domenica 27 gennaio 2013

Chiari segni di umanità.

         
            L’uomo è fermo sulla piazza. Le braccia lungo i fianchi, la schiena dritta, osserva le tante persone che attraversano il largo spiazzo pedonale e se ne vanno per i fatti loro. Nessuno lo nota, o forse qualcuno si, considerato il suo aspetto stravagante: la gran barba lunga ed incolta, il cappotto vecchio e fuori moda di colore arancio scuro, l’espressione vagamente da pazzo. Lui non sembra preoccuparsi di nulla, attende qualcosa, questo pare certo, per il resto niente sembra distoglierlo da quel curioso guardare tutti e nessuno.
            Infine tira fuori dalla tasca alcuni fogli ripiegati e sgualciti, li distende tra le mani, si avvicina ad una panchina accanto all’aiuola centrale, e dopo poco inizia a leggere qualcosa con voce bassa ma robusta, rinvigorendo il timbro nel mentre che prende confidenza con il suo declamare. Legge le cose che ha scritto negli ultimi tempi, frasi che parlano di onestà, di rettitudine, dei valori ormai persi da molti, di personaggi ordinari e allo stesso tempo particolari, ed alcuni dei passanti alle sue parole si fermano, ascoltano in silenzio per un attimo, ed altri invece cercano di ignorarlo, anzi sorridono di quel comportamento, quasi come fosse qualcosa di assurdo.
            Lui va avanti per diversi minuti, ma poi si ferma, smette all’improvviso di leggere, ha terminato, così inchina leggermente la testa, e lascia che in due o tre davanti alla sua postazione gli lancino un piccolo applauso; uno dice addirittura bravo a voce alta, un altro spiega al suo vicino che è questa forse la nuova letteratura, ciò che non si trova scritto in nessun libro, ma ugualmente riesce a percorrere la gente composta da questi uomini e altrettante donne come una febbre, un fremito, quasi un’urgenza di novità. L’uomo poi si siede sopra la sua panchina, tira fuori dalla tasca una vecchia matita, e appunta qualcosa sul rovescio degli stessi fogli che ha ancora tra le mani. Alcuni continuano ad osservarlo, uno gli chiede con timidezza come si chiami.
            Ermete, dice lui, lasciando intuire che forse quello è soltanto un suo nome d’arte, ma l’altro gli batte una mano sopra la spalla e si complimenta per le sue parole e sulla scelta di leggere in pubblico, dando vita ad un concetto antico e meraviglioso. L’uomo in due parole bofonchiate gli spiega che sta lavorando ad un nuovo soggetto un po’ difficile, ed adesso ha bisogno di silenzio e di concentrazione, l’altro quindi lo lascia da solo, ma non prima di avergli stretto la mano, di essersi congratulato di nuovo con lui.
            Attorno tutto ritorna in un attimo ad essere la piazza di sempre, la gente di qualsiasi mattinata, ognuno prosegue con le proprie attività, l’uomo resta seduto sulla panchina ed appunta le cose che vede, quelle che sente, quelle che immagina. Una signora si siede vicina, osserva per un attimo quelle carte un po’ spiegazzate, la sua calligrafia quasi incomprensibile, gli dice che è bello quello che fa, forse la cosa più importante di tutte, perché la realtà è sotto gli occhi di chiunque, dice, ma solo in pochi riescono a tracciarne i contorni, fino a darne un’interpretazione che può anche essere soltanto una grande sciocchezza, ma è comunque qualcosa che sta sopra al piano delle espressioni più alte che si possa mai avere tentato. 
            Bruno Magnolfi


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