lunedì 25 febbraio 2013

L'uomo contemporaneo, 2.

           
Lui era entrato al caffè-lunch poco prima delle quattordici, ora di punta per quella tipologia di locale inserito in un contesto da quartiere dirigenziale di tipo avanzato. L’interno era giocato sostanzialmente sulla superficie di tre materiali: legno di ciliegio, acciaio inox con forme spigolose e taglienti, e soprattutto ritagli di specchi inseriti in ogni contesto possibile, a riflettere le persone presenti decine di volte, ingigantendo gli spazi e lasciando sconfinare gli sguardi oltre ogni limite. L’esterno era tutto coperto da enormi ombrelloni bianchi e quadrati, e al di sotto sedie e tavoli sempre in acciaio, con dei parallelepipedi piccoli e grandi usati come fioriere cariche di piante verdissime finte e improbabili, a delimitare tutte le aree. Dappertutto ragazze eleganti, a volte vistose, e uomini giovani spesso in cravatta, quasi come si desse un ricevimento a coronare un evento mondano. Entrare significava mostrarsi alla vista di chi era presente, e percorrendo i primi cinque o sei metri si camminava lungo una specie di passerella d’acciaio, al centro esatto di tutti gli sguardi.
Lui andava in quel locale ogni volta che gli era possibile, diceva che gli pareva un posto pieno di donne, anche se alla fine non era la cosa che lo attraeva di più; in realtà si sentiva estremamente a suo agio all’interno del gioco di sbirciare e guardarsi nelle tante porzioni di specchio, ed anche se cercava in apparenza di mimare un personaggio che tenta di passare il più inosservato possibile, vestendo i panni della persona qualsiasi, in fondo la sua era soltanto una posa. La maniera che generalmente gli piaceva di più era quella di entrare là dentro parlando sottovoce al telefono, senza fare alcun gesto, se non qualche sorriso o un saluto pacato indirizzato verso una conoscenza qualsiasi in fondo al locale, restando impassibile e guardandosi attorno in un attimo breve di sospensione quasi pneumatica, decidendo di dirigersi inevitabilmente verso il bancone del bar. Pur scegliendo di mangiare qualcosa, un toast, una tartina, un sandwich, pareva scegliere a caso, pur insistendo con garbo per avere sempre una cosa precisa, generalmente accompagnando tutto con un semplice bicchier d’acqua, e rimanendo rigorosamente in piedi vicino ai piani su cui si servivano tramezzini e caffè, ma senza mai né appoggiarsi né toccare la superficie del banco.
Lui amava andare nei posti da solo, specialmente locali pieni di gente, proprio come quel giorno, e spesso trovava da scambiare uno sguardo, un sorriso, a volte persino qualche parola, in genere considerazioni confezionate con spirito su qualcosa che appariva piuttosto evidente. Si tratteneva per il tempo strettamente necessario, forse anche meno, pur riuscendo ad evitare di venire scambiato per un tipo nervoso o peggio nevrotico. La ragazza, entrata dopo di lui nel locale, gli aveva chiesto in inglese se sapeva indicarle un negozio specificando un nome curioso. Lui, nel suo modo semplificato di parlare quella lingua straniera, aveva risposto che gli dispiaceva, ma non aveva mai sentito quel nome, però immediatamente ne aveva chiesto notizia in italiano al barista, che in due parole aveva saputo indicare dove si trovasse quell’esercizio. Una volta tradotta l’informazione, la ragazza aveva ringraziato con un gran sorriso, e a lui, pensando tra sé che avrebbe potuto benissimo invitarla a bere un caffè, o accompagnarla addirittura fino al negozio che peraltro rimaneva vicino, non gli era passato per la testa di fare né questo né quello, e non per una sorta di timidezza o di impaccio, ma per quel suo bisogno sovrano di stare da solo, anche in un posto pieno di gente.
Lui, infine, quando era uscito da quel caffè, si era accorto che la ragazza straniera era ancora nei pressi, fingendo di cercare con grande impegno qualcosa dentro la borsa, di fatto probabilmente aspettandolo, proprio per dargli una ulteriore possibilità; ma lui stava osservando con grande interesse un punto qualsiasi, qualcosa che restava in una zona distante del viale su cui si affacciava il locale, e sempre con il suo passo, mai affrettato, quasi una vera e propria cadenza, raggiunse la sua macchina parcheggiata vicino, e così, senza neppure voltarsi, se ne andò. 
             Bruno Magnolfi

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