lunedì 25 febbraio 2013

L'uomo contemporaneo.



Per un attimo mi ero specchiato nei vetri lucidi della finestra, muovendomi lentamente ora in avanti ed ora indietro nell’ufficio, ma non avevo propriamente guardato fuori, piuttosto avevo avuto come la sensazione che fosse il fuori ad osservarmi. Poi avevo parlato per brevi monosillabi ai miei collaboratori vagamente imbarazzati, che continuavo a tenere ancora inchiodati di fronte a me, due seduti ed uno in piedi vicino allo scaffale, senza dare troppa importanza a nessuno di loro, o ai loro fogli e ai blocchi per appunti che tenevano tra le mani. Proseguivo piuttosto a guardare dei punti indefiniti, mostrando preoccupazione per qualcosa d’altro, qualcosa che oscillava tra la mia testa e qualche breve telefonata che ricevevo e che in genere mi aggiornava semplicemente sui tanti aspetti del mio lavoro. Avevo posto loro delle domande, naturalmente cambiando più volte argomento, e mi rammaricavo che molte cose fossero rimaste in aria, sospese e quasi in attesa di giudizio: l’accavallarsi dei fatti e delle decisioni nel mio ufficio era comunque sempre stato un elemento del tutto ordinario, perciò non c’era niente da stupirsi.
Poi, durante un’ulteriore telefonata al cellulare, ero uscito dalla stanza, giusto per farmi sentire dagli altri e dare una scrollata eventuale a chi non fosse pienamente impegnato nel proprio compito, e avevo visto così quella persona in sala attese, un ragazzo poco più che ventenne, mentre aspettava il suo turno probabilmente per un colloquio. Non mi piacque, anche se non avrei saputo dirne il motivo, ma per questo decisi subito che lo avrei fatto aspettare più di quanto fosse stato necessario. Tornando verso la mia scrivania alzai un po’ la voce spiegando che non era possibile complicare sempre le cose fino al punto di non trovare più in seguito una via d’uscita. Era una frase riferita a certe squadre di lavoro che per un motivo o per un altro, usando scuse tendenzialmente pretestuose, non completavano mai le cose così come veniva chiesto di fare ai caposquadra, creando in seguito pregiudizio sulla programmazione delle attività. Poi ebbi un vuoto, mi parve di rivivere una stessa situazione, come spesso capita, ma con la differenza che adesso mi pareva con terrore che tutto mi sfuggisse, e di non avere pieno controllo sulle persone. Per questo decisi di essere più duro con quei miei collaboratori scansafatiche.
Feci uscire tutti, dettai degli ordini da eseguire cercando il massimo dell’incisività, poi chiesi a che punto fossero arrivati certi aggiornamenti. Fu risposto con timore che erano indietro, come peraltro già sapevo, così con voce leggera chiesi di lavorare nella serata oltre le venti, per rimediare al più presto alle mancanze. Cambiai argomento prima che si commentasse il precedente, e detti una sferzata critica e generica a tutti coloro che probabilmente pensavano di fare un po’ come pareva loro, almeno secondo me, in modo che ognuno riflettesse bene prima di sollevare qualsiasi obiezione. Infine mi lamentai che niente ultimamente andava come avrebbe dovuto: le squadre di lavoro erano seguite troppo poco, la programmazione era poco definita e lasciata molto al caso, le contabilità spesso erano indietro, i mezzi ed i materiali nuotavano nel caos o nell’abbandono. Tutti abbassavano la testa; le mie parole inchiodavano ognuno di loro: ero sicuro che soltanto così potevo gestirli come volevo io.
            Con molto impegno solo apparente la segretaria continuava nella stanza a fianco a digitare qualcosa sulla sua tastiera del computer, ottemperando all’ordine di eseguire una relazione circa la produzione dell’impresa nell’ultimo mese, e aveva alzato la testa dallo schermo appena per un attimo, quando le avevo chiesto in malo modo e con voce troppo alta le date dei corsi per gli operai sulla sicurezza nei cantieri. Poi aveva riguardato il documento finito, zeppo di note e di cifre, lo aveva riletto svariate volte sostituendo qualche parola e limando qualche frase, lo aveva stampato e con qualche titubanza aveva portato i fogli debitamente spillati tra loro nel mio ufficio.
In quel momento stavo seduto sulla mia poltrona in pelle nera, e continuavo come sempre a discutere al telefono; così avevo allungato una mano senza alzare mai gli occhi dai numerosi fogli e incartamenti che invadevano la mia scrivania, e mi ero fatto consegnare il documento, disponendomi ad osservarlo attentamente. Lo avevo scorso tutto, velocemente, leggendo solo qualcosa e proseguendo la conversazione al telefono, segnalando con un lapis diversi punti da correggere mentre tenevo con la spalla la cornetta incollata ad un orecchio; alla fine lo avevo firmato con la mia penna in ultima pagina, non degnando la segretaria neppure di uno sguardo, neanche per un attimo; lei era rimasta lì, ad attendere istruzioni, ed io infine avevo appeso il telefono. Pausa. Quel documento probabilmente andava bene, pensavo, ma questo era inammissibile, e così le avevo detto: cancelli i miei segni, andrebbe senz’altro migliorato, è quasi illeggibile; purtroppo devo accettarlo, anche se con una certa sofferenza, adesso non c’è più neppure il tempo per renderlo minimamente presentabile.


            Bruno Magnolfi

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