domenica 31 ottobre 2010

Un saluto sofferto




Dentro lo scompartimento del treno non c’era nessuno, lei era entrata, aveva sistemato la sua borsa, poi si era seduta. Fuori dal finestrino il paesaggio correva via, nonostante fossero partiti solo da pochi minuti, e lei aveva osservato per un po’ quella campagna, quelle colline piacevoli, infine aveva aperto la rivista acquistata all’edicola della stazione, tanto per far passare un po’ di quelle due ore che la separavano dalla sua città.

Forse avrebbe dovuto avvertire la sua famiglia che stava tornando a casa qualche ora prima del solito, ma le piaceva l’idea di poter fare una sorpresa ai suoi genitori. Era bella quella sensazione, tra tutte quante era la sua preferita: sentire di aver sistemato le cose, portato avanti il proprio lavoro, assaporare la pace di tutto ciò che la circondava, e in questa meraviglia di tranquillità tornare in seno alla sua casa, meraviglia a sua volta, almeno per lei, sintesi di luogo perfetto e completo.

Ecco, tutto era a posto in quello scompartimento che correva veloce a rimorchio del treno, se non una piccola cosa, uno stupido oggetto rimasto in fondo a un sedile. Lei lo vide, ma solo quando il treno era ormai a metà strada dentro al suo sogno di pace, e stava lì, come se reclamasse qualcosa, ma solo da lei, soltanto dal suo rientro alla normalità, a quel suo semplice sentirsi contenta.

Un piccolissimo orsacchiotto di peluche, ecco cos’era, rimasto incastrato in mezzo a quei due sedili di fronte, dimenticato là dentro, quasi abbandonato chissà in quale fretta, senza che quei pochi minuti, da parte di chi lo aveva lasciato, fossero stati minimamente sufficienti a mostrarne l’assenza. Ma non solo: l’orsetto era probabilmente un regalo, e lo dimostrava il cellophane in cui era avvolto, e il piccolo biglietto allegato, con su scritto un nome e un augurio, come quelli che si fanno ai bambini da parte di parenti premurosi, che non dimenticano mai una cosa del genere, ma che adesso mostrava quanta importanza fosse racchiusa là dentro.

Lei prese con sé l’orsacchiotto, improvvisamente stordita da qualcosa che smontava il suo dolce ritorno in famiglia; cercò di riflettere a fondo si tutti i significati che portava con sé quell’oggetto, restando in balia di pensieri che non riusciva neppure a classificare. Guardò fuori, mentre il paesaggio si faceva più triste, gli alberi ossuti, le nuvole basse sopra al contorno della campagna, e lei si sentiva improvvisamente coinvolta in qualcosa che la lasciava impotente.

Cercò di riflettere su che cosa era possibile fare, ma le venne improvvisamente da piangere, senza comprendere a fondo il motivo del suo disagio, solo come per uno sfogo rispetto a qualcosa su cui il suo controllo era assolutamente impossibile. Osservò ancora a lungo quell’orsacchiotto nelle sue mani, le pareva quasi di stringere a sé quel bambino a cui la disattenzione di qualcuno gli aveva sottratto un motivo di felicità, ma all’improvviso sentì la voce del controllore nello scompartimento vicino, che chiedeva di visionare i biglietti. In un attimo aprì il finestrino e abbandonò al vento e alla campagna l’orsetto, come se qualcosa di quel dolce peluche avesse improvvisamente iniziato a scottarle nelle sue mani. Il controllore disse soltanto: buonasera; al momento che si affacciò al suo scompartimento; ma lei si sentì bene, improvvisamente a suo agio, come capace di dimostrare a chiunque che stava rientrando in famiglia, senza avere proprio nulla di tralasciato alle spalle, come se tutto il suo mondo fosse perfettamente in equilibrio con il suo sentirsi a suo agio. Proprio con questo sentimento gli porse il biglietto, contraccambiando il saluto.

Bruno Magnolfi

Fuori dalla casa col cancello di ferro




Il gruppo composto da una decina di braccianti si era fermato davanti alla casa, tutti parlavano tra loro a bassa voce, ma insieme formavano un certo brusio. Qualcuno teneva in mano il cappello forse per una forma istintiva di rispetto, altri pensavano non fosse il caso di mettere le mani dentro alle tasche dei propri calzoni, e in questo modo tutti tenevano le braccia e le mani callose come delle appendici inerti, giù lungo i fianchi, in posizione per loro poco naturale. La giornata era bella, il lavoro li attendeva come ogni giorno, ma c’era sempre quel problema che si frapponeva alla loro faticosa giornata, ed adesso erano lì, per la prima volta, a chiedere qualcosa che non sapevano neanche loro come dire, anche se si sentivano convinti, determinati.

La casa appariva silenziosa, tutti invidiavano quello stupendo loggiato con le travi di legno sulla facciata di pietra; e poi quel giardino, quel meraviglioso pezzo di verde punteggiato dai mille colori dei fiori. Loro si tenevano fuori dal grande cancello di ferro battuto, ma da lì ai tre gradini che immettevano direttamente alla casa, ci saranno stati appena quindici metri. A giudicarlo da fuori, pareva quasi che in casa non ci fosse nessuno, ma loro sapevano che non era così.

Le loro richieste erano sciocche, si trattava di avere esattamente il salario che prendevano i braccianti nelle terre vicine, né uno di più né uno di meno, perché oramai provavano quasi vergogna quando al sabato sera andavano in paese e si mettevano a parlare con gli altri operai agricoli. Era una questione di giustizia, nient’altro, altrimenti erano disposti a stare lì, senza far niente, con tutto il lavoro che c’era da fare nei campi. Tutti guardavano la porta di casa, sapevano che il signor Guido tra non molto li avrebbe raggiunti, li avrebbe guardati uno ad uno, forse con sorpresa, forse con severità. Non importava, quel che c’era da fare era quello, nient’altro.

Quel mattino quando si erano ritrovati, dopo giorni che parlavano sempre del medesimo guaio, qualcuno era stato un po’ titubante, ma adesso anche quei due o tre avevano preso coraggio, e tutti erano davanti al cancello, meno che Mauro, il loro caporale, che comprensibilmente era rimasto nel magazzino. Erano quasi le nove, lentamente il portone di casa si era aperto, provocando immediato silenzio tra loro. Erano subito usciti il signor Guido e suo figlio, avevano richiuso la porta alle spalle, poi erano andati verso il cancello.

Cosa succede, aveva detto il signor Guido fermandosi a tre o quattro metri; forse non avete più la necessità di lavorare per me? Mi fa piacere per voi, ma per quanto mi riguarda a me non importa, diceva tutto di un fiato ma scandendo con accuratezza ogni parola, sono già in trattative per prendere altri braccianti, sostituire voialtri, perché tanto da voi non c’è da attendersi che comportamenti spiacevoli. Era una decisione che avevo già preso insieme a mio figlio, che da oggi si occuperà assieme a me dei lavori, non è vero Giovanni?

Certo papà, disse con voce decisa il ragazzo, non vedo assolutamente perché dovremmo perdere tempo con queste persone: c’è del lavoro da fare giù nei campi, è bene che qualcuno lo faccia, senza tanti tentennamenti. I braccianti cercarono di dire qualcosa a quel punto, ma si misero assurdamente a parlare tutti assieme, componendo una confusione incomprensibile, e in quella il signor Guido e suo figlio Giovanni si voltarono indietro, come se non avessero da ascoltare niente e nessuno, riprendendo il vialetto fino alla casa e sparendo dietro al portone.

Bruno Magnolfi

Scena n. 10. Due donne



La donna giovane è seduta, immobile, al margine della fioca luce che emana da una lampadina al centro del palco. Dice: questa notte non sarà come le altre, gli uomini riusciranno finalmente nell’impresa, torneranno a casa vittoriosi, a testa alta, orgogliosi di tutto ciò che saranno riusciti a fare. Non so perché io sia certa di questo, ma è come se dentro me stessa non trovasse sede alcun dubbio.

L’altra donna è in piedi, curva sopra al tavolino di legno proprio sotto alla luce della lampadina, sta preparando qualcosa da mangiare, impastando acqua e farina. Dice: è una notte strana, questo si, ed è giusto che la speranza alimenti i nostri sforzi, ma tutto domani rimarrà semplicemente com’era, com’è sempre stato, e continueremo a vivere così, fino a quando dimenticheremo perfino i motivi di ogni nostro sacrificio, la tua sicurezza di adesso è solo un artificio della mente che ti viene in aiuto.

Non devi dire così, la interrompe la donna giovane, verrà pure trovato un sistema che riesce a sopraffare questo nostro dolore, questa vita da niente, queste espressioni sempre serie, costituite soltanto di rassegnazione. Sono convinta che questa è la notte che vale per tutte, gli uomini sapranno cavarsela, tenere testa al nostro cattivo destino, tornare da noi stringendo una nuova esistenza, ad iniziare da subito, da oggi stesso.

Tu sei giovane, dice l’altra donna interrompendo il lavoro per osservare le mani bianche di farina e sotto a quella la sua pelle ruvida, quasi grinzosa; non puoi ancora capire cosa significa guardare al futuro senza più avere neppure la volontà di vederlo diverso. Poco per volta ci si piega a questa realtà, si subisce ciò che ci è stato donato, arriva addirittura il momento in cui sembra che non possa essere neppure diverso da ciò a cui ormai ci siamo del tutto abituati. Ci sono stati momenti in cui anch’io come tutti mi sono detta, guardandomi dentro ad uno specchio: se non avessi mai sperato qualcosa di diverso, forse sarei stata felice; se non avessi mai fantasticato affondando la mia mente dentro a un sogno, forse oggi non mi peserebbe questa vita essenziale, di acqua e di farina. Non voglio convincerti di niente, ma forse per te questo può essere un motivo per riflettere meglio sopra la realtà, su ciò che dobbiamo attenderci, su tutto.

No, dice la giovane, questo che dici adesso io non vorrò mai pensarlo; la nostra vita sarà diversa sin da domani, ma non perché saremo diversi noi, solo perché sarà migliore la nostra condizione, sollevata da questa cappa nera che ci obbliga spesso ad essere ostili ognuno contro gli altri. Non ci vuole molto, è sufficiente cambiare quei principi che ci costringono continuamente ad essere così, il resto dipenderà solo da noi, dalla nostra volontà. I nostri uomini sapranno dar battaglia a tutta questa condizione, ne sono sicura, il futuro sarà il nostro riscatto. Ecco, ascolta, sento già le loro voci, stanno già tornando, sono qui.

Bruno Magnolfi

(Profilo n. 2). La stanza dell'arte.




Certe volte mi ritrovavo a camminare quasi in punta di piedi entrando in casa della signorina Adelaide, dopo che una mano invisibile aveva fatto scattare il meccanismo di apertura del portone. Percorrevo tutto il lungo corridoio di marmo lucido, sempre poco illuminato per chi veniva da fuori, con varie porte chiuse a destra e a sinistra, e arrivavo svelto alla fine, dove si apriva la grande stanza dove la signorina Adelaide dava lezioni di italiano, di disegno e di musica. Io restavo sulla soglia ogni volta, attendevo paziente che lei mi facesse cenno di entrare guardandomi un attimo, ma senza cambiare mai di espressione, sistemando qualche foglio o concludendo la lezione che precedeva la mia.

Aveva i capelli nerissimi e lunghi, legati stretti alla nuca in una sottile e lunga treccina, e quando a volte io arrivavo con cinque minuti di anticipo e mi trovavo ad ascoltare qualche ultima scala suonata da mano insicura al pianoforte di legno scuro nell’angolo, con la sua mezza coda, avvertivo con meraviglia come quegli ultimi accordi ronzanti riempissero mirabilmente tutta la stanza, quasi che quelle corde percosse dai martelletti felpati non desiderassero smettere più, persino una volta richiuso lo sportello della tastiera. In altri casi intravedevo qualche disegno stupendo tracciato a matita su dei fogli bianchi, di carta ruvida, appoggiato sul cavalletto o sul tavolo, ed io, che prendevo soltanto lezioni di letteratura italiana, mi chiedevo come poteva, la signorina Adelaide, spostarsi con grande sicurezza e modestia da un campo a quell’altro, e racchiudere in sé tutta quella sapienza, quella grande maestria.

Ci scambiavamo un saluto con coloro che, terminata la lezione, di qualsiasi materia fosse stata, si apprestavano ad andarsene via, quasi come una piccola solidarietà tra noi ragazzi che frequentavamo la casa, al cospetto del fascino che emanava da quella stanza d’artista. La signorina Adelaide era pronta in un attimo, e in un attimo solo cambiava materia come scivolandoci sopra, da una disciplina a quell’altra, spostandosi dal cavalletto alla grande scrivania ingombra di testi, o da questa alla panca del pianoforte, in quel grande ambiente disadorno di tutto, se non di quegli strumenti magnifici.

Qualcuno di noi allievi cercava soltanto di immaginare le cose meravigliose che potevano uscire da quella stanza quasi irreale, da quelle mani affusolate e fantastiche, una volta rimaste da sole; si diceva, tra noi ragazzi che frequentavamo la casa, che la signorina certe sere sciogliesse quella sua treccia, e si mettesse a suonare al pianoforte della musica lenta, sottotono, magnifica, per proseguire più tardi con dei ritratti di sogno tracciati sopra la carta con del semplice carboncino; e infine che avesse riposta dentro al cassetto una raccolta infinita di poesie scritte da lei, un verso ogni giorno, quando la notte si portava più avanti.

Si era sicuri che c’era la mamma dietro ad una di quelle porte sempre ben chiuse: una vecchia coi capelli bianchi e il passo malfermo, che qualcuno aveva intravisto certe volte entrando di fretta. Altro non si sapeva, se non che la signorina Adelaide non si incontrava mai per la strada o in qualche negozio, come se la sua vita fosse stata tutta là dentro, e da nessun’altra parte. Poi, un giorno qualsiasi, si seppe che la mamma era morta, così, all’improvviso, e che la signorina Adelaide non avrebbe più dato lezioni. Restammo male, quasi tutti, e alcuni di noi continuarono a chiedersi cosa potesse mai farne adesso di quella stanza stupenda, la stanza del’arte. Infine, una sera, passai da lì quasi per caso, camminando per strada senza neppure pensare, e appresi da un cartello in bella evidenza, che la casa era in vendita: è tutto finito, pensai con tristezza, il sogno della signorina Adelaide probabilmente è svanito, era inevitabile che dovesse interrompersi; oppure no, riflettei rivedendo davanti a me in un lampo la stanza dell’arte. Forse lei prosegue ancora con il suo progetto, va avanti come sempre a mescolare le arti: forse semplicemente si sposta da qualche altra parte, in un’altra città; ma certo, è proprio così, continuavo a pensare, perché per essere come la signorina Adelaide c’è bisogno di cambiare le cose, di respirare aria nuova, ogni tanto, forse di sentirsi addirittura diversi.

Bruno Magnolfi

venerdì 29 ottobre 2010

Analisi di un gesto

Lei era rientrata dentro casa, nell’ingresso si era tolta il soprabito, aveva dato giusto uno sguardo dentro allo specchio ovale, come sempre faceva quando ci passava davanti, (era qualcosa di cui non riusciva a fare a meno), poi si era affacciata al piccolo studio. Lui si era voltato, l’aveva osservata: ciao, aveva detto con un certo distacco. Lei lo aveva guardato, ma non aveva risposto, limitandosi ad una semplice occhiata, poi si era subito spostata nella stanza adiacente, aveva pigiato il pulsante della televisione e si era seduta su una poltrona, accendendosi una delle sue sigarette e preoccupandosi immediatamente del posacenere.

Sul tavolino basso, di vetro, aveva osservato un foglio piegato del quale non aveva memoria, così lo aveva preso ed aperto, giusto per leggere la pubblicità di qualcosa. Si sentiva nervosa, non le piaceva quello starsene lì senza combinare un bel niente, così aveva preso con sé il posacenere per spostarsi in cucina. Dalla finestra aveva intravisto la sua vicina di casa che stava annaffiando delle piccole piante sul suo davanzale fiorito, e per un attimo l’aveva invidiata, lei e tutta la calma che riusciva a mostrare. Così aveva aperto il frigorifero, deciso mentalmente cosa cucinare per quella sera, e alla fine era tornata a guardare ancora dalla finestra.

Le veniva da piangere, certe volte, solo ad osservare la vita tranquilla di tutti coloro su cui le cadevano gli occhi. Dalla stanza al fondo del corridoio la televisione continuava a trasmettere notizie di cronaca: ne sentiva il gracchiare sommesso, le pareva già di sapere tutte quelle parole che venivano usate, le frasi brevi, a volte smozzicate, di quei giornalisti ordinari che dicevano le cose come andavano dette, assomigliandosi tutti. Infine la sua vicina di casa aveva richiuso i vetri della finestra, abbassato la tapparella fino a sfiorare le parti più alte delle sue piante, e a lei era parso bello quel minimo di rispetto per loro.

Infine aveva spento la sua sigaretta schiacciandola nel posacenere, e si era affacciata nuovamente allo studio: lui era immerso ancora nel suo lavoro, le voltava le spalle, pareva non gli interessasse di niente se non di quello che stava facendo. Lei si era sentita dispiaciuta di non aver preso con sé un coltello dal cassetto della cucina: sarebbe stato quello probabilmente il momento più adatto per vibrargli un fendente in mezzo alle scapole, a lui e al suo maledetto lavoro. Invece gli chiese sottovoce cosa volesse per cena. Lui rimase un attimo immobile, poi si voltò lentamente, si alzò dalla sedia, le andò incontro con pochi passi leggeri. Poi le prese le spalle, l’abbracciò con dolcezza, forse si rese conto che nulla tra loro stava andando per il verso giusto, così, invece di rispondere, in un soffio disse soltanto: ti porto fuori per cena, ti va?

Bruno Magnolfi

mercoledì 27 ottobre 2010

Analisi di un gesto




Lei era rientrata dentro casa, nell’ingresso si era tolta il soprabito, aveva dato giusto uno sguardo dentro allo specchio ovale, come sempre faceva quando ci passava davanti, (era qualcosa di cui non riusciva a fare a meno), poi si era affacciata al piccolo studio. Lui si era voltato, l’aveva osservata: ciao, aveva detto con un certo distacco. Lei lo aveva guardato, ma non aveva risposto, limitandosi ad una semplice occhiata, poi si era subito spostata nella stanza adiacente, aveva pigiato il pulsante della televisione e si era seduta su una poltrona, accendendosi una delle sue sigarette e preoccupandosi immediatamente del posacenere.

Sul tavolino basso, di vetro, aveva osservato un foglio piegato del quale non aveva memoria, così lo aveva preso ed aperto, giusto per leggere la pubblicità di qualcosa. Si sentiva nervosa, non le piaceva quello starsene lì senza combinare un bel niente, così aveva preso con sé il posacenere per spostarsi in cucina. Dalla finestra aveva intravisto la sua vicina di casa che stava annaffiando delle piccole piante sul suo davanzale fiorito, e per un attimo l’aveva invidiata, lei e tutta la calma che riusciva a mostrare. Così aveva aperto il frigorifero, deciso mentalmente cosa cucinare per quella sera, e alla fine era tornata a guardare ancora dalla finestra.

Le veniva da piangere, certe volte, solo ad osservare la vita tranquilla di tutti coloro su cui le cadevano gli occhi. Dalla stanza al fondo del corridoio la televisione continuava a trasmettere notizie di cronaca: ne sentiva il gracchiare sommesso, le pareva già di sapere tutte quelle parole che venivano usate, le frasi brevi, a volte smozzicate, di quei giornalisti ordinari che dicevano le cose come andavano dette, assomigliandosi tutti. Infine la sua vicina di casa aveva richiuso i vetri della finestra, abbassato la tapparella fino a sfiorare le parti più alte delle sue piante, e a lei era parso bello quel minimo di rispetto per loro.

Infine aveva spento la sua sigaretta schiacciandola nel posacenere, e si era affacciata nuovamente allo studio: lui era immerso ancora nel suo lavoro, le voltava le spalle, pareva non gli interessasse di niente se non di quello che stava facendo. Lei si era sentita dispiaciuta di non aver preso con sé un coltello dal cassetto della cucina: sarebbe stato quello probabilmente il momento più adatto per vibrargli un fendente in mezzo alle scapole, a lui e al suo maledetto lavoro. Invece gli chiese sottovoce cosa volesse per cena. Lui rimase un attimo immobile, poi si voltò lentamente, si alzò dalla sedia, le andò incontro con pochi passi leggeri. Poi le prese le spalle, l’abbracciò con dolcezza, forse si rese conto che nulla tra loro stava andando per il verso giusto, così, invece di rispondere, in un soffio disse soltanto: ti porto fuori per cena, ti va?

Bruno Magnolfi

(Profilo n. 1). L'uomo inutile







Oggi sono rimasto in casa, da solo, ed ho ascoltato i leggeri rumori che giungono spesso da fuori, attraverso i vetri delle finestre. Qualcuno poi si è messo ad urlare delle cose, giù nella strada. Altri hanno risposto con il medesimo tono, in malo modo, con voci sguaiate, e infine ho udito il mio nome gridato con rabbia, come un’offesa, o una brutta parola. Sono rimasto immobile, dietro la tenda, ho immaginato un complotto contro di me, contro ai miei stati d’animo, forse.

Ho guardato la mia casa in silenzio, i miei mobili, le pareti dipinte di bianco. In fondo il mio è un nome comune, ho pensato, quelle persone potevano riferirsi a chiunque, non necessariamente a chi magari neppure conoscono. In strada è tornato il silenzio, poco dopo, o almeno i rumori usuali del traffico e della gente che va avanti e indietro sui marciapiedi. Così dopo un po’ mi sono disinteressato di tutto, ho girato per casa cercando qualcosa, ho guardato sui mobili, dentro ai cassetti, fino a quando ho dimenticato del tutto di che cosa avevo bisogno.

Infine ho indossato il cappotto e sono uscito giù in strada per vedere se c’era ancora una traccia di quella discussione che avevo ascoltato da casa. Tutte le persone adesso parevano muoversi disinvolte, come sempre facevano: ho guardato la piazza giù in fondo, e sulle panchine ho intravisto in lontananza gli uomini anziani seduti, come ogni giorno.

Allora sono entrato dentro al negozio del salumiere, ho detto buongiorno, mi sono messo ad aspettare che giungesse il mio turno, dopo le due o tre persone prima di me. Tutto pareva ordinario, come qualsiasi altra mattina. Infine gli altri clienti sono usciti da quel negozio, uno per volta, ed io sono rimasto da solo col salumiere. Lui mi ha guardato, mi conosce di vista, mi ha chiesto di che cosa avevo bisogno, mentre continuava a sistemare qualcosa sul banco.

Ho risposto che avevo solo necessità di un pezzo di pane, lui è tornato per una frazione di tempo a guardarmi, ha preso una pagnotta dietro di sé, l’ha pesata e riposta dentro un sacchetto di carta. Ho chiesto, mentre tiravo fuori dei soldi, cosa fosse accaduto quella mattina, lì nella strada, si era sentito persone che urlavano, ho detto, forse qualcosa di grave, non so. Il salumiere ha scandito con voce usuale il prezzo del pane, poi si è inclinato in avanti, sopra al suo banco.

Ce l’avevano tutti con lei, stamattina, ha spiegato, qualcuno ha tentato persino di difenderla, ma ha avuto la peggio. Gli altri volevano correre su, a casa sua, per dirle ch erano stufi di sopportare una persona che non serve a un bel niente, un parassita che non si preoccupa degli altri, solo di sé, della sua intimità dietro ai suoi muri di casa. Hanno detto tutti che ormai è terminato il tempo in cui erano tollerate situazioni del genere, adesso, ha aggiunto più sottovoce, la vogliono vedere per strada, senza riparo, che affronta la vita come tutti noi altri, e prende anche lei una posizione precisa, a viso aperto, come è giusto che sia.

Ho pagato con titubanza quanto richiesto dal salumiere, l’ho salutato, sono uscito di nuovo sul marciapiede, e ho visto due uomini giovani, fermi, che mi hanno guardato. Non sarò mai come voi, ho detto quasi sbalordendomi; dentro di me alligna qualcosa di diverso, non mi interessa se dovrò pagare per questo, e non mi importa se devo lottare per mostrare a tