martedì 13 settembre 2011

.Invariabilità delle cose ormai definite.


Andrà a finire male per me, ne sono sicuro, avevo detto sperando che qualcuno mi ascoltasse, che ci fosse almeno uno pronto a recepire quelle parole, a interpretarle, a dirmi che non era affatto il caso di fare discorsi del genere, di abbattermi così, di immaginare tutta la realtà in maniera così negativa. Ma in effetti niente era accaduto. Così, quasi senza pensare, avevo percorso un tratto di viottolo lungo i binari del treno, tenendomi al margine, proprio dove corre la fine della massicciata. Avevo assaporato la polvere dei sassi, l’odore di ruggine, il senso di niente che c’era lì attorno; poi, in quell’ora serale, un treno mi era passato vicino, spostandomi leggermente con la sua massa d’aria.

Mi era piaciuto il rumore assordante del vento e dei meccanismi in azione, l’acciaio che rotolava veloce sopra altro acciaio, e mi ero immaginato il colpo fenomenale del ferro che ti strazia nel buio senza che nessuno si accorga di niente, come un niente, appunto, una piccola cosa che accade in un attimo nel mentre sacrifichi una parte di te, senza neppure renderti conto. Ho proseguito a camminare, con gli occhi puntati per terra ad evitare ogni inciampo, e altri treni sono transitati, ma ormai più distanti, come se l’impatto iniziale fosse ormai superato. Infine sono tornato indietro, disgustato di tutto, anche delle mie incapacità.

Mi sono sdraiato sul letto, da solo, nella mia stanza, nella morbida oscurità della finestra schermata dalle tende, e ho cercato di pensare. Quanto egoismo nei nostri modi di essere, anche nei miei, ho riflettuto. Ho provato il terrore che potesse suonarmi il telefono, ma non è accaduto. Avrei voluto allontanarmi da me, iniziare a pensare qualcosa indipendentemente dalla mia persona, da quello che sono, dalla mia vita, dai miei guai, ma tutto invariabilmente lì in quella stanza ripiombava sulle mie cose, su quelle piccole sciagurate faccende che pareva non volessero proprio filare per il verso giusto.

Ho cercato di immaginare un mondo dove ognuno si preoccupa maggiormente delle altre persone, ma mi sono reso conto in un attimo che nessuno mi ha mai abituato a fare così. Pensavo, e capivo che non c’era dentro di me la cultura appropriata ad affrontare le cose in maniera diversa, e quindi era ovvio che soffrissi per ogni piccolo smacco subito dalla mia persona. Mi sono concentrato, ed ho provato una voglia profonda di sincerità, non soltanto dagli altri, ma anche da me stesso. Sono tornato ad uscire, ho girato per strada, poi sono entrato dentro a un locale.

Mi sono messo al bancone ed ho offerto da bere ad un tizio che stava lì, apparentemente senza pensieri. Gli ho chiesto se aveva bisogno di parlare, o di qualche altra cosa, se potevo essergli utile, ma quello mi ha ringraziato della birra, se l’è scolata, poi si è alzato ed è andato via. Anch’io allora sono uscito, e mi sono guardato le mani, ho cercato qualcosa tra le case e le strade che mi circondavano, ma non ho trovato un bel niente che mi desse una spinta, che potesse mostrarsi capace di quello scambio di sincerità di cui sentivo forte bisogno. Ho continuato a girare, ho fermato qualche persona sul marciapiede, ho cercato di fare domande, di interessarmi di qualche problema diverso dai miei, ma tutti mi hanno indicato quell’unica strada che avevo di fronte. Così, velocemente, sono rientrato nella mia casa, mi sono sdraiato di nuovo sul letto, con i treni che avevano ripreso a fischiare forte nelle mie orecchie, ma ho cercato di farmi forza, di pensare che non avevo motivo per fare così; poi, lentamente, ho preso sonno.

Bruno Magnolfi

lunedì 12 settembre 2011

La vita vicina (ripresa cinematografica n. 5).



Un uomo cammina senza una meta cercando dentro di sé un minimo di tranquillità e soprattutto il coraggio per tornarsene a casa. C’è un locale quasi in fondo alla strada, così entra dentro senza alcuna intenzione, giusto per dare un’occhiata. Mentre si sistema seduto al bancone conta gli spiccioli che gli rimangono dentro alle tasche, chiede una birra e il cameriere gliela serve senza guardarlo.

A quell’ora là dentro c’è ormai poca gente, e ognuno sembra proprio che badi soltanto alle proprie faccende. Una donna alle spalle invece gli si avvicina, chiede con un’occhiata al barista qualcosa da bere, infine si siede con una leggera espressione sorridente del viso. Sicuramente lei ha qualche anno in più rispetto a lui, ma vestita e truccata com’è riesce a mostrarsi giovanile e a camuffare benissimo la sua vera età.

Agli inizi parlano solo di cose senza importanza, poi lei dice senza mezzi termini che potrebbe fare del sesso con lui anche per pochi soldi. L’uomo risponde che non gli interessa quell’argomento, e se lei vuole possono farsi ancora un po’ compagnia, nient’altro, e in ogni caso ribadisce che lei deve sentirsi libera di fare tutto ciò che le va maggiormente, anche andarsene. La donna rimane seduta, adesso parla con più libertà di se stessa, della sua situazione, lui segue con attenzione ogni ragionamento e ogni tanto dice la sua.

Lui infine si offre di accompagnarla fino al suo appartamento, lei non abitava lontano, ma fuori a quell’ora non c’è più nessuno, e così fanno la strada con passo lento, come due innamorati, continuando con impegno a parlare. Quando si separano lei dice che era da tanto tempo che non conosceva un uomo simile a lui: così comprensivo, capace di ascoltare gli sfoghi di una donna qualsiasi come lei si sente di essere. Lui le sorride per la prima volta, la bacia sulla bocca, poi se ne va di malavoglia, lasciandola davanti al portone, senza chiederle il nome e neppure sapere dove andare di preciso a passare la notte.

Quando infine ha percorso poche decine di metri, con le mani dentro alle tasche, lui torna indietro per osservare con curiosità quale tra tutte le finestre buie di quel palazzo si sia illuminata. Lei si affaccia scostando la tenda giusto un momento, quasi sicura di trovarlo là sotto, gli chiede con dei cenni se gli va di salire, e lui risponde di si.

Bruno Magnolfi

venerdì 9 settembre 2011

Scriverò un libro per questi quattro imbecilli.



Immobile, sdraiato su questo vecchio divano, osservo la luce del giorno che filtra con garbo dalla tenda della grande finestra. Mi sento completamente indolenzito, la mia mano sfiora il tappeto sul pavimento, avverto la pelle sudaticcia e fastidiosa sotto a questa camicia piena di grinze, e un gran mal di testa mi martella le tempie.

C’è stata una festa, rifletto tanto per partire da qualcosa di certo; ho bevuto fino alla nausea, fino quasi a stordirmi, tanto da perdere coscienza della mia situazione, del mio vivere giorno per giorno, senza mai un dato sicuro.

Certe volte mi illudo che la mia condizione possa cambiare da un attimo all’altro, che io riesca ad agganciare una tizia piena di grana e sistemarmi a dovere. Ma per quanto mi tenga in allenamento, conosca diverse persone del giro, riesca ad intrufolarmi tra la gente che conta, alla fine non riesco a concludere niente, se non rimorchiare qualche ragazza messa peggio di me.

Il mio ruolo lo porto avanti benissimo, riesco simpatico, in certi casi affascinante, conosco benissimo le parole chiave di molti argomenti, e so quando usarle. Però sembra proprio che nessuno, oltre queste serate inefficaci e surreali, mi conceda un credito minimo che riesca a farmi superare la lucidità del giorno seguente.

Molte volte ho pensato di prendere appunti, di scrivere un libro, un pamphlet di memorie per questi anni trascorsi così, alla ricerca di qualcosa forse di irraggiungibile, che per gente come son fatto io, forse non arriverà mai. Oggi scrivono tutti, penso, non ci sarebbe niente di male. Qualcuno magari sarebbe pronto a dire che se ne sentiva proprio la mancanza di una cosa del genere. Dovrei forse comprarmi un registratore, e buttar dentro tutte le cose che mi passano dentro la testa.

Certe sere sono stato in mezzo a qualche presentazione di libro, scritto magari dalla figlia dell’ingegnere e pubblicato dall’editore amico della famiglia, ma ho respirato soltanto falsità, anche maggiore di quella che uno come me riesce a mettere in campo. Però la strada potrebbe essere buona, una patina culturale mi aprirebbe moltissime porte, sicuramente sarei visto di buon occhio da moltissime separate piene di soldi in cerca di qualche tizio da mantenere.

Poi mi muovo, mi tiro su in piedi, ravvio i capelli e stiro con la mano il colletto della mia camicia. Non posso continuare così molto tempo, penso con una smorfia sopra la faccia. Devo trovare la maniera per svoltare la strada, devo scrivere un libro, ecco, è proprio questa la maniera per uscire da questa situazione impossibile. Potrei cominciare già adesso, penso ancora, mentre questo insopportabile mal di testa continua ad aleggiare dentro di me: sul tavolino c’è il retro bianco di un opuscolo e anche una bella matita. Scrivo: “Immobile, sdraiato su questo vecchio divano…”, poi mi fermo; nessun imbecille leggerà mai cose del genere, penso; però non ho altro, tanto vale tentare.

Bruno Magnolfi

mercoledì 7 settembre 2011

Senza neppure certezza del nome.



Avevo avvertito un bisbiglio nel buio della camera da letto, qualcosa di strano, tanto da rendermi inquieto e non permettermi più di dormire. Così mi ero alzato, avevo acceso la lampada e girato a lungo dentro alla piccola stanza di quella pensione, poi mi ero seduto. Non c’era niente che giustificasse un rumore come quello che avevo sentito, ma soprattutto non era possibile che qualcuno fosse entrato là dentro per bisbigliare strane frasi ai piedi del letto. Mentre i minuti passavano nel silenzio completo dell’ora notturna, cercavo di pensare sempre di più che mi fossi sbagliato, che il mio dormiveglia mi avesse giocato uno scherzo, e con questa riflessione tornai a coricarmi, anche se non riuscivo a trovare la tranquillità sufficiente per addormentarmi. Ripensavo a quello che avevo sentito, o almeno creduto di sentire, e sempre di più mi pareva di aver distinto le sillabe distorte che compongono un nome: il mio.

Nei giorni precedenti avevo vagato a lungo per la città, senza decidermi a niente: cercavo un lavoro, questo era il punto, mi ero trasferito dal mio piccolo paese di provincia proprio per questo, ma adesso che dovevo mettere in atto tutte le strategie e le conoscenze che avevo per riuscire a farmi dare un’occupazione, sembrava che qualsiasi pensiero fosse capace di distrarmi da quei miei buoni auspici. Giravo per tutte le strade in qualche caso addirittura perdendomi, tanto da dover chiedere a qualche passante la direzione per tornare verso i quartieri che conoscevo di più. Sentivo quasi, dentro di me, la necessità per quella solitudine incontrastata che continuavo a cercare, quel muovermi lungo le vie incuriosito da tutto, mescolandomi a tante persone del tutto indifferenti alla mia situazione, preda com’ero di pensieri ondivaghi ed inconcludenti.

L’angoscia, che per tutto il giorno riuscivo in qualche modo a tenere distante, scaturiva fuori immediata quando rientravo nella camera della pensione, ma non era sufficiente ad indurmi ad un comportamento maggiormente concreto. I soldi che mi erano stati prestati dalla mia famiglia diminuivano senza rimedio, ma io, che prendevo i pasti in quell’alberghetto ordinando vini costosi e piatti speciali, fingevo quasi di non accorgermi di quanto stava accadendo. Infine, con un gesto quasi di disperazione improvvisa, ero andato dalla proprietaria di quella pensione per pregarla di darmi un lavoro, o perlomeno qualcosa da fare. Lei non aveva detto di no, semplicemente si era lasciata del tempo per prendere una decisione, ed eravamo rimasti d’accordo che mi avrebbe dato senz’altro una risposta alla fine di quella settimana.

Mi pareva che tutto potesse riprendere un senso, che la mia vita iniziasse in qualche maniera a scorrere con regolarità, così quella sera avevo bevuto qualche bicchiere di troppo. Avevo offerto da bere a tutti coloro che stavano attorno a me nel ristorante, ed avevo parlato con chiunque delle cose più sciocche. Mi ero coricato quando ormai era tardi, e mi era parso, fantasticando senza alcun freno, che fosse l’ultima notte che dormivo in quella spelonca, e che dal giorno seguente le cose avrebbero preso un corso diverso per me. Ma quel bisbigliare il mio nome nel buio aveva riportato ogni pensiero alla mia situazione reale, e all’improvviso sentivo il calare delle preoccupazioni dentro di me, e la mia fronte che si imperlava sempre più di sudore.

La notte passò così, in qualche maniera, senza che fossi riuscito a chiudere occhio, e quando scesi nella saletta per la colazione, la proprietaria della pensione mi disse che pur dispiacendole non c’era posto per me tra il personale che aveva. Saldai così il conto con i pochi soldi che mi erano ancora rimasti, firmando sul registro dell’albergo accanto al mio nome, poi chiesi se per caso qualche cliente avesse l’abitudine di bisbigliare nei corridoi durante la notte. Non credo, mi fu risposto, in ogni caso c’è effettivamente qualcosa di strano: il nome sul suo documento è diverso da quello con cui si è firmato.

Bruno Magnolfi

domenica 4 settembre 2011

Ingiustificata solitudine.




Alcune conoscenti si erano fermate da me per chiedermi di uscire assieme a loro, ma io avevo risposto, con apparente dispiacere, di non sentirmi troppo bene, e per questo preferivo rimanere a casa, perlomeno quel pomeriggio. Dopo qualche insistenza loro avevano acconsentito alla mia volontà, ma se ne erano andate soltanto promettendo, sia a me che a loro stesse, di ripassare più tardi per assicurarsi che non avessi bisogno di qualcosa, e soprattutto per verificare che il mio malessere fosse ormai scomparso, come si auguravano.

Le osservai dalla finestra mentre si allontanavano parlando e ridacchiando di qualcosa, ed io provai una certa distanza nell’immaginare i loro giri dentro ai negozi, quel passeggiare senza meta che conoscevo bene, il loro fermarsi dentro al solito caffè, e cose di quel genere. Mi sedetti sopra una poltrona e la mia solitudine improvvisamente mi parve una fortuna, qualcosa sicuramente da difendere come un aspetto importante della personalità. Mi sentivo libera di fare e di pensare, dentro alle mura della mia piccola casa, e mi pareva questo, a mio modo di vedere, l’elemento di gran lunga più importante.

Mentalmente cercai qualcosa di cui interessarmi, tanto per far trascorrere del tempo, ma in breve la mia ricerca apparve inutile. I miei pensieri pareva d’un tratto galleggiassero nel niente, sentivo fuori le auto e i rumori della città, tutto quanto che proseguiva come sempre, ma la distanza tra me e il resto sembrava aumentare ad ogni istante. Mi sollevai dalla poltrona, girai per casa cercando qualcosa da toccare o di cui occuparmi, almeno per qualche attimo, ma ogni mio sforzo fu del tutto inutile. Vedevo tutto quanto intorno a me perfettamente a posto, come se niente avesse necessità di un mio intervento, tanto da lasciarmi inerte, praticamente inutile. Sentivo la mia personalità costantemente incapace di affrontare i malesseri che mi sembrava di provare, e le altre persone a cui pensavo, al mio confronto, mi apparivano tutte estremamente fortunate.

Decisi di cambiarmi d’abito e di raggiungere frettolosamente le mie amiche, dire loro tutto ciò che in quel poco tempo mi era passato per la testa, scongiurarle di non lasciarmi sola, incapace di affrontare quel vuoto profondo che sentivo adesso dentro me, ma tutto mi parve complicato; pensai che probabilmente non sarei neanche riuscita ad incontrarle, e che avrei provato in quel caso uno sconforto anche maggiore. D’improvviso riflettevo con angoscia che la preoccupazione provata per me stessa stesse diventando quasi una fobia, e ne provai paura. Continuavo a muovermi tra la camera da letto e il salottino torcendomi le mani, senza decidermi a niente, come se, tutto ad un tratto, quell’equilibrio del quale provavo perfetta sicurezza fino a poco prima, quella sensazione di stabilità, quella coscienza che avevo messo a punto in tutti i miei giorni, fosse scomparsa, perduta in un attimo senza alcun’altra possibilità.

Passò ancora del tempo in cui la mia costernazione raggiunse quasi il paradosso, fino a quando sentii alcune voci giungere dall’esterno, e forse udii pronunciare anche il mio nome: mi avvicinai velocemente alla finestra e vidi le mie amiche che stavano tornando. Mi scesero le lacrime, ma cercai subito di ricacciarle indietro pensando a quanto sciocco fosse il mio comportamento. Mi venne voglia di aprire la porta e di abbracciarle tutte quante quelle donne che venivano a salvarmi, ma pur accogliendole cercai di conservare un atteggiamento più posato. Infine quelle entrarono dentro la mia casa con la loro solita allegria, constatarono subito però come la mia espressione dimostrasse uno sconvolgimento che non riuscivano a spiegarsi, così come i miei modi apparissero nervosi e pressoché ingiustificati: così mi fecero subito sdraiare sul mio letto, e in breve si decisero a chiamare velocemente un medico.

Bruno Magnolfi


Una donna con la sua bicicletta (ripresa cinematografica n. 4).



Non è successo niente, pensavo osservando quei curiosi che continuavano ad avvicinarsi a quel punto della strada dove la donna in bicicletta era caduta, senza peraltro farsi troppo male. Alcuni l’avevano subito soccorsa, altri erano sopraggiunti velocemente ad osservare i primi, anche se io continuavo a pensare che non ci sarebbe stato affatto bisogno di tutto quel trambusto. Ero rimasto immobile, fin da subito, seduto sopra la panchina a pochi metri, perché quando mi ero accorto dell’accaduto e al momento in cui forse avrei voluto e potuto intervenire, qualcuno l’aveva già fatto prima di me, e attorno a quel ciglio di strada si era formato in un attimo un piccolo assembramento di persone, tanto fitto da darmi quasi fastidio.

La donna in bicicletta mi era passata vicino pedalando lentamente proprio poco prima di cadere: io l’avevo osservata e lei aveva notato me. Tutto adesso avrebbe ripreso la sua normalità in pochi minuti, pensavo, e infatti la donna aveva presto recuperato la sua bicicletta e tutti attorno poco alla volta si erano dileguati lungo quella strada. Forse avrei potuto intervenire, pensavo, fare qualcosa, mostrare la mia buona volontà. Avrei potuto aiutare quella donna a rimettersi in piedi, sorreggerla fintanto che il piccolo dolore alla gamba le fosse passato; avrei potuto rialzare la sua bicicletta, assentire ai commenti di lei su quella pietra sconnessa che le aveva fatto perdere inequivocabilmente l’equilibrio. Forse avrei potuto offrirmi di accompagnarla nel bar più vicino, per un caffè, o qualcosa di forte per lenire lo spavento. Ma non avevo fatto niente.

Lei mi era transitata vicino, forse una piccola intesa era passata tra di noi, ci eravamo osservati per un attimo, io ero rimasto fermo, senza espressione, avevo soltanto continuato a guardare la sua pedalata lenta, il suo modo di fare particolare. Forse non avevo pensato niente, anzi avevo distolto lo sguardo a un certo punto, proprio per non apparire insistente, come qualcuno che riesce solo ad incuriosirsi degli altri, senza rendersi conto di dimostrarsi soltanto fastidioso. Lei mi aveva notato, questo si, ma non mi sembrava affatto una persona curiosa, un tipo di donna che va in giro ad osservare tutti gli altri.

Era caduta perdendo l’equilibrio in un attimo, ma la sua bicicletta era quasi ferma tanto pedalava lentamente; il marciapiede era ingombro di persone come sempre, ma io me ne stavo sopra la panchina, tranquillamente, senza alcuna idea particolare nella mente. Forse avrei voluto parlare a quella donna, dirle che mi aveva colpito il suo modo di fare, quel girare svogliatamente lungo le strade cittadine. Ma la sua caduta aveva richiamato l’attenzione di tutti quanti, io non avrei potuto mai dirle quello che mi passava nella testa, non sarei neppure stato utile, si sarebbe dimostrato solo un ingombro il mio, un inutile affaccendarsi privo di qualsiasi significato; per questo non avevo fatto niente.

Poi lei aveva ripreso la sua bicicletta, era tornata a salire sopra al sellino, e si era allontanata, forse con una certa timidezza per quanto era accaduto. Non era successo proprio niente, continuavo a pensare tra me; osservavo il traffico della strada restando seduto sopra la panchina, e provavo dispiacere per quel capannello di persone che subito si era formato, come se nessuno avesse altro da fare che non accorrere in massa per una cosa così sciocca, una cosa da niente, senza significato. Restavo lì senza decidermi a nulla, svogliatamente, e ad un tratto vidi la donna con la sua bicicletta che era tornata indietro, si era soffermata a riguardare la pietra sconnessa dove era caduta, poi era venuta verso di me: grazie, aveva detto; poi si era allontanata.

Bruno Magnolfi


venerdì 2 settembre 2011

Distrattamente.



Non mi interessa, ero pronto a spiegare al citofono a quell’anonimo che aveva appena suonato il mio campanello di casa, un piccolo appartamento del terzo piano, immaginando qualcuno delle vendite porta a porta che ti infastidiscono per ore con un prodotto o un servizio di cui in genere già alla partenza si ritiene di poter fare a meno benissimo. Invece nessuno aveva parlato, silenzio, come se la mia laconica risposta fosse già stata inglobata all’interno di quel trillo elettrico.

Naturalmente pensai ad uno sbaglio o a qualche ragazzo in vena di scherzi, e tornai a sedermi sulla poltrona, riprendendo in mano il giornale e dimenticandomi subito di quella faccenda. Invece, dopo neppure dieci minuti, il campanello tornò a farsi sentire. Stavolta feci scattare il meccanismo di apertura del portone e mi affacciai sulle scale, per rendermi conto di persona chi potesse essere a infastidirmi così.

Una donna saliva lentamente le scale, senza minimamente sollevare lo sguardo per farsi vedere, così io, con pazienza, lasciai che completasse tutte le rampe, fino a quando, tenendo leggermente sollevata la lunga sottana con una mano, lei giunse a due gradini dal mio pianerottolo, si soffermò, poi mi raggiunse allungando la mano come a volersi presentare, ma restando in silenzio. Buongiorno, dissi io, senza riuscire assolutamente a capire quale potesse essere il motivo che aveva fatto arrivare fino da me quella persona. Posso entrare?, disse lei già infilandosi nel portoncino, così io non riposi neppure, e mi limitai soltanto a seguirla, improvvisamente preoccupato di qualcosa che neanche io al momento avrei saputo spiegare.

Sono Rosanna, disse lei una volta giunta nel corridoio e voltatasi verso di me; eravamo bambini insieme, tanti anni fa, ti ricordi? Io non ricordavo assolutamente un bel niente di quanto andava dicendo quella signora per me sconosciuta, anche se forse potevamo veramente esserci frequentati da piccoli, e comunque annuivo lasciando che continuasse a parlare, anche soltanto per capire quale fosse il motivo finale di quella sua visita. Ho bisogno di te, diceva lei, devo riuscire a farti ricordare qualcosa di quel periodo, qualcosa che per me è estremamente importante.

Naturalmente la invitai a sedersi, a parlare con calma di quelle faccende di cui mi pareva all’improvviso di rammentare qualcosa, la strada dove abitavamo, qualche nome a cui aveva accennato, ma quella donna continuava a guardarmi come se non avesse alcuna voglia di parlarmi a lungo di quel periodo, e le fosse sufficiente così, come se le bastasse starsene lì con gli occhi sulla mia faccia, mantenendo un’espressione tra il sorridente e il commosso, e non avesse bisogno di altro. Infine chiese semplicemente di scusarla, per lei quell’infanzia era stato il periodo più bello della sua vita, e sapere che c’era qualcuno che aveva vissuto la sua stessa esperienza le faceva un enorme piacere.

Si alzò, all’improvviso, senza neppure accettare il caffè che le avevo proposto, disse che era meglio se andava, che forse non avrebbe neppure dovuto venire, poi, ormai sulla porta, si volse verso di me, mi guardò ancora una volta come soltanto una donna innamorata può fare; guardò i miei capelli, i miei occhi, come a scolpire nella memoria quei tratti, e infine riprese le scale, senza aggiungere altro. Per tutta la sera pensai a lei, al nostro esser stati bambini, senza che a me fosse rimasta di quel periodo la stessa traccia importante che lei aveva conservato per così tanto tempo. Più tardi, sul pavimento, trovai un piccolo foglio piegato, lasciato casualmente in un angolo: ti ho amato, diceva; nient’altro.

Bruno Magnolfi