo vedi lì, fermo, e all’improvviso ti senti caldo addosso, un caldo da scoppiare, oppure provi un grande freddo, con dei brividi quasi innaturali. Ti sembra tutto assurdo, cerchi di scrollarti di dosso quelle sensazioni, ma non c’è niente di strano quando c’è di mezzo quell’assurdo ragazzino. E’ lui, semplicemente con la sua presenza, che sta alterando tutte le tue percezioni, e tu non puoi proprio fare niente, se non startene lì a subire quella sua influenza negativa.
            Lo guardi, e lui è immobile, con un’espressione sempre identica sopra la sua faccia, quasi come se sorridesse dentro di sé per quello che succede, o forse dei suoi strani poteri, della sua personalità così incomprensibile, almeno a noi che cerchiamo solo di mandare avanti un’esistenza normale e dignitosa. Lo lasci perdere se per caso lo incontri lungo la strada principale del paese, ma per quanto cerchi di tenertelo a debita distanza, te lo ritrovi sempre lì, a pochi passi, nelle circostanze di dove ti trovi, con la sua luce odiosa che si porta dietro, e se continui a camminare pensando ad altro o ai fatti tuoi, ti ritrovi all’improvviso sempre vicino alla casa dove abita, senza saperti spiegare come mai succede questo, e semplicemente avresti voglia di abbatterla, quella abitazione, di raderla al suolo in fretta e di sotterrarne le macerie in un’enorme buca nella terra.
            Non escludo che uno di questi giorni succeda qualche cosa: non è proprio possibile continuare a sopportare questa presenza inquietante e inammissibile. Qualcuno di noi farà qualcosa, lo so quasi con certezza; prenderanno il ragazzino e gli metteranno un cappuccio sulla testa, poi lo porteranno in qualche zona chissà dove, e gli intimeranno di non farsi più vedere nel paese. Succederà, lo so per certo, e non sarà colpa di nessuno quando accadrà qualcosa di quel genere, perché non è più sopportabile la sua presenza, e si deve pur fare qualche cosa, dobbiamo difenderci per forza da chi non ti fa mai stare tranquillo, ad occuparti delle tue cose normali.

            Bruno Magnolfi

Senza ragione.

