giovedì 5 agosto 2010

Gli uffici per l'Integrazione Pubblica






La procedura indicava una serie di domande alle quali era doveroso rispondere correttamente. Si entrava dal grande portone in cima alla scalinata in pietra dopo essersi informati in modo esaustivo su ciò che era necessario portare con sé, quale abito indossare, cosa aver pensato durante il tragitto fino lì, e soprattutto con quale stato d’animo era consigliato presentarsi, in modo che non si ponessero equivoci o imbarazzi.
L’edificio era imponente, i bassorilievi sopra ai portali mostravano tutto lo spessore storico e culturale che ne aveva definito quell’architettura; i corridoi all’interno apparivano maestosi, come se ogni aula o piccola stanza che si apriva oltre le identiche porte in legno scuro, fosse solo una piccolissima appendice di un insieme che raccoglieva qualsiasi diversità.
I questionari erano consegnati all’entrata, ed ognuno si piazzava seduto dietro a un banco della grande sala oltre la portineria, a riempire i moduli che gli erano stati consegnati. Non esistevano dei tempi prefissati: improvvisamente un funzionario appariva alle spalle del candidato, osservava il lavoro svolto fino a quel momento, prendeva in mano i fogli e decideva in pochi secondi l’ufficio al quale presentarsi.
Nessuna domanda, nessuna richiesta di chiarimenti era permessa: a chi ne presentava per suo ardire, un sorriso eloquente mostrava che era necessario tornare un altro giorno, possibilmente con maggiori certezze a cui affidarsi. Il silenzio degli ambienti lasciava risaltare l’importanza di ogni passo sopra a quei grandi pavimenti in marmo, e anche il semplice scricchiolare della suola delle scarpe era evidentemente un elemento da evitare.
Oltre la grande porta a vetri in fondo al corridoio principale si apriva qualcosa di cui nessuno in genere parlava: già solo aver varcato quella soglia era dimostrazione chiara di aver piena coscienza di sé e del luogo ove si era stati ammessi, ed esser stati scelti per arrivare fino lì significava essere degni di conservare completa riservatezza di ciò di cui si era stati testimoni.
Ogni giorno si assisteva a un grande via vai intorno all’edificio; dall’esterno le finestre vetrate dei piani superiori apparivano in qualsiasi periodo dell’anno rigorosamente chiuse, ed i tendaggi che si intravedevano non venivano mai scostati, in modo che da fuori era impossibile capire se nelle stanze ci fosse qualcuno oppure no. Di certo si sapeva che era impossibile avere altre informazioni, e l’unica verità di cui continuamente si parlava in tutte le strade dei dintorni e in ogni negozio del quartiere, era che gli uffici per l’Integrazione Pubblica erano quelli, ma ogni altra cosa era del tutto indiscutibile.

Bruno Magnolfi

mercoledì 4 agosto 2010

Nessuna scelta





Amedeo Giraldi è da solo nella cucina del suo appartamento. Qualcuno, nei confronti della sua persona, durante gli ultimi giorni appena trascorsi, ha detto qualcosa di estremamente sgradevole, lo ha sbeffeggiato, senza mostrarsi neppure apertamente, urlando solo qualcosa di quasi incomprensibile sotto alle sue finestre, ed un ragazzo, forse, sul muro di fronte alla sua casa, con una bomboletta di vernice spray, ha scritto: “Amedea”, con un preciso intento canzonatorio. Lui, stravolto, ha subito preso qualche giorno di permesso telefonando in ufficio e inventandosi impegni impellenti e inderogabili, poi si è come barricato in casa sua, con le finestre chiuse, pronto a difendersi da qualunque cosa, senza neppure capire bene la natura dell’attacco.
La sua vita è sempre stata lineare, adesso pensa, corretta, in armonia con tutto e con chiunque: non capisce chi possa aver messo in giro delle voci del genere nel chiaro intento di denigrare la sua persona e metterlo in fortissima difficoltà. In un primo momento aveva salito le sue scale di corsa, dopo aver visto quella scritta ingiuriosa, poi, una volta in casa, gli era venuto da piangere, quasi da disperarsi: il suo segreto, la sua difficoltà di sempre, l’inconfessata verità, gettata così, in un attimo, sulla bocca di tutti, come se non fosse costantemente stato attento ad ogni parola, ad ogni atteggiamento, a qualsiasi sguardo o inflessione della voce, una cosa che non avrebbe mai immaginato.
Poi si era calmato, ma la vergogna non gli permetteva ancora di affrontare nessuno. Vivere da solo è un disastro, pensava adesso, ti lascia vulnerabile e non ti permette di confidarti con nessuno, di parlare, di sfogarti, di cercare con le parole una qualsiasi soluzione. Aveva cercato di telefonare ad un amico già diverse volte, Amedeo Giraldi, ma pur avendo preso in mano l’apparecchio almeno in due o tre casi, non era riuscito poi a comporre neppure il numero.
Continua a girare dentro casa come un leone stretto nella gabbia, Amedeo Giraldi, e adesso, improvvisamente, il suo orgoglio pare reclamare una sua parte: avrebbe voglia di uscire sulla strada a testa alta, con la massima indifferenza verso tutti e soprattutto verso quella scritta, e non gli importa niente se qualche stupido sente la voglia di dire qualcosa della sua natura, lui si reputa superiore a certe cretinate. Ma ancora non si sente pronto, e continua a girarsene in cucina, ad osservare il tavolo, le piastrelle, le sue cose, senza riuscire a prendere alcuna decisione.
Poi infine decide: apre la porta, esce, scende le scale nel silenzio più assoluto, arriva fino all’andito del suo palazzo, varca il portone ed esce in strada. Sorpresa: non c’è più la scritta sopra al muro, qualcuno in quelle ore si è preso la briga di cancellare tutto con una mano di vernice. Amedeo Giraldi tira un sospiro di sollievo: tutto adesso pare rientrare nella norma, la vita può riprendere come sempre, le sue giornate forse non sono compromesse, e lui inspira l’aria come se fosse libertà. Poi riflette meglio, resta fermo, si guarda attorno, non si sente bene: adesso, all’improvviso, prova un’inesplicabile delusione, un malessere che non aveva mai provato, e quasi avrebbe voglia di cancellarlo quello strato di vernice e ritrovare quel suo orgoglio, anche se poi, che importa, pensa, tutto vada pure per suo conto.

Bruno Magnolfi

martedì 3 agosto 2010

Contro il mio simile


La prima coltellata la sferrai con forza, stringendo bene con le dita quel manico robusto, affondando il più possibile la lama dentro al corpo. Non parlavo, non dicevo niente, non sentivo il bisogno di dire una sola parola, però guardavo con occhi fissi quello che facevo, ed i miei gesti si convincevano mentre andavo avanti. Non conoscevo quell’uomo, però provavo un sentimento di schifo nei suoi confronti, anche se non ero riuscito a chiarire dentro di me il vero motivo di quella sensazione. Sentivo che non sarei stato capace di cancellare in fretta quella repulsione che provavo, eppure il mio comportamento era l’unico giustificabile, il solo che potevo sentire come mio, immedesimandomi in quei fendenti come se non ci fosse stato altro, nient’altro possibile per me in quei momenti.
Di quel corpo provavo un viscerale ribrezzo, forse dello sguardo, forse dell’odore, non so; ciò di cui ero più certo è che non sopportavo di sentirlo ancora respirare, e proprio in quei momenti quell’essere immondo aveva iniziato ad emanare dei rantoli odiosi ed osceni. Così con una delle coltellate successive gli tagliai la gola, però tenendomi a distanza, con il braccio disteso, un colpo secco, quasi cercassi di non avere niente a che fare con quella carne molle, quello sguardo di vecchio, quel viso insanguinato, adesso quasi irriconoscibile, quel corpo puzzolente. Con la punta della lama continuai a tagliuzzargli la schiena e le braccia mentre rantolava a terra, poi lasciai andare il coltello, e subito presi a calci quel corpo che ormai non si muoveva neanche più, quasi desiderando che facesse ancora resistenza, che si ribellasse al suo destino, per inondarmi ancora di soddisfazione.
Infine lo coprii di polvere e di terra usando le mie scarpe per sollevarne tutt’intorno, quasi a cercare di assorbire quel sangue che aveva sporcato il viottolo, quella stradina di campagna vicina ad una macchia di lecci e di querce, come desiderando annullare, disintegrare quel corpo ignobile. Scoprii all’improvviso di avere sudato nello sforzo di colpire, poi vidi un legno, un semplice bastone, lo passai sotto a quelle braccia che non facevano più alcuna resistenza, e trascinai quel corpo fino dentro al bosco; vidi una specie di fossa e lo feci rotolare dentro, poi, sempre con i piedi, lo coprii alla meglio di terra e sassi, e infine me ne andai.
Non raccontai mai niente di quell’incontro, e nessuno me ne chiese nulla. Ma io spesso ripenso a quanto era accaduto quel giorno, ed ogni volta riprovo la stessa sensazione, quella voglia profonda di distruggere chi mi assomigliava.

Bruno Magnolfi

lunedì 2 agosto 2010

L’attesa del presente.




L’attesa lascia il corpo spossato, stanco, sfibrato nello sforzo di ascoltare il silenzio della notte oppure i segni inequivocabili del giorno, della luce sfavillante, della vita che procede e cambia i colori e i punti di vista, trasformando ogni pensiero spesso senza che se ne riesca a comprendere né il senso né il motivo. Si attende l’alba, poi la sera, una passeggiata senza pensieri, poi un amico che dice cose divertenti, che spazzino via ogni amarezza lasciandoci almeno una flebile speranza. Ci si sente soli, certe volte, attenti ad ogni piccolo rumore che ci indichi un elemento nuovo, che ci prospetti una diversità, un pericolo, qualcosa magari da cui fuggire in fretta. Si attende che il destino si compia, senza sapere quali differenze ci si offrano ad ogni attimo che arriva. L’attesa: che una qualsiasi novità ci privi di tutto, forse; o di riuscire a stare meglio di così, come l’arrivo di un’eventualità sperata, quasi meritata. L’uomo urla per strada la sua angoscia, qualcuno accorre, altri dicono che sono gesti assolutamente privi di significato, degni di persone che hanno perso del tutto l’equilibrio; eppure l’uomo si dispera solo per quell’attimo trascorso, quello di tutti, quello che ha esaurito però ogni sua speranza, qualsiasi possibilità riposta in tutto il suo futuro, quello che ormai, nel gioco impalpabile di un presente che addirittura fugge per ognuno tra le proprie mani, è diventato in un unico momento solo passato.


Bruno Magnolfi

La semplicità del futuro



Ci vogliono idee nuove, aveva detto semplicemente lo stilista parlando quasi sottovoce l’ultima volta che era entrato dentro allo studio. Noi avevamo provato una specie di brivido, come se tutti quei giorni di lavoro fossero inutili, ciò nonostante avevamo annuito. Dovevamo disegnare il progetto per tutta la collezione, e continuavamo a lavorare sui tessuti, sui colori, sui tagli da dare alle stoffe, senza che effettivamente nessun nostro disegno, pur interessante e ben eseguito, riuscisse a risaltare sugli altri. Uscendo da là a sera inoltrata, pensavo nonostante una forte amarezza che lo stilista aveva ragione, e con questa idea fissa ero tornata verso casa portandomi dietro tutti i bozzetti migliori che in quel periodo ero riuscita ad elaborare. Volevo cenare con calma, distrarmi con le notizie di un telegiornale, e poi, dopo il caffè, tornare a riguardare i disegni, con lo sguardo più neutro possibile. La mia governante aveva sfornellato a lungo in cucina, ma io, cenando da sola e senza appetito, avevo spizzicato giusto qualcosa, poi ero andata sulla terrazza ad osservare le luci della città poco distante, accendendo una delle mie sigarette. Pensavo che non c’era alcun senso in quello che cercavo di fare, avevo passato in rassegna tutte le riviste di moda che avevo nella mia libreria, avevo ripensato a tutte le collezioni che ero riuscita a mettere a punto in quegli anni, eppure adesso non c’era niente che mi desse un’idea, uno spunto significativo. La creatività è un elemento impalpabile: certe volte fuoriesce come acqua da dentro una fonte; altre volte, pur con tutti gli sforzi, non ne sorte neppure una goccia, riflettevo come per darmi una giustificazione. Poi pensai di partire proprio da lì, dalla mancanza completa di idee, come se la realtà avesse bruciato in pochissimi anni tutto ciò che di nuovo si poteva inventare. Disegnai l’abito più semplice che riuscissi a pensare, quindi mi soffermai sui dettagli, i più elementari possibili, infine qualcosa nella mia testa iniziò di nuovo a girare. Certo, ci sono delle volte che si deve ripartire dai fondamenti, pensavo, anzi, bisogna riflettere proprio su quelli, attraverso l’esperienza che nel corso degli anni siamo riusciti a raggiungere. Ci sono principi a cui non possiamo voltare le spalle soltanto perché la nostra maturazione e la pratica ci ha portato lontani da tutto. Dobbiamo riuscire a guardare ancora dietro di noi, ripensare alle basi di tutte le cose, solo così il futuro ci parrà davvero a portata di mano.

Bruno Magnolfi

domenica 1 agosto 2010

Giulia agli amanti della Fine del Giorno.


Giulia agli amanti della Fine del Giorno.
Il sole si spalmava sull’acqua a pennellate in una lunga striscia di mare color oro, verso ponente. L’umidità del maestrale aveva reso intorno le lingue di terra dei semplici profili grigi, senza prospettiva, e l’arenile appariva cosparso di innumerevoli orme, come fosse stato c...alpestato da folle sciamanti e inferocite. La maggior parte degli ombrelloni e delle sedie a sdraio erano già state chiuse, pronte a difendersi dalla brezza di terra, dalla salsedine e dall’umidità della notte. Nessun significato c’era nel rimanersene ancora lì, se non per contemplare quel lento evento della natura, il tramonto del Sole, come uno spettacolo risaputo e inevitabile, ma proprio per questo la piccola comitiva si era riunita seduta e composta vicino al bagnasciuga, nell’attesa che il disco fiammeggiante si tuffasse nell’acqua, pronta alla contemplazione dei colori dell’arancio, del rosa e del porpora con i quali tra poco si sarebbe agghindato quel cielo, come in un immenso fondale di una scena teatrale. E’ morta una donna, affogata nel mare qua vicino, aveva detto uno. Gli altri erano rimasti in silenzio; poi un altro, senza neppure alzare la testa, aveva aggiunto: non è vero, è solo rimasta stordita per giorni, poi ha ritrovato la coscienza e la memoria, ed è tornata indietro, verso il mondo dei vivi. Ci fu una pausa, come se anche il Sole nella sua lenta discesa si fosse fermato; infine Giulia, la donna di cui il gruppo degli amanti della Fine del Giorno aveva appena parlato, si sollevò dalla sabbia lì accanto come da un lungo e profondo sonno in cui fosse rimasta sprofondata per chissà quanto tempo, e in silenzio guardò attorno a sé ancora una volta quello scenario che pareva rammentarle tutti i pensieri che in quel giorno limpido le avevano attraversato la mente, e infine andò via, senza voltarsi.

Bruno Magnolfi

La nostalgia del forestiero


Da quando, vent’anni prima, erano morti i suoi genitori a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, lui non era più tornato fin lì. In fondo la sua vita si era sviluppata tutta altrove, non c’era più alcun significato a rivedere il paese della sua infanzia. Eppure, come tutte le cose rimaste a sopire coperte da altri interessi, una voglia incomprensibile di rivedere la sua terra d’origine, adesso che aveva più tempo libero e la sua vita era quasi a posto, aveva iniziato lentamente a montargli da dentro, fino a spingerlo al suo paese. Il viaggio in macchina era lungo, specialmente se lo si sopportava da soli, e lui si era fermato parecchie volte, come a fare tante piccole tappe nel suo graduale avvicinarsi. Infine, quando aveva affrontato le ultime curve prima di vedere le case del paese dove era nato ormai sessant’anni prima, gli era presa la voglia di rallentare, quasi di fermarsi e tornarsene indietro, tanto la paura di vedere con i suoi occhi qualcosa che non gli sarebbe piaciuto trovare era forte.

Per questo aveva accostato la macchina sul ciglio della strada, proprio vicino al cartello che indicava il centro abitato, e gli era quasi venuto da piangere, tanto i ricordi parevano adesso affollarsi nella sua mente. Poi si era spinto leggermente più avanti, aveva spento il motore parcheggiando la sua auto in maniera più stabile, e si era incamminato a piedi lungo la via principale, quasi deserta. Gli occhiali scuri che aveva indossato ed il tempo trascorso lo rendevano quasi del tutto irriconoscibile per i paesani che avrebbe potuto incontrare, ed i suoi modi, piuttosto che da passeggiata, erano adesso quelli di chi cerca frettolosamente qualcosa, o si aggira per le strade per qualche affare da portare a compimento, disinteressato degli abitanti.

Era così arrivato fino alla piazza, e aveva già notato parecchie cose diverse, pur riconoscendo quasi tutto anche sotto alle recenti ristrutturazioni delle facciate. Aveva notato così il vecchio bar ormai rimesso a nuovo, e dietro al bancone, soffermandosi un momento all’ingresso, aveva visto una persona che non conosceva. Così era entrato dentro superando la sua ritrosia, e aveva ordinato un caffè al cameriere che non conosceva togliendosi finalmente gli occhiali e guardandosi attorno con una calma maggiore. Fu allora che era entrato dentro al locale Costantino, un suo vecchio compagno di scuola. Lui era rimasto in silenzio, l’altro lo aveva guardato a sua volta senza dir niente, ma si era avvicinato con una calma quasi innaturale, poi nella sua stessa maniera aveva appoggiato i gomiti sopra al bancone, e infine aveva detto soltanto: finalmente, sono vent’anni che aspetto il piacere di farmi pagare un caffè da qualcuno che non sia di questo paese…

Bruno Magnolfi