sabato 27 luglio 2013

Soffio di vita. (Bionda, naturalmente).

            
            Osservo da lontano la lunga fila di luci accese da poco sul litorale, in un’altra zona del golfo, e la sensazione visiva dell’esistenza di persone che si muovono, che stanno organizzando la loro serata, che magari in questo esatto momento si stanno già preparando per andarsene a cena, all’improvviso mi fa sentire tranquilla. E’ trascorso soltanto un anno da quando sono partita da questo luogo di mare e di villeggiatura a cui mi sento così intimamente legata, eppure non so perché mi sembra sia trascorso molto più tempo. Non è accaduto niente di fondamentale da allora, ma questo alla fine non ha troppa importanza, perché in fondo penso che le cose siano comunque andate avanti, ed anche le variazioni più impercettibili, quelle che certe volte davvero neppure si notano, spesso vadano apprezzate come fossero vere piccole rivoluzioni globali.
            Ho preso una camera nel medesimo albergo di un anno fa, ed un paio di persone mi hanno salutata con un certo calore riconoscendomi. Da qui riesco ancora a pensare intensamente a mia madre, al ricordo dei suoi silenzi apparenti, in realtà pieni di voce e di parole, mentre proseguo a camminare sul marciapiede della strada costiera. Credo proprio però che i miei sforzi interpretativi dei segni che conservo di lei, debbano adesso interrompersi, prima che il mio comportamento diventi una vera patologia; e credo proprio che la cosa migliore sia che tutto questo avvenga proprio qui, dove il suo sottile soffiarmi la verità in un orecchio, mi ha fatto scoprire tanto di lei e di me.
            Chissà dove sarà a quest’ora quella nave petroliera che l’estate passata era rimasta ancorata per giorni laggiù, vicino all’orizzonte, penso all’improvviso, quasi alla ricerca di un legame che adesso non c’è più. Forse queste cose hanno un suo tempo per esplicarsi, per chiarire qualcosa di sé; poi diventa inutile, addirittura dannoso cercarne ancora un aggiornamento: resta soltanto un filo di memoria, che non può essere né esatta né riduttiva, ma anzi, per certi versi può risultare capace di rendere tutto quanto nella nostra mente ancora più magico e ricco.
            Poi interrompo il cammino, mi volto lungo la strada e alla fine torno quasi frettolosamente verso la mia camera d’albergo. Probabilmente ho già visto tutto ciò che desideravo vedere, ho preso le decisioni che avevo da prendere, non ho necessità di spingermi ancora più avanti: dormirò in questo letto stanotte, domani mattina poi partirò, credo non abbia alcun senso trattenersi ancora in questi paraggi. Però vorrei lasciare qualcosa di me in questo luogo che tante cose, senza volerle, ha lasciato a me con grande naturalezza. C’è una candela bianca su un tavolinetto della mia camera: l’accendo, attendo con pazienza che la fiamma sia ben definita, che lasci fondere quel poco di cera che serve, poi la sollevo.
            La prendo, mi sposto, mi accosto allo specchio ovale incorniciato sulla parete, e avvicino il mio viso a quella superficie illuminata dalla fiammella; ecco, penso, adesso non sono più quella bionda che la mia stessa esistenza sembrava avermi voluto far essere, ho lasciato negli ultimi tempi che i miei capelli perdessero il colore delle tinture e riprendessero il loro tono naturale. Mi guardo ancora un momento, sostengo non calma la candela tra me e questo specchio, e infine, quasi con gli occhi chiusi, spengo la fiamma con un forte sbuffo di fiato. La cera calda spruzzata sopra lo specchio sarà la mia firma, il mio piccolo soffio di vita, tutto il ricordo di me e di questo passato, per quanto non possa resistere a lungo; e comunque il mio grazie a questo luogo di mare.

            Bruno Magnolfi

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