    
            Mi sono messo seduto da solo nella saletta del bar, come al solito a quest’ora, ad attendere l’arrivo degli altri ragazzi per la partita alle carte come ogni pomeriggio. Mi piace arrivare per primo qua dentro, mi sembra di poter dominare in qualche maniera i tavoli da gioco, ambientarmi nel locale per quanto possibile, e insomma stare maggiormente a mio agio. Il barista mi conosce, come arrivo mi serve la solita birra e mi lancia qualche battuta, poi lascia che io me ne stia per conto proprio a sfogliare qualche giornale sportivo.
            Così poco dopo arriva un tipo mai visto prima, e mi fa: sei tu che dici in giro su di me delle cose inventate? Io faccio di no con la testa, non ho mai visto prima quel tizio, non è mia abitudine dire cose false. Ma lui non si da affatto per vinto, e insiste: devi smetterla bello, dice con decisione, altrimenti sarà un grosso guaio per te. Io non so che dirgli, mi scappa quasi da ridere per quella situazione ridicola, ma riesco fortunatamente a restare serio e in silenzio.
            Quello continua a guardarmi fisso, si abbassa su di me e mi dà dei colpetti sul petto con la punta delle sue grosse dita. Non sono quello che credi, fa, posso dimostrartelo in qualsiasi momento. Non ho mai avuto problemi di alcun genere, non posso certo lasciare adesso che una mezza cartuccia come te mi faccia montare su il nervosismo. Perciò piantala, altrimenti ti succede qualcosa di brutto. Poi si gira ed esce dalla saletta. Incrocio lo sguardo con il barista che sta sistemando tazze e bicchieri senza preoccuparsi di altro, io mi muovo sulla mia sedia e cerco di pensare a qualcosa che possa aver relazione con il tizio che se n’è appena andato, quando quello ecco che torna. Credo abbia sbagliato persona, penso, ma non so come dirglielo, anzi, siccome è la scusa più stupida che si sia mai sentito, evito del tutto di spiegarmi con una cosa del genere.
            Adesso lui non dice più niente, però si piazza lì, da una parte, come volesse spiare i miei comportamenti. Cerco di fingere indifferenza, ma non è facile, e i ragazzi delle carte sembra che oggi non ne vogliano proprio sapere di venire a giocare su questi tavoli. Allora finisco l’ultimo sorso di birra, mi alzo con calma e vado verso il bancone, dove appoggio il bicchiere ormai vuoto. Ne vuoi un’altra, dice il barista. Faccio di no con la testa, ma sento che il tipo mi osserva, così non riesco neppure ad essere naturale, anche se non so cosa fare, oltre a starmene lì a guardare qualcosa nel vuoto come un idiota.
            Quello si muove, mi passa vicino, si fa preparare un caffè e intanto mi osserva la nuca. Ho visto di sfuggita che ha lo sguardo ancora più cattivo di prima, ed ho paura che voglia fare qualcosa, così prego dentro di me che arrivi qualcuno per togliermi da quell’imbarazzo. Il barista serve il caffè e si disinteressa di tutto, tanto da andare a prendere dello zucchero nel magazzino sul retro. Penso qualcosa, ma non sono convinto di niente. Alla fine mi giro, guardo dritto il mio uomo, ma quello mi evita, si sposta con indifferenza su e giù, poi fa un gesto col braccio, come a voler cancellare la mia presenza dal suo campo visivo.
            Mi muovo, vado verso la porta per vedere se stanno arrivando i ragazzi, e all’improvviso sento una botta alla spalla sinistra. Mi volto di scatto, il tizio mi ha colpito con qualcosa che tiene dentro una mano, poi mi scansa con una certa violenza ed esce prima di me dal locale, come avesse una fretta improvvisa. Giunge uno dei ragazzi per giocare alle carte, mi vede pallido, con l’espressione di chi non ci capisce un bel niente. Non preoccuparti, mi dice; le cose in qualche maniera si sistemeranno.

            Bruno Magnolfi

mercoledì 13 febbraio 2013

Un'altra strada.

