mercoledì 27 luglio 2011

Futuro prossimo (ripresa cinematografica n. 3).



Il viale è bello e tortuoso, l’immagine che ne traggo discende da una macchia di verde data dai grandi alberi che sembrano affastellarsi laggiù in prossimità della curva, e arretrando costeggia la carreggiata d’asfalto, fino a giungere nei pressi della panchina dove sono seduto ad osservare le rare auto che transitano. Tengo le mani a pugno, appoggiate sopra la pietra, l’espressione del mio viso è forzatamente neutrale. Non so decidermi a nulla, resto qui per non dover prendere l’iniziativa di andare da qualche altra parte, la mattina di questo giorno qualsiasi è ancora lunga, dovrei pur impegnarla in qualche maniera, bisognerebbe che il senso di queste mie piccole cose si decidesse ad uscire all’aperto, e mi indicasse un percorso, ma tutto appare difficile.

Fare qualcosa, penso, fingere di avere raggiunto lo stato di grazia di chi vive affrontando un gradino alla volta, senza scomporsi, concentrandosi sullo scopo che si staglia ogni volta di fronte. Attendo qualcuno; si, certo, qualcuno dovrà pur arrivare, ne avverto quasi i passi cadenzati sopra la ghiaia: una persona che si siederà su questa mia stessa panchina, fingerà indifferenza spiegando avanti a sé un giornale da leggere, scambierà con me un buongiorno che non sia edulcorato e meno che mai doveroso, e attenderà il momento migliore per esporre la propria opinione. Sono preoccupato, dirà, con un’espressione quasi divertente ai miei occhi: oggi viviamo troppo il presente. Silenzio, le pagine del giornale frusciano mentre vengono voltate.

Darò uno sguardo lungo la strada, soppeserò le macchine che paiono rincorrersi sopra l’asfalto, poi lascerò che divaghi ascoltando tutte le cose che avrà voglia di dire, annuirò su qualche passo più difficoltoso per lui, gli permetterò il tentativo di inserire la sua opinione politica all’interno di quelle sue frasi, e aspetterò che lasci una pausa, una semplice pausa minuta in mezzo a tutte quelle parole, ed il silenzio allora farà mostra di sé, incoraggiando i pensieri.

Il presente è solo il tempo che passa, che pulsa dentro di noi, dirò sottovoce. Ma dopo, aggiungerò, quali certezze possiamo mai manifestare? Abbiamo la memoria, i ricordi che mutano poco per volta all’interno di noi, assumendo la nostra stessa maniera di porre le cose, e ci spingono sull’orlo del baratro di questo presente che sembra certe volte sia tutto, e che invece si fa beffe di noi, ci toglie gli anni, poco per volta, ci toglie la voglia di spingerci ancora più in là; oltre, non si può proprio andare. Mi osserverà con maggiore attenzione, il mio compagno della panchina, ma soltanto per un attimo; poi ripiegherà il suo giornale, dirà ancora buongiorno, e come era arrivato andrà via, chissà dove, forse alla ricerca di qualcun altro a cui dire le stesse parole.

Allora il viale, avanti a me, addolcirà la sua curva, ed io con lo sguardo percorrerò tutta quanta la strada, fino alla congiunzione dei bordi. In quel punto laggiù, dove la mia immagine fonde, saprò individuare qualcosa che non ho mai conosciuto, e sarà questo lo scopo ulteriore per rimettersi di nuovo in cammino. Tutto il percorso così si mostrerà chiaro, potrò sentire il mio tendere verso qualcosa che per un attimo avevo perduto, avrò di nuovo con me una certezza, e sarò felice di questo, come pochissime volte era già potuto accadere.

Bruno Magnolfi

sabato 16 luglio 2011

Il duello.



Qualcuno da fuori chiama a voce alta il nome di Caterina, e la donna, nel sole e nel caldo del pomeriggio estivo, esce svogliatamente sulla soglia del suo piccolo appartamento al piano terra, scansando la tenda a nastri di plastica quanto basta per vedere chi sia che la sta cercando. Non si aspetta niente di buono dagli altri da quando suo marito è andato ad abitare in un paese vicino, però adesso che è rimasta in casa da sola, finiti tutti i litigi e i mal di stomaco quotidiani, lei vorrebbe ritrovare poco per volta quella tranquillità che da molto tempo ha perduto, e così è con sospetto e malavoglia che osserva una persona sulla strada che non conosce, una donna, ferma sulle gambe, come per un duello.

Qualcuno, mesi addietro, le aveva riferito che suo marito si era accompagnato con un’altra, così adesso, pensa Caterina, quella donna è forse proprio quella che adesso le sta lì di fronte, una povera disgraziata che non sa neppure in quale guaio si sia andata a cacciare, e che magari viene a dirle qualcosa come se a lei importasse ancora degli affari di quel suo marito. Forse le piacerebbe subito dirle qualcosa, affrontarla con parole aggressive ancora prima di ascoltare la ragioni che l’hanno spinta fin lì, ma per una sorta di rispetto resta in silenzio, forse in attesa di qualcosa che non riesce a comporre pienamente nella sua testa.

Caterina continua a guardare dritto verso la donna, e quella donna prosegue a guardare dritto verso Caterina, come se già lo studio attento e reciproco delle loro figure dovesse dare risultati certi, finalità importanti. Le loro espressioni un po’ ruvide sembrano sottintendere chissà quali realtà differenti, i motivi di scontro potrebbero essere a portata di mano, pensa Caterina, ma qualcosa sembra si sollevi lì accanto, come un pallone leggero, gonfio della medesima aria che pare dividerle. Infine una delle due ha un piccolo gesto come di noia per quel prolungato studiarsi.

Caterina si volta per togliere qualche foglia secca al geranio lì accanto, quasi a mostrare a quella donna che se aveva voglia di dirle qualcosa era quello il momento, e probabilmente non ce ne sarebbe stato uno ulteriore. L’altra fa un passo a sua volta, si gira quasi di fianco, poi torna a dare uno sguardo nell’espressione di Caterina, allarga leggermente la bocca in un timido sorriso che non vuole essere ironico, e lei, con naturalezza, ricambia la medesima espressione dell’altra.

Nessuna delle due dice niente, forse perché non c’è proprio niente da dire, ma quella donna all’improvviso si lascia andare in una risata di gusto, proprio mentre si gira per allontanarsi e riprendere la strada da dove è venuta, e Caterina l’accompagna con un largo sorriso, come se fosse stata trovata un’intesa che lascia ambedue soddisfatte, o almeno coscienti di qualcosa che senz’altro non avrebbero nemmeno saputo spiegare, ma che era lì, adesso, senza alcun dubbio.

Bruno Magnolfi

martedì 12 luglio 2011

Nel mondo degli uomini.



L’uomo era entrato nel bar, aveva scelto un tavolo libero e si era seduto. Al cameriere che si era accostato aveva ordinato un caffè, quindi aveva aperto svogliatamente il giornale con calma. Poco dopo al suo fianco era arrivato qualcuno che lui conosceva, gli aveva appoggiato una mano sopra la spalla e aveva sorriso; infine anche lui si era seduto a quel tavolino.

L’ordigno era scoppiato pochi secondi più tardi, al passaggio dell’auto lungo la strada principale, sicuramente azionato a distanza, e tutto davanti al locale si era trasformato in un caos completo. I due si erano precipitati là fuori, avevano visto l’auto squarciata e due uomini coperti di sangue che urlavano e si contorcevano sdraiati sopra l’asfalto.

Tutti i curiosi parevano tenersi a distanza, ognuno col telefono all’orecchio, salvo loro due che cercavano di portare un primo soccorso a quei poveri feriti. Le autoambulanze erano arrivate in un attimo assieme alle volanti della polizia, e nella confusione dei gesti e delle sirene quei due, che si erano abbondantemente sporcati di sangue, furono presi e infilati in un’auto medica, scortata verso l’ospedale dalle forze dell’ordine.

Nei giorni seguenti, una volta che tutto era stato chiarito, i due erano tornati a vedere la scena di quell’attentato politico, davanti a quel bar, proprio per cercare di comprendere che cosa fosse effettivamente accaduto, qualcosa che neppure i giornali avevano spiegato in maniera esauriente. Fu allora che una moto si era accostata, i due con i caschi avevano tirato fuori le rivoltelle per sparare verso di loro con una freddezza da professionisti, senza chiedere niente, lasciandoli a terra mortalmente feriti. In seguito si disse che i due erano senz’altro implicati in quell’attentato, per questo dovevano esser stati messi a tacere.

Bruno Magnolfi

(Profilo n. 10). I pezzi che mancano.


Franko a fine giornata sta sistemando le ultime cose prima di chiudere la sua officina e andarsene a casa come già hanno fatto i suoi ragazzi da poco più di mezz’ora. Due tizi che non ha mai visto si fermano davanti ai suoi piedi in silenzio, dopo aver abbassato la testa sotto alla serranda mezza calata ed essere entrati, le mani dentro le tasche, le facce serie, senza espressione. Dicono, senza attendersi alcuna risposta, che hanno una macchina da riparare, e poi basta.

Franko capisce al volo che non è il caso di replicare, resta immobile ad osservare il tizio che si è fatto più avanti, mentre l’altro tira su la serranda e va a prendere l’auto di fronte, una grossa Ford con la parte anteriore sinistra completamente sfasciata. Puoi smontare i pezzi ammaccati, dice il tizio; domani mattina la prima cosa che fai prendi le parti da sostituire dal tuo rivenditore, le vernici con attenzione e rimonti tutto quanto, come se niente fosse accaduto, noi staremo con te. E’ semplice, adesso telefoni ai tuoi ragazzi e gli dici che domani la carrozzeria sarà chiusa, inventati tu una scusa qualsiasi.

Franko non dice niente, sa che non può fare altro che quello che gli è stato detto, lui abita da solo, probabilmente lo sanno anche loro, nessuno lo aspetta, può rimanere lì a lavorare per tutta la notte, e loro ci contano. Rimane in silenzio, ripassa quelle istruzioni e si proietta con i pensieri al giorno seguente, quando quei due saranno usciti da lì, con la macchina a posto. Telefona, poi prende gli attrezzi e senza parlare inizia a smontare il faro e il parafango.

Franko con la coda dell’occhio vede i due tizi che si sono seduti sul fondo della sua officina, su dei sedili smontati, e senza farsi notare raggiunge l’ufficio lì accanto, in mente il numero di telefono della polizia. Gli tornano in mente gli anni in cui andava a scuola, e si firmava con quella kappa per guadagnarsi maggiore rispetto. Non è una telefonata ciò che davvero vuol fare, ma non riesce ad avere un’idea, così esce da lì e riprende il lavoro.

Franko si sente un po’ stanco, sa che dovrà dormire là dentro stanotte, e dopo due ore la macchina ha la parte davanti completamente smontata. I tizi osservano tutto quanto annuendo, gli dicono di far sparire da qualche parte i pezzi smontati, uno va a prendere qualcosa da mangiare alla tavola calda: quando torna tutti si sistemano sui sedili reclinati delle auto in riparazione. La notte trascorre in maniera estenuante, al mattino presto niente è diverso, tutto è rimasto com’era.

Franko si sente uno stupido inetto, il nervosismo gli corre sotto alla pelle, ma continua a cercare di starsene tranquillo e in silenzio, mandando avanti tutte le cose. Forse potrebbe sollevare un po’ la serranda, uscire velocemente e chiudere i tizi là dentro, ma la sua vita sarebbe segnata. Percorre diverse volte tutta l’idea, come a cercare un sollievo, poi fa un cenno ad uno di loro. Salgono ambedue sul suo furgone e si incamminano per andare a prendere i pezzi che mancano. La giornata passerà, pensa più volte, in seguito non ci sarà neppure bisogno di ricordarla.

Bruno Magnolfi

Uno per volta.


Uno per volta.

C’era buio in tutto il corridoio, tanto quasi da infondere una leggera ma tenace sensazione di oppressione, come se soltanto aprendo la finestra in fondo a quello spazio piuttosto ristretto si fosse potuto respirare davvero. Il silenzio regnava. Una specie di scricchiolio però era parso giungere da dietro una porta che si apriva a metà di una parete, senza che ne fosse comprensibile la natura. Angelo era fermo, osservava la finestra con gli scuri accostati che separava il corridoio dallo spazio all’esterno, tanto che si intravedeva, lungo quegli spiragli attorno ai vetri, delle lame di luce che parevano pressare per entrare il più possibile dentro.

Una lieve risata remota si faceva strada da qualche parte, come se niente fosse importante, se non quella leggerezza stentorea, l’indifferenza per qualsiasi preoccupazione. L’aria era ferma, il caldo invischiante, denso, ai limiti del sopportabile. Angelo si mosse, arrivò fino alla porta, mise la mano sulla maniglia. Buonasera, disse qualcuno alle sue spalle. Una donna con un piccolo cane al guinzaglio lo stava osservando da dietro senza interesse, lui non ebbe neppure l’istinto di rispondere in maniera adeguata a quel saluto. Venga pure, disse la donna entrando avanti a lui dentro alla stanza. Angelo la seguì senza trovare altro da aggiungere.

Si sedettero entrambi, lei appoggiò la borsa sul tavolo e il piccolo cane si acciambellò in una cesta di vimini sul pavimento al suo fianco. Angelo disse qualcosa, senza convinzione, la donna sorrise, consultò qualche cosa che aveva di fronte nella lieve luce della lampada, poi prese una pausa. Accese una grossa candela rallentando i movimenti, infine alzò lo sguardo sulla sua faccia. Mi spieghi soltanto il suo pensiero principale, disse con voce pacata.

Angelo si accomodò sulla seggiola stringendo i braccioli di legno, osservò la luce della candela, infine disse: da un po’ di tempo sono diventato insicuro; cerco di fare le cose di sempre e mi viene ogni volta più naturale chiedermene il motivo, tanto da tendere a non combinare più niente. Resto in silenzio, da solo, certe volte, tormentato da mille preoccupazioni che prima non avevo. Non mi pare ci sia niente di diverso nella mia vita, se non questo abbattimento che non so neppure spiegarmi da dove derivi.

Il cane si era scosso conformemente alla fiammella della candela, la donna aveva abbassato lo sguardo lasciando una pausa, e infine aveva detto, come scolpendo la frase sopra una pietra: chiedersi il perché delle cose, è naturale; le risposte vanno cercate dentro di noi. Angelo aveva ascoltato con scarsa convinzione, poi aveva detto, muovendosi ancora un po’ sulla scomoda seggiola: non trovo alcuna risposta. La donna si era sollevata all’impiedi, si era spostata verso un lato di quella stanza, infine aveva spiegato: non posso aiutarla, il problema che pone è di tutti; posso ascoltarla se vuole parlare, e forse in questa maniera può riuscire a trovare i motivi della sua depressione. Altro per me è del tutto impossibile, il resto dipende da lei.

Angelo guardava perplesso le carte sopra il piano del tavolo, senza interesse, infine disse: va bene; e si alzò dalla sedia. La donna lo seguì con lo sguardo in silenzio, lui arrivò fino alla porta, infine, voltandosi, disse soltanto: se mi viene voglia di venirle a parlare, allora, prendo un appuntamento con la sua segretaria? No, venga direttamente, disse la donna, forse anche aspettare il suo turno nel corridoio può esserle utile.

Bruno Magnolfi

domenica 10 luglio 2011

La comprensione del senso.



L’uomo resta fermo sulla banchina del porto, le mani sprofondate nelle tasche della sua giacca, il cappello con la tesa di poco sopra gli occhi, quasi a nascondere qualcosa del viso. Osserva l’acqua scura che oscilla lievemente sciabordando sul cemento del molo. Dall’altra parte forse devono iniziare le operazioni di carico di una nave ormeggiata e quasi immobile, senza alcuna attività apparente, che si direbbe deserta se non fosse per uno scroscio d’acqua gettato in mare su un fianco dalle pompe di sentina. Forse deve partire, tra qualche ora, o domani, chissà. Intanto in giro non si vede nessuno. La luce verde e l’altra rossa che segnalano l’imboccatura della rada, lampeggiano con regolarità, la sera avanza, l’uomo si siede sopra una grossa bitta d’ormeggio.

Oltre la diga foranea del porto, il mare lontano lascia biancheggiare la cresta delle onde più grandi, qualche gabbiano plana mansueto trasportato dalla brezza salmastra. L’uomo si alza, riprende a camminare con calma restando vicino allo spigolo del molo, continua ad osservare qualcosa nell’acqua, i suoi passi scricchiolano sui frammenti di ghiaia. Più avanti un anziano pescatore con la canna ha tirato su qualche muggine, l’uomo va verso di lui, si avvicina fino a tre o quattro metri, poi si ferma come ad osservare la sua operazione per tirare su un altro pesce, ma subito dopo lo lascia alle spalle e procede.

I pensieri si intrecciano, arrivano a gruppi, a cascata, ma spesso sembrano intenzionati a interrompersi, come non ci fosse alcuna necessità della loro presenza. L’uomo arriva alla fine del molo, il vento si sente in quel punto, deve tener fermo il cappello sopra la testa se non vuole vederlo finire nell’acqua. Poi torna indietro, ripassa alle spalle del pescatore che ora sta riponendo la sua attrezzatura: il sole dietro le nuvole ormai è già tramontato, ancora pochi minuti di luce, poi sarà buio. L’uomo guarda di nuovo la nave: si sono accese delle luci sul ponte e nelle cabine e si sente il ronzio del motore che lascia un velo di fumo su in alto. Sicuramente deve partire, pensa l’uomo; tra qualche ora, o domani, chissà, ma questo pensiero gli pare la chiave di tutto, e si sente rasserenato da quella consapevolezza: qualcosa si muove, procede in avanti, pensa ancora; non è vero che siamo tutti fermi ad aspettare la morte.

Bruno Magnolfi

(Profilo n. 9). Accanto al muro.




Mi soffermo ad osservare la campagna, certe volte, quella che si vede da qui, oltre questo vecchio muretto di pietre che costeggia la strada dietro al paese, mentre serpeggiando scende dalla nostra collina. Incontro qualcuno, ci salutiamo, ma basta uno sguardo, non c’è bisogno di dirsi qualcosa, assaporiamo la giornata che scorre con la coscienza di chi non ha orpelli per gli altri e neppure ne chiede.

Tutti riconoscono in me una persona di margine, uno che passa le giornate da solo, con cui è bene tenersi a distanza, non si sa mai cosa potrebbe inventare. Mi muovo di un passo, appoggio una mano sul muro, guardo la fila di cipressi più in basso che sembrano tante persone silenziose mentre camminano proprio come faccio io, lungo il bordo di questa anonima strada.

Il mio disagio è il pensiero: troppo spesso lascio che porti la mia mente lontano da qui, sempre partendo da questo scorcio di campagna, da questa macchia di verde sfumata dai tempi delle stagioni. Passa una donna che conosco, mi dice con voce squillante che oggi è una bella giornata, annuisco, lascio che scorra mentre sorrido e la osservo.

Ci si guadagna la rispettabilità giorno per giorno, penso, poi a volte la si perde in un attimo, e infine siamo qualcosa di incasellato per sempre. Non ha alcuna importanza, guardo la donna da dietro e forse vorrei stringerla a me, spiegarle quanto sia stato bello sentirmi salutare a quel modo, rendermi conto di essere anch’io una persona, lasciato per rispetto al mio gioco di sempre, a questo osservare da qui ciò che si vede.

E’ il punto di osservazione la cosa importante, penso: basta spostarsi di poco, appena un’inezia, e tutto cambia in un attimo. Riconosco una macchia di lecci, là in fondo, e col pensiero mi spingo là dentro, come un animale del bosco. Un giorno prenderò questa strada, penso, forse camminerò in avanti senza fermarmi, e continuerò così fino a percorrerla tutta, senza voltarmi.

Bruno Magnolfi