lunedì 4 giugno 2012

Meditazioni sul niente. 4.



Nella zona bassa della parete, vicino all’angolo della stanza dove mi fanno dormire, c’è una crepa sottile come un capello, che corre veloce e obliqua lungo l’intonaco, fino a raggiungere lo spigolo del pavimento, come fosse la frattura di qualcosa che non so interpretare, ma che volentieri seguo col dito, in certi giorni, più di una volta, tanto da aver fatto scurire leggermente tutta quella parte di muro bianco con le mie mani sempre sudate. Più in alto, chissà in quale occasione, è invece caduto un piccolo frammento di intonaco; io lo so, me ne intendo, si tratta di un punto dove si forma forse un po’ d’umido, ma non è molto esteso, per ora, però potrebbe allargarsi. Certe volte lo guardo, mentre resto sdraiato sopra il mio letto, dopo che ho preso le solite medicine per dormire, e attendo che il sonno da un attimo all’altro mi colga, mentre guardo su in alto con l’ultima luce del corridoio, tra le urla degli altri ammalati, e osservo ancora quella chiazza, come fosse la forma di un animale accucciato, e mi sento quasi sereno a sapere che c’è, che è solo una minaccia bonaria.

Tutti i muri hanno sempre delle crepe, penso; tutte le persone hanno sempre qualche difetto, qualcosa che non va dentro di loro. Poi la notte procede in avanti come una voragine che si allarga, un buio completo che mi accoglie dentro di sé, senza alcun sogno, solo come se stessi cadendo in un pozzo privo di fondo, una vertigine composta di niente, solo di paura, come fosse soltanto l’annullamento probabile di qualsiasi possibilità di risveglio, l’azzerarsi di ogni futuro. Il sapore che ho in bocca è amaro al mattino, l’infermiere mi scuote, dice qualcosa, guarda con attenzione le mie pupille appena apro gli occhi. E’ tutto normale, penso, sono queste le consegne a cui devono tutti dar seguito qua dentro; e infine mi tiro su, aiutato da lui, di malavoglia, ma osservo di sfuggita la crepa, e sono contento sia ancora lì, immagino si sia allungata ancora un pochino durante la notte, e forse prima o dopo raggiungerà il punto dove l’intonaco è già caduto, e alla fine tutto avrà un senso, oltre quello che gli infermieri qua dentro saranno mai stati capaci di interpretare.

Mi sento rassicurato a guardare la crepa e la chiazza su in alto, quella zona dove il muro è scrostato: non c’è altro che possa fare qua dentro se non trattenere le forze, resistere, attendere paziente che il muro si apra; perché è questo che deve succedere, è un destino segnato, inutile illudersi pensando altre cose. Sono pronto, nell’attesa che questo succeda, e anche quando rapidamente il sonno torna ad avvolgermi, subito dopo l’iniezione che mi fa l’infermiere, io sono cosciente che tutto sarà come una voragine simile a questo dormire, quella che in un giorno tra quelli che si aprono davanti, andrà ad unire la crepa fattasi in un attimo enorme, con questa mia notte senza volontà né significato, e il mio riscatto travolgerà gli infermieri e tutto quanto qui dentro, senza che nessuno possa riuscire a far niente.

Bruno Magnolfi

Nessun commento:

Posta un commento