             
            Che importa queste giornate identiche, questa sensazione di ripetere continuamente gli stessi gesti, continuare a dire le medesime parole: saranno anni di scarto questi, preparatori a qualcosa che dovrà pur manifestarsi prima o dopo, come un compendio ed insieme una rivalsa di tutto ciò che è stato. Lei stava seduta sul suo autobus, lasciando scorrere le fermate, con il suo carico di gente che saliva e che scendeva, ogni volta quasi con sollievo, come se quelle soste, con il loro progredire, l’implacabile susseguirsi, servissero soltanto ad avvicinare il momento giusto, qualsiasi fosse, anche soltanto il suo punto di arrivo.
            Pensava adesso ad alcune persone che aveva visto nei pressi della stazione ferroviaria, quando aveva transitato là davanti, gente senza fissa dimora, che passava la notte in qualche angolo, a dormire sotto un cartone o chissà come, ed adesso si ritrovava immersa in quell’aria fredda e polverosa del mattino, a bere un semplice caffè di fronte ad una fila di macchine automatiche, gustandosi persino il caldo del bicchierino usa e getta tra le mani.
            Sarebbe stato tutto da annullare, pensava; niente di questo sacrificio aveva senso, se non quell’esperienza passeggera di cose brutte e tristi, da non ripetere mai più, come se tutto nella vita dovesse essere da ora in avanti soltanto un lento ma inesorabile miglioramento. E invece le cose parevano in una condizione di perenne stallo, ed ogni sforzo non portava mai niente di ciò che si era legittimamente potuto attendersi. 
            Infine era scesa dal mezzo pubblico, ed il silenzio ovattato della strada poco transitata, senza quel rumore sferragliante che le aveva riempito le orecchie fino adesso, le era parso la prova chiara del fatto che la solitudine avesse ancora un proprio fascino, e che valesse la pena andare avanti lungo le intenzioni in cui lei si era impegnata già da molto tempo. Cosa importa non avere niente, pensava ancora. Vorrei piangere ed urlare ad ogni attimo, è normale; prendermela con qualcuno che neppure conosco, forse; e invece no: lascio scorrere le cose, ammetto con leggerezza che poco per volta, senza neanche accorgersene, tutto diventa un’abitudine, e che non può pesare nulla ciò che nessuno riesce neppure a farci notare, come se tutto quello che siamo capaci d’essere avesse comunque una spiegazione accettabile, e questo basti.
            Un uomo sostava davanti al portone verde dove stavano, al terzo piano, le sue due stanze dove lei abitava e che con grande sacrificio aveva in affitto, come ad attendere proprio lei e nessun altro. L’aveva vista avvicinarsi, si era mosso, lei però non lo conosceva; l’aveva notato fare un gesto con la mano, come a rassicurarsi di avere ancora nella tasca un documento che probabilmente doveva consegnarle, lo sfratto dall’appartamento, pensava lei, o qualche altro guaio insorto vigliaccamente alle sue spalle. Con questa impressione aveva già rallentato l’andatura, aveva visto ancora l’uomo muoversi nervosamente, ma senza più guardarla, e lei si era fermata come a cercare le chiavi dentro la sua borsa, forse semplicemente per concedersi soltanto un po’ di tempo.
            Le era venuto quasi da piangere, almeno per un attimo, senza ancora sapere niente di ciò che l’attendeva, ma con coraggio aveva saputo resistere all’angoscia che pareva prenderla in modo spietato e inevitabile, e in uno spunto di orgoglio aveva soltanto dato un’occhiata generale a tutto quel tratto di strada, come a cercare una via d’uscita, qualsiasi fosse. Poi aveva voltato con decisione in una via lì accanto, senza guardare niente in giro, allontanandosi con tutta la fretta che in quel momento era stata capace di trovare nelle gambe, cercando solo di pensare ad altro.

            Bruno Magnolfi 

martedì 5 febbraio 2013

Dietro uno sguardo.

    Oggi se ne rimane da solo nel suo angolo, Renato, come fa sempre quando sta passando un periodo buio. Noialtri lo osserviamo, ogni tanto, ma senza un vero interesse, come se non ci si aspettasse  niente dalla sua immobilità, da quel suo rinchiudersi, dall’isolarsi in quel modo da tutto il mondo. La giornata va avanti, le cose procedono come sempre, e lui ad un tratto si alza dalla sua sedia, va a prendersi un semplice bicchiere d’acqua, guarda qualcosa fuori dalla finestra, poi torna esattamente dove era rimasto fino a quel momento.
            Rosanna si avvicina, gli dice qualcosa a voce bassa, ma lui non risponde, resta indifferente, immobile come se non avesse bisogno di nulla, degli altri meno che del resto. Ma lei non si dà per vinta, gli spiega qualcosa con tranquillità, e poi, senza insistere troppo, si allontana per qualche momento, ma infine torna lì, da lui, in silenzio, come a tenergli compagnia. Sembra soltanto testardaggine la sua, eppure non è così, lo sanno tutti.
            Certe volte Renato volge lo sguardo sopra tutti noi, e allora noi immaginiamo che ci voglia dire qualcosa, che abbia bisogno di spiegarci il suo pensiero. Lui parla, usando parole ferme, calme, come fossero state riflettute innumerevoli volte, fino a condensarsi in quelle semplici espressioni così pacate. Non c’è niente di male, pensa Rosanna, lui è così, ha bisogno dei suoi tempi per decidere come spiegarsi, cosa dire per farci capire come è fatto, che cosa gli è passato nella testa.
            Poi si alza, osserva gli altri, con una semplice occhiata fa capire a tutti noi che siamo condannati, non sarà mai possibile che le cose evolvano in maniera differente. Rosanna forse lo comprende più di tutti, per questo in certi giorni lo evita del tutto, perché sa perfettamente quando non verrà mai niente di buono dai suoi comportamenti. Lei lo guarda e riesce con semplicità ad interpretare il suo modo di essere.
            Certe volte invece Renato si dispera, come se sapesse di essere relegato nel suo corpo strambo, che non c’è per lui alcuna possibilità di farsi capire per davvero. Vaga nervosamente per i corridoi, noi non lo perdiamo mai di vista, naturalmente, e lui lo sa, lascia che i nostri sguardi lo attraversino, che forse lo accompagnino. Si muove cercando qualcosa, ma sa perfettamente che non troverà mai niente. Rosanna lo lascia perdere, certe volte; in alcuni casi però lo avvicina, cerca di cambiare qualcosa del suo umore, ma è difficile, lo sa perfettamente.
            Infine si calma, Renato, si sistema nella sua solita sedia, lascia che accanto a sé arrivi Rosanna, e infine regala un sorriso a tutti noi, come fosse il distillato della sua personalità deviata, capace di essere sensibile oltre ogni misura, fino ad immaginare realtà ed espressioni che tutti noi non riusciremo mai a comprendere, anche se non smetteremo di tentare. Chissà cosa c’è dietro ai suoi occhi, ci chiediamo a volte tra di noi; chissà che cosa ha visto mentre era assente, lontano, via da questa clinica psichiatrica.
            Bruno Magnolfi

Dietro uno sguardo.

            
            Oggi se ne rimane da solo nel suo angolo, Renato, come fa sempre quando sta passando un periodo buio. Noialtri lo osserviamo, ogni tanto, ma senza un vero interesse, come se non ci si aspettasse  niente dalla sua immobilità, da quel suo rinchiudersi, dall’isolarsi in quel modo da tutto il mondo. La giornata va avanti, le cose procedono come sempre, e lui ad un tratto si alza dalla sua sedia, va a prendersi un semplice bicchiere d’acqua, guarda qualcosa fuori dalla finestra, poi torna esattamente dove era rimasto fino a quel momento.
            Rosanna si avvicina, gli dice qualcosa a voce bassa, ma lui non risponde, resta indifferente, immobile come se non avesse bisogno di nulla, degli altri meno che del resto. Ma lei non si dà per vinta, gli spiega qualcosa con tranquillità, e poi, senza insistere troppo, si allontana per qualche momento, ma infine torna lì, da lui, in silenzio, come a tenergli compagnia. Sembra soltanto testardaggine la sua, eppure non è così, lo sanno tutti.
            Certe volte Renato volge lo sguardo sopra tutti noi, e allora noi immaginiamo che ci voglia dire qualcosa, che abbia bisogno di spiegarci il suo pensiero. Lui parla, usando parole ferme, calme, come fossero state riflettute innumerevoli volte, fino a condensarsi in quelle semplici espressioni così pacate. Non c’è niente di male, pensa Rosanna, lui è così, ha bisogno dei suoi tempi per decidere come spiegarsi, cosa dire per farci capire come è fatto, che cosa gli è passato nella testa.
            Poi si alza, osserva gli altri, con una semplice occhiata fa capire a tutti noi che siamo condannati, non sarà mai possibile che le cose evolvano in maniera differente. Rosanna forse lo comprende più di tutti, per questo in certi giorni lo evita del tutto, perché sa perfettamente quando non verrà mai niente di buono dai suoi comportamenti. Lei lo guarda e riesce con semplicità ad interpretare il suo modo di essere.
            Certe volte invece Renato si dispera, come se sapesse di essere relegato nel suo corpo strambo, che non c’è per lui alcuna possibilità di farsi capire per davvero. Vaga nervosamente per i corridoi, noi non lo perdiamo mai di vista, naturalmente, e lui lo sa, lascia che i nostri sguardi lo attraversino, che forse lo accompagnino. Si muove cercando qualcosa, ma sa perfettamente che non troverà mai niente. Rosanna lo lascia perdere, certe volte; in alcuni casi però lo avvicina, cerca di cambiare qualcosa del suo umore, ma è difficile, lo sa perfettamente.
            Infine si calma, Renato, si sistema nella sua solita sedia, lascia che accanto a sé arrivi Rosanna, e infine regala un sorriso a tutti noi, come fosse il distillato della sua personalità deviata, capace di essere sensibile oltre ogni misura, fino ad immaginare realtà ed espressioni che tutti noi non riusciremo mai a comprendere, anche se non smetteremo di tentare. Chissà cosa c’è dietro ai suoi occhi, ci chiediamo a volte tra di noi; chissà che cosa ha visto mentre era assente, lontano, via da questa clinica psichiatrica.
            Bruno Magnolfi


sabato 2 febbraio 2013

Viaggio improbabile.


            
            Non mi sento bene, aveva detto Luisa mentre camminava al braccio del marito, impegnata in una delle loro passeggiate domenicali lungo il giardino comunale poco lontano da casa. Forse è sufficiente che mi sieda su una panchina, aveva aggiunto, indicandone una là accanto, in uno spiazzo a ghiaia con la fontanella centrale. Mi basta qualche momento, lo aveva rassicurato mentre prendevano posto, forse mi è sufficiente chiudere gli occhi e lasciarmi scaldare da questo bel sole pomeridiano mentre tu sfogli il giornale, come fai sempre.
            Così aveva appoggiato la testa sullo schienale, e chiusi gli occhi le erano velocemente passate, in mezzo ai pensieri, diverse immagini strane, quasi un proiettarsi della sua mente verso qualcosa che non conosceva o che aveva dimenticato. C’erano altre persone, facce note e sconosciute, e poi la vecchia casa dove aveva abitato tanti anni prima con i suoi genitori, fino all’età dei venti anni, ma anche quella appariva senza una logica, come se le stanze fossero tantissime, e ognuna immettesse in un'altra, quasi senza limiti.
            Nel suo sogno Luisa chiedeva qualcosa, una minima indicazione, forse rivolgendosi ad una zia o a qualche lontano parente, forse allo stesso marito, ma tutti si limitavano a sorriderle e basta, come a volerla semplicemente rassicurare, anche se in modo contraddittorio. Lei al contrario si sentiva nervosa, agitata, sapeva di trovarsi in un luogo di grande nostalgia, eppure contemporaneamente le pareva di non conoscere affatto quel posto, come se tutto dei suoi ricordi fosse stato cambiato, quasi si fosse apportato delle modifiche adatte a renderlo completamente irriconoscibile, pur lasciando a lei la sensazione di trovarsi ancora nell’appartamento dove aveva trascorso la sua adolescenza.
            Qualcuno ballava divertito, lasciandosi notare oltre qualche porta socchiusa; altri ridevano pur cercando di limitare le proprie espressioni, ed altri ancora, infine, pareva incoraggiassero Luisa a girare, a visitare quella casa immensa ma vuota, e quasi interminabile. Lei vagava senza sapere verso dove né immaginando che cosa cercasse, forse desiderando trovare i suoi genitori, ma era come se loro fossero assenti, quasi si trovassero da un’altra parte, lontani da lì, trattenuti da chissà quali impegni. Suoni e voci ovattate giungevano alle sue orecchie, e Luisa più andava avanti e più assaporava un senso di sfida, come se niente di ciò che erano i suoi ricordi di quel tempo, avessero ritrovato là dentro il pur minimo fondamento.
            Ad un tratto gli pareva indispensabile fuggire da quel luogo, non era più possibile trattenersi ancora in quella specie di casa: cercava la porta di uscita, Luisa, ma un labirinto di stanze e corridoi le si parava davanti, senza alcun segno indicativo. Sapeva che da qualche parte forse l’attendevano i suoi genitori, ma era impossibile sapere dove, in quale direzione. L’angoscia era palpabile, il bisogno di urlare quasi incontrollato, e solo a quel punto Luisa si era svegliata da quel breve sonno. Voglio rientrare, aveva detto in breve a suo marito. Non devi preoccuparti, aveva aggiunto, sono soltanto confusa. I miei ricordi a volte prendono strade che non conosco, e i miei pensieri non trovano pace, ma non è grave, sarà sufficiente per me ritrovare la mia intimità, le mie piccole cose: tutto tornerà a posto, ne sono sicura,  e in poco tempo le cose riprenderanno ad andar  bene, vedrai, e sarà proprio come se niente avesse mai davvero minato la nostra vita in comune.
            Bruno Magnolfi

Viaggio improbabile(cortometraggio n.1)

            
            Non mi sento bene, aveva detto Luisa mentre camminava al braccio del marito, impegnata in una delle loro passeggiate domenicali lungo il giardino comunale poco lontano da casa. Forse è sufficiente che mi sieda su una panchina, aveva aggiunto, indicandone una là accanto, in uno spiazzo a ghiaia con la fontanella centrale. Mi basta qualche momento, lo aveva rassicurato mentre prendevano posto, forse mi è sufficiente chiudere gli occhi e lasciarmi scaldare da questo bel sole pomeridiano mentre tu sfogli il giornale, come fai sempre.
            Così aveva appoggiato la testa sullo schienale, e chiusi gli occhi le erano velocemente passate, in mezzo ai pensieri, diverse immagini strane, quasi un proiettarsi della sua mente verso qualcosa che non conosceva o che aveva dimenticato. C’erano altre persone, facce note e sconosciute, e poi la vecchia casa dove aveva abitato tanti anni prima con i suoi genitori, fino all’età dei venti anni, ma anche quella appariva senza una logica, come se le stanze fossero tantissime, e ognuna immettesse in un'altra, quasi senza limiti.
            Nel suo sogno Luisa chiedeva qualcosa, una minima indicazione, forse rivolgendosi ad una zia o a qualche lontano parente, forse allo stesso marito, ma tutti si limitavano a sorriderle e basta, come a volerla semplicemente rassicurare, anche se in modo contraddittorio. Lei al contrario si sentiva nervosa, agitata, sapeva di trovarsi in un luogo di grande nostalgia, eppure contemporaneamente le pareva di non conoscere affatto quel posto, come se tutto dei suoi ricordi fosse stato cambiato, quasi si fosse apportato delle modifiche adatte a renderlo completamente irriconoscibile, pur lasciando a lei la sensazione di trovarsi ancora nell’appartamento dove aveva trascorso la sua adolescenza.
            Qualcuno ballava divertito, lasciandosi notare oltre qualche porta socchiusa; altri ridevano pur cercando di limitare le proprie espressioni, ed altri ancora, infine, pareva incoraggiassero Luisa a girare, a visitare quella casa immensa ma vuota, e quasi interminabile. Lei vagava senza sapere verso dove né immaginando che cosa cercasse, forse desiderando trovare i suoi genitori, ma era come se loro fossero assenti, quasi si trovassero da un’altra parte, lontani da lì, trattenuti da chissà quali impegni. Suoni e voci ovattate giungevano alle sue orecchie, e Luisa più andava avanti e più assaporava un senso di sfida, come se niente di ciò che erano i suoi ricordi di quel tempo, avessero ritrovato là dentro il pur minimo fondamento.
            Ad un tratto gli pareva indispensabile fuggire da quel luogo, non era più possibile trattenersi ancora in quella specie di casa: cercava la porta di uscita, Luisa, ma un labirinto di stanze e corridoi le si parava davanti, senza alcun segno indicativo. Sapeva che da qualche parte forse l’attendevano i suoi genitori, ma era impossibile sapere dove, in quale direzione. L’angoscia era palpabile, il bisogno di urlare quasi incontrollato, e solo a quel punto Luisa si era svegliata da quel breve sonno. Voglio rientrare, aveva detto in breve a suo marito. Non devi preoccuparti, aveva aggiunto, sono soltanto confusa. I miei ricordi a volte prendono strade che non conosco, e i miei pensieri non trovano pace, ma non è grave, sarà sufficiente per me ritrovare la mia intimità, le mie piccole cose: tutto tornerà a posto, ne sono sicura,  e in poco tempo le cose riprenderanno ad andar  bene, vedrai, e sarà proprio come se niente avesse mai davvero minato la nostra vita in comune.
            Bruno Magnolfi