sabato 6 aprile 2013

Frequentazione insana.


Non ci vuole molto, è sufficiente costeggiare tutto il marciapiede lungo la strada principale, poi girare a destra, fingere di entrare in quel caffè che rimane proprio all’angolo, e invece proseguire per altri trenta metri circa, fino ad arrivare al portone perennemente aperto di quel condominio. Così fa il signor Effe, più o meno tre volte alla settimana. Lei, nell’appartamento del secondo piano a quell’ora del pomeriggio lo aspetta, ed è  già mezza spogliata quando lui arriva, così si scambiano qualche parola di circostanza nel piccolo ingresso, quasi un principio di affetto, poi si trasferiscono in camera, dove tutto in genere si conclude abbastanza velocemente, senza altri eccessivi preamboli. Perché in fondo questo aspetto non è certamente ciò che conta di più.
Il signor Effe, al momento che rimangono sdraiati, ormai fermi, rilassati, nella penombra delle tende tirate, quasi senza avere ulteriormente altro da fare, in genere inizia col dire qualcosa sottovoce, quasi impersonalmente. Lei ascolta, seguono spesso delle pause di silenzio, poi lei comincia a raccontare qualcosa di sé, delle sue difficoltà, dei suoi pensieri leggeri sul suo pesante passato, e certe volte anche di quell’esistenza sempre un po’ sbagliata, con quel senso di colpa sempre attuale, anche se non c’è alcuna colpa, devi convincerti, le dice a volte il signor Effe con tutta la semplicità che riesce a trovare. Non c’è neppure da crucciarsi troppo, ribadisce lui, è andata così; ma lei è testarda, dice ogni volta che ha sbagliato tutto, che avrebbe dovuto fare ben altre scelte, non ritrovarsi in questa maniera; ma in quei momenti, quando aveva affermato le cose in cui credeva, e forse aveva lo spirito adatto per portarle in avanti, non c’era stato mai nessuno ad aiutarla, a darle un minimo credito, a sostenerla in qualche maniera.
Lui ascolta, capisce perfettamente che quelle parole sono vere, ed è tutto tremendamente serio quello che gli viene riferito, ma non può ormai fare niente, se non continuare ad ascoltare e sentire una stretta dentro di sé, tanto forte che certe volte non vorrebbe più andarsene via, o allontanandosi vorrebbe semplicemente lasciarle qualcosa, qualcosa di suo, di intimo, di personale, superiore a qualsiasi promessa, oltre qualsiasi ricerca di quella stupida manciata di parole capaci forse di pacificare momentaneamente i pensieri di lei, ma buone a nient’altro. Che senso ha che le dica o cerchi di dimostrarle che provo degli autentici sentimenti per lei, riflette. Il signor Effe tenta di evitare quel senso di ridicolo che pensa ne scaturirebbe inevitabilmente, così tiene quasi tutto per sé, ma ci sta male, lo sente, c’è una parte sostanziale di irrisolto anche nelle sue giornate.
Infine il signor Effe cammina per strada, attraversa con regolarità sui passaggi pedonali, guarda qualche vetrina, finge di non avere niente di importante da fare quando esce da quella casa, e invece si rende conto quasi d’improvviso che sarebbe tutto diverso senza di lei, che non può più fare a meno di quell’equilibrio che si è creato tra loro. Contemporaneamente si sente morire sempre di più quando sale quei medesimi gradini fino a raggiungere l’appartamento del secondo piano. Vaga senza una meta, e pensa, i suoi pensieri si fanno sempre più fitti e più forti, e si mescolano ormai con quella oppressione che avverte e che ritiene ingenerosa verso se stesso e forse anche verso di lei. Infine decide di restare a girare lungo le strade: non devo più andare da lei, pensa; non intravedo nessun tratto positivo nel continuare questa frequentazione ormai troppo affannosa. 
Bruno Magnolfi

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