giovedì 6 dicembre 2012

Malamore.

Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice «non urli, non è mica la prima». Imparano a cantare piangendo, a suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città ai piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformandolo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.

Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Jaqueline du Pré che suona come un angelo il violoncello e sorride a ogni fitta alle ossa del braccio malato, il braccio che finirà per ucciderla. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede. La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Pensa che lui sia fragile quando strilla e quando alza le mani: si calmerà, basterà lasciargli il tempo, si placherà. La compagna del genio, la donna di Picasso che, lei sola, ne conosce e ne tollera le miserie: in questo più forte e più grande di lui. L’artista straordinaria che si lascia soggiogare in una vita ordinaria e la trasforma in poesia, la donna ordinaria che fa dei suoi giorni un capolavoro di pazienza. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che anziché sottrarsi quando possono, quelle che possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di tentare di addomesticare la violenza la violenza degli uomini qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché non si può fare diversamente, perché il tempo che viviamo è questo e chiede uno sforzo d’ingegno per conciliare la propria autonomia con l’altrui brutale insofferenza.

Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.

«Le femmine servono ai cuccioli» dice il bambino seduto davanti alla tv, danno un documentario sugli animali. Poi ripete: «Lo sai mamma? Le femmine servono perché devono fare i cuccioli, i maschi da soli non li possono fare».

Non c’è dubbio, i maschi da soli non possono. Però le femmine non «servono» solo a fare i cuccioli, penso di rispondere. Non dico niente, invece. Ci sono cose che non si spiegano con le parole. Lo capirà, lo vedrà, lo imparerà strada facendo. Certo, bisogna sempre ricominciare da capo. A ogni generazione di nuovo. Dimostrare, convincere. A cosa servono le femmine? Sembra proprio, nelle parole di un bambino, l’origine di tutte le questioni. Non sono sicura che a fare la stessa domanda a cento adulti, uomini e donne, si otterrebbero risposte convincenti. «Servono a far più bella la vita» mi ha risposto un amico credendo di dire cosa gradita, immagino sentendosi galante. Deve essere qui il cuore di tutto. Siamo proprio certi che le femmine servano a qualcos’altro che a fare i cuccioli, a rendere piacevole l’esistenza altrui? E loro, le donne, dietro le parole e i gesti di una sicurezza ogni giorno esibita in pubblico ne sono davvero convinte in privato? Cosa sono disposte a offrire a sopportare in cambio della possibilità di dimostrare che no, non servono solo a fare i cuccioli né ad allietare con la loro deliziosa presenza le impegnative vite altrui? Ma soprattutto, perché in fondo sentono, anche quando non lo dicono, di doverlo dimostrare?

Vorrei poter dire che se devi uscire alle cinque per un impegno improrogabile e alle cinque meno dieci la persona con cui dividi l’esistenza ti pone una questione epocale da cui dipende l’esito della tua giornata, della settimana e della vita, ecco, quella è una prova di forza, una forma sottile di violenza che si esercita nel celebre quesito: dimostrami che cosa è più importante per te. Perché si sa che l’amore viene prima di tutto, per le donne è certamente così. Perché se hai interessi fuori, più importante deve essere sempre, tuttavia, l’interesse dentro. Perché se un uomo può dire scusami ma ho da fare, e dimenticarsi l’anniversario, la spesa, la festa di compleanno del bambino, la consegna a domicilio, una donna no, non può farlo. O meglio: può, ma paga un prezzo.

Dolore e forza delle donne in Malamore
L'ultimo saggio di Concita De Gregorio

La notte in città

            
            Allungo una mano nel buio insonne della mia camera. Avverto il vuoto, e l’aria ferma, assieme a quel senso di protezione e di silenzio dato dalle pareti mentre racchiudono lo spazio finito di questa stanza. Mi metto seduto sul bordo del letto, non mi interessa neppure sapere che ore siano, mi basta immaginarmi sperduto come sono tra i sogni e il riposo di tutta la gente che abita questa città. Vorrei spingermi fino ad una finestra, osservare dai vetri la strada vuota rischiarata da qualche lampione, ma non lo faccio, resto qui a pensare al miglior comportamento da seguire appena si sarà fatto giorno.
            Sono una persona comune, penso; uno qualsiasi che persegue una lotta di sopravvivenza per riuscire a conservare se stesso; uno come tutti, un altro tra coloro che si ritengono capaci di avere ancora pensieri propri. Non voglio però sentirmi in balia della solita angoscia di cui soffrono gli altri, voglio reagire, immaginarmi qualcosa di diverso per la giornata che vado ad affrontare, magari sentirmi capace di riflettere a fondo sui gesti e le espressioni che mi appaiono di fronte, quali elementi da interpretare ed a cui almeno provare a dare un significato.
            Resto seduto sul letto, nel buio, ma immagino la stanza, non riuscendo a vederla, molto più grande di quanto lo sia veramente, e mi sento quasi sperduto in questa specie di capannone industriale dove è stato collocato per me questo giaciglio. L’aria adesso sa di lavoro, di persone che affrontano dei sacrifici, di gesti consuetudinari portati avanti nella ricerca di qualcosa che almeno sia di sollievo a questo niente di cui siamo fatti. Osservo il procedere delle cose che mi circondano, tutto mi sembra un assurdo, tanto vale distogliere la mente da questi pensieri.
            Vado alla finestra, la apro, lascio che il freddo mi punga la pelle, ma ancora non riesco a sentire la solidarietà che vorrei manifestare verso tutti coloro che avverto in tutte le case che ho intorno. Mi vesto, scendo per strada, mi pare che adesso tutto sia vivo, che attenda soltanto il momento in cui l’ingranaggio riparte, che la macchina ritrovi il suo moto. Corro, mi metto ad urlare lungo la via come fossi uscito completamente di senno. Nessuno mi ferma, vado avanti a sentire il freddo della notte sopra la faccia, sento la disperazione farsi largo nella mia testa. Infine mi fermo, mi accuccio per terra, spossato: spesso la realtà è incomprensibile, penso; adesso mi sento figlio di questa incomprensibilità, e anche di tutta questa follia.
            Bruno Magnolfi

mercoledì 5 dicembre 2012

Un saluto frettooso.



          

           
            Forse, in tanti anni, ho soltanto cercato delle varianti, degli argomenti alternativi, delle possibilità differenti, che mi permettessero di non vedere quello che ero veramente, pensa Ernst; e tutto questo almeno fino a quando non ho conosciuto te, che mi hai fatto scoprire, soltanto con uno sguardo, la semplice umanità da cui ero composto.
            Poi lui esce dalla stanza, s’incammina verso la strada che lo attende, non si volta indietro, ciò che aveva da dire lo ha già detto, chiude la porta alle sue spalle ed improvvisamente ha la coscienza di essere da solo, come se questo stato fosse un vantaggio e non un limite. Guarda la campagna che si snoda avanti a sé, respira l’aria fresca che lo accompagnerà, e infine si avvia, senza alcun ripensamento.
            Lei lo osserva con distacco dalla sua finestra: quando lo rivedrà saranno ambedue diversi, non si può far niente per evitare tutto questo; tanto vale cercare di raccogliere tutti quei piccoli elementi positivi che possono quasi per gioco essere rimasti impigliati nella personalità di ognuno, e in questo modo archiviare il vissuto sotto l’egida dell’esperienza, perché nient’altro è possibile pretendere.
            Bruno Magnolfi

martedì 4 dicembre 2012

La curiosità dei bambini è elemento indispensabile per conoscere ed esplorare il mondo che li circonda..

Solamente un ragazzo a cavallo.

            
            Non so, dice lei; forse ci potrei pensare. E’ strana certe volte Rita quando parla di alcuni argomenti. Non riesci a capire se una cosa le vada oppure no, pensa lui mentre guarda da qualche altra parte per non dimostrarle di essere leggermente deluso. Certe volte lei lascia delle pause piene di interrogativi, lui si sente quasi imbarazzato in quei casi, anche se proprio non saprebbe neppure dire effettivamente per quale motivo.
            Poi all’improvviso Rita lo abbraccia, forse per rassicurarlo, ma è come se non lo toccasse nemmeno, tanto il suo comportamento appare impalpabile, quasi incomprensibile. E in un orecchio gli dice: va bene, come se l’entusiasmo che lui aveva inserito nella sua proposta di prima, non fosse ormai irrimediabilmente perduto.
            Rita si siede sul letto della sua camera, in silenzio. Non è un invito, lui lo sa bene, ma soltanto un comportamento come un altro, una maniera forse per prendere tempo, per vedere che cosa potrà dire lui adesso. Invece lui va verso la finestra, guarda fuori qualcosa mentre continua a tenere aperta tra le mani una rivista di arte dove ci sono, in molte pagine, una serie infinita di riproduzioni di altrettanti dipinti; il soggetto è un ragazzo a cavallo che galoppa come solo il vento può fare, tanto da plasmare le forme e i colori di tutto, quasi un’espressione di nuovo futurismo, portato in questa maniera fino al paradosso.
            A lui piace passare il tempo con Rita in quella stanza, gli sembra l’ambito dove possa capitare di tutto, e difatti, se ancora ci pensa, tante cose sono accadute là dentro, quasi fosse un vero spazio teatrale, un ambiente all’interno del quale tutto o quasi possa essere ammesso. Lei dice: usciamo; ma sottovoce, quasi parlasse soltanto a se stessa. Lui le risponde in modo ambiguo, come se davvero ne avesse gran voglia, ma qualcosa fosse capace di trattenerlo là dentro.
            Hai visto?, fa lui mostrando a Rita le illustrazioni che aveva osservato. Non mi piace, risponde lei senza aggiungere altro. Forse sarebbe possibile parlare a lungo di queste immagini, pensa lui muovendo qualche passo dentro la stanza e richiudendo la sua rivista. Ma non ha forse alcuna importanza; gli torna a mente la domenica precedente, quando loro due sono andati a vedere il mare in burrasca, e stringendola a sé gli è quasi venuto da piangere, tanto sentiva che lei era lì, con lui, non come adesso.
            D’accordo, dice alla fine, quasi con una leggerissima forma di rassegnazione: usciamo. Rita si alza, lo guarda, forse si attende qualcosa d’altro, magari cerca soltanto di studiare il suo comportamento. Raccoglie la rivista d’arte che lui ha lasciato sul letto, dice: portiamo anche questa, così parliamo di quelle immagini che ti hanno colpito. Lui la guarda, sa che è quello il suo vero abbraccio, così sorride, e le dice: va bene, vorrei anche parlare di noi, qualche volta, anche se credo proprio non mi sarà mai possibile. Ma forse non ha alcuna importanza, pensa; spesso le nostre sono soltanto parole destinate a sfumare in modo confuso nei concetti che esprimono, tanto da lasciarne nell’aria appena un’interpretazione possibile. E poi davvero, cosa importa: va bene così.
            Bruno Magnolfi

giovedì 29 novembre 2012

Donna di fiume

  La casa sul fiume pareva come solcare incessantemente le acque, indirizzando la prua non verso una vera e propria direzione, ma quasi auspicando un mare remoto che doveva esserci per forza laggiù, da qualche parte, in fondo a quella corrente. Lei dalla finestra del primo piano osservava il tremolare dell’erba lungo la riva, mentre attendeva con impazienza il suo ritorno, come ogni sera, la cena pronta nel forno, la volontà solita di rompere al più presto possibile quella insopportabile solitudine, immersa completamente dentro l’attesa.
            Poi sentiva la macchina arrivare sul retro, lo sportello sbattuto, le scarpe sopra i tambureggianti gradini di legno. Avrebbe sempre voluto urlare in quel momento, inscenare un dolore che non sapeva neanche lei da dove potesse provenire, se non da ognuno di quei pomeriggi dolenti, silenziosi, marcati solo dal viaggio, dallo spostamento costante e continuo di tutta la sua abitazione, controcorrente, non verso il mare, ma verso le montagne lontane, dove stavano le sorgenti di tutte le cose. L’acqua scorreva al suo fianco, la navigazione era lenta e costante, certe volte l’orizzonte pareva quasi a portata di mano.
            Era felice del suo ritorno, certo, ma dentro a quel sentimento qualcosa sembrava assorbirne ogni dimostrazione, come se il tempo solitario appena trascorso ne reclamasse per sé almeno una parte. Quello era il momento più difficile del giorno, quel veloce trapasso da una stato a quell’altro: qualsiasi cosa sarebbe stata migliore potendo evitare quell’attimo. Certe volte aveva voglia di piangere, in altre occasioni era andata persino a nascondersi, come ad evitare una fase che il suo spirito non riusciva a sorreggere. Si sentiva raggiunta in quel momento, affiancata da lui, come se il suo lento percorrere il fiume avesse trovato in quell’attimo qualcosa capace di farle piegare la testa, inchinata ad una specie di volontà superiore.
            Certe volte si sentiva soltanto come una bambina; non ne aveva mai parlato con lui: lui l’abbracciava, le sussurrava piccole dolci frasi, mostrava la sua gioia, forse gli sembrava di incarnare ogni volta il ritorno dell’eroe senza meriti, quello che torna e basta, come è giusto che sia, lasciando alle spalle, con indifferenza, una battaglia vinta oppure perduta. Lei certe volte sentiva la sua presenza ancora distante, ma lasciava che tutto scorresse con naturalezza, come il fiume là accanto, anche se il suo inconfessato dolore pareva gonfiare poco per volta il suo stato, spingerla via, come un vento impetuoso, lontano il più possibile da quella terribile attesa.
            Infine tutto accadde come per caso: lei uscì di casa per non sentire quel morso, seguì incantata l’onda del fiume che quel giorno pareva lasciarla navigare in maniera molto più libera di quanto si fosse mai immaginata, e quando lui tornò a casa, semplicemente, lei non c’era più.
            Bruno Magnolfi

domenica 25 novembre 2012

Questo steccato cadente (dialogo n. 9).

            
            Il vecchio sta fermo sopra la veranda mentre osserva Peter che si avvicina costeggiando un tratto ancora in piedi dello steccato di fronte. Non pensa niente in particolare, sa soltanto che tra poco rientrerà in casa per versarsi un altro bicchiere di vino rosso. Peter lo osserva distrattamente camminando con lentezza, e ad un tratto sente squillare dentro la tasca il telefono portatile, risponde, e senza fermarsi ascolta qualcuno che gli parla direttamente dentro l’orecchio. Poi interrompe la comunicazione con un grugnito, si ferma e dice soltanto: avrei bisogno di un favore, con una voce forse un po’ troppo alta se avesse continuato a parlare al telefono, ma non molto forte per convincere il vecchio che sta davvero riferendosi a lui.
            Difatti il vecchio non risponde né dice qualcosa, limitandosi a guardare una striscia di terra lontana sopra la spalla dello scocciatore che gli è quasi di fronte. Peter dice: se mi prestate il vostro furgone arrivo in paese e tra un’ora al massimo sono già di ritorno. Ho forato una gomma sulla strada principale, oltre quegli alberi, e quella di scorta è completamente sgonfiata.
            Un po’ di vento scivola sull’erba e sugli alberi senza rumore, il vecchio sogna il suo bicchiere di vino, adesso è sicuro che tra qualche momento starà seduto nella cucina di casa a vuotarselo in gola; riflette che lui non ha alcun furgone da prestare, suo figlio non tornerà prima di sera, ma oltre questo pensiero non gli interessa neppure rispondere. Peter si avvicina di altri tre o quattro passi, ma all’improvviso ha come la sensazione che l’uomo sull’uscio di casa abbia a portata di mano un fucile carico, così torna a fermarsi, forse capisce che non otterrà un bel niente dal vecchio, e infine pensa al volo che probabilmente sarà meglio per lui lasciar perdere tutto.
            Attende mezzo minuto, si accende una sigaretta, poi concede un’ultima occhiata al vecchio impassibile, e infine si volta per allontanarsi. Appoggia una mano sopra al paletto dello steccato, guarda attorno se ci sono altre case poco distanti, poi aspira una boccata di fumo. In molti passano da queste parti, dice il vecchio, non so cosa cercano, forse c’è qualcosa laggiù, oltre la fila degli alberi. Ho sempre badato ai fatti miei, dice ancora il vecchio, però non mi piace che qualcuno superi questo steccato, per quanto sia marcio e mezzo caduto. Non aiuto nessuno, sono abituato a stare da solo per il tempo di ogni giornata, e tutti i pensieri girano nella testa per conto proprio quando si vive così; ma in ogni caso non voglio lasciare che qualcuno interrompa i miei modi di essere, non lo permetterò, sono così e non voglio cambiare.
            Peter torna ad osservarlo, non si aspettava una tirata del genere, anche se il vecchio non si è riferito a nessuno, quasi avesse pensato qualcosa per sé dicendola al vento con voce alta. Sa che non ha bevuto la storia della gomma ed il resto, però pensa qualcosa che possa concedergli un’altra possibilità. Posso ripassare quando tornerà vostro figlio, dice tanto per mostrargli che è un osso duro. Il vecchio non lo ascolta neppure, però misura la faccia del forestiero forse per la prima volta, osserva i suoi atteggiamenti, perfino il modo come è vestito. Alla fine, con calma, estrae il suo fucile, prende la mira e spara di striscio ad un braccio di Peter. Quello cade urlando qualcosa, poi si rialza tenendosi la spalla, bestemmiando qualcosa mentre già si allontana, e imprecando contro tutto ciò che gli viene a mente in quel momento, come se avesse soltanto fatto uno stupido sbaglio.
            Poi il vecchio rientra, si siede, versa mezzo bicchiere di vino dalla bottiglia e ne beve subito un sorso. La vita è fatta di risposte, pensa; il resto sono soltanto chiacchiere insulse.

            Bruno Magnolfi