mercoledì 13 febbraio 2013

Un'altra strada.

             
            Che importa queste giornate identiche, questa sensazione di ripetere continuamente gli stessi gesti, continuare a dire le medesime parole: saranno anni di scarto questi, preparatori a qualcosa che dovrà pur manifestarsi prima o dopo, come un compendio ed insieme una rivalsa di tutto ciò che è stato. Lei stava seduta sul suo autobus, lasciando scorrere le fermate, con il suo carico di gente che saliva e che scendeva, ogni volta quasi con sollievo, come se quelle soste, con il loro progredire, l’implacabile susseguirsi, servissero soltanto ad avvicinare il momento giusto, qualsiasi fosse, anche soltanto il suo punto di arrivo.
            Pensava adesso ad alcune persone che aveva visto nei pressi della stazione ferroviaria, quando aveva transitato là davanti, gente senza fissa dimora, che passava la notte in qualche angolo, a dormire sotto un cartone o chissà come, ed adesso si ritrovava immersa in quell’aria fredda e polverosa del mattino, a bere un semplice caffè di fronte ad una fila di macchine automatiche, gustandosi persino il caldo del bicchierino usa e getta tra le mani.
            Sarebbe stato tutto da annullare, pensava; niente di questo sacrificio aveva senso, se non quell’esperienza passeggera di cose brutte e tristi, da non ripetere mai più, come se tutto nella vita dovesse essere da ora in avanti soltanto un lento ma inesorabile miglioramento. E invece le cose parevano in una condizione di perenne stallo, ed ogni sforzo non portava mai niente di ciò che si era legittimamente potuto attendersi. 
            Infine era scesa dal mezzo pubblico, ed il silenzio ovattato della strada poco transitata, senza quel rumore sferragliante che le aveva riempito le orecchie fino adesso, le era parso la prova chiara del fatto che la solitudine avesse ancora un proprio fascino, e che valesse la pena andare avanti lungo le intenzioni in cui lei si era impegnata già da molto tempo. Cosa importa non avere niente, pensava ancora. Vorrei piangere ed urlare ad ogni attimo, è normale; prendermela con qualcuno che neppure conosco, forse; e invece no: lascio scorrere le cose, ammetto con leggerezza che poco per volta, senza neanche accorgersene, tutto diventa un’abitudine, e che non può pesare nulla ciò che nessuno riesce neppure a farci notare, come se tutto quello che siamo capaci d’essere avesse comunque una spiegazione accettabile, e questo basti.
            Un uomo sostava davanti al portone verde dove stavano, al terzo piano, le sue due stanze dove lei abitava e che con grande sacrificio aveva in affitto, come ad attendere proprio lei e nessun altro. L’aveva vista avvicinarsi, si era mosso, lei però non lo conosceva; l’aveva notato fare un gesto con la mano, come a rassicurarsi di avere ancora nella tasca un documento che probabilmente doveva consegnarle, lo sfratto dall’appartamento, pensava lei, o qualche altro guaio insorto vigliaccamente alle sue spalle. Con questa impressione aveva già rallentato l’andatura, aveva visto ancora l’uomo muoversi nervosamente, ma senza più guardarla, e lei si era fermata come a cercare le chiavi dentro la sua borsa, forse semplicemente per concedersi soltanto un po’ di tempo.
            Le era venuto quasi da piangere, almeno per un attimo, senza ancora sapere niente di ciò che l’attendeva, ma con coraggio aveva saputo resistere all’angoscia che pareva prenderla in modo spietato e inevitabile, e in uno spunto di orgoglio aveva soltanto dato un’occhiata generale a tutto quel tratto di strada, come a cercare una via d’uscita, qualsiasi fosse. Poi aveva voltato con decisione in una via lì accanto, senza guardare niente in giro, allontanandosi con tutta la fretta che in quel momento era stata capace di trovare nelle gambe, cercando solo di pensare ad altro.

            Bruno Magnolfi 

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