mercoledì 7 settembre 2011

Senza neppure certezza del nome.



Avevo avvertito un bisbiglio nel buio della camera da letto, qualcosa di strano, tanto da rendermi inquieto e non permettermi più di dormire. Così mi ero alzato, avevo acceso la lampada e girato a lungo dentro alla piccola stanza di quella pensione, poi mi ero seduto. Non c’era niente che giustificasse un rumore come quello che avevo sentito, ma soprattutto non era possibile che qualcuno fosse entrato là dentro per bisbigliare strane frasi ai piedi del letto. Mentre i minuti passavano nel silenzio completo dell’ora notturna, cercavo di pensare sempre di più che mi fossi sbagliato, che il mio dormiveglia mi avesse giocato uno scherzo, e con questa riflessione tornai a coricarmi, anche se non riuscivo a trovare la tranquillità sufficiente per addormentarmi. Ripensavo a quello che avevo sentito, o almeno creduto di sentire, e sempre di più mi pareva di aver distinto le sillabe distorte che compongono un nome: il mio.

Nei giorni precedenti avevo vagato a lungo per la città, senza decidermi a niente: cercavo un lavoro, questo era il punto, mi ero trasferito dal mio piccolo paese di provincia proprio per questo, ma adesso che dovevo mettere in atto tutte le strategie e le conoscenze che avevo per riuscire a farmi dare un’occupazione, sembrava che qualsiasi pensiero fosse capace di distrarmi da quei miei buoni auspici. Giravo per tutte le strade in qualche caso addirittura perdendomi, tanto da dover chiedere a qualche passante la direzione per tornare verso i quartieri che conoscevo di più. Sentivo quasi, dentro di me, la necessità per quella solitudine incontrastata che continuavo a cercare, quel muovermi lungo le vie incuriosito da tutto, mescolandomi a tante persone del tutto indifferenti alla mia situazione, preda com’ero di pensieri ondivaghi ed inconcludenti.

L’angoscia, che per tutto il giorno riuscivo in qualche modo a tenere distante, scaturiva fuori immediata quando rientravo nella camera della pensione, ma non era sufficiente ad indurmi ad un comportamento maggiormente concreto. I soldi che mi erano stati prestati dalla mia famiglia diminuivano senza rimedio, ma io, che prendevo i pasti in quell’alberghetto ordinando vini costosi e piatti speciali, fingevo quasi di non accorgermi di quanto stava accadendo. Infine, con un gesto quasi di disperazione improvvisa, ero andato dalla proprietaria di quella pensione per pregarla di darmi un lavoro, o perlomeno qualcosa da fare. Lei non aveva detto di no, semplicemente si era lasciata del tempo per prendere una decisione, ed eravamo rimasti d’accordo che mi avrebbe dato senz’altro una risposta alla fine di quella settimana.

Mi pareva che tutto potesse riprendere un senso, che la mia vita iniziasse in qualche maniera a scorrere con regolarità, così quella sera avevo bevuto qualche bicchiere di troppo. Avevo offerto da bere a tutti coloro che stavano attorno a me nel ristorante, ed avevo parlato con chiunque delle cose più sciocche. Mi ero coricato quando ormai era tardi, e mi era parso, fantasticando senza alcun freno, che fosse l’ultima notte che dormivo in quella spelonca, e che dal giorno seguente le cose avrebbero preso un corso diverso per me. Ma quel bisbigliare il mio nome nel buio aveva riportato ogni pensiero alla mia situazione reale, e all’improvviso sentivo il calare delle preoccupazioni dentro di me, e la mia fronte che si imperlava sempre più di sudore.

La notte passò così, in qualche maniera, senza che fossi riuscito a chiudere occhio, e quando scesi nella saletta per la colazione, la proprietaria della pensione mi disse che pur dispiacendole non c’era posto per me tra il personale che aveva. Saldai così il conto con i pochi soldi che mi erano ancora rimasti, firmando sul registro dell’albergo accanto al mio nome, poi chiesi se per caso qualche cliente avesse l’abitudine di bisbigliare nei corridoi durante la notte. Non credo, mi fu risposto, in ogni caso c’è effettivamente qualcosa di strano: il nome sul suo documento è diverso da quello con cui si è firmato.

Bruno Magnolfi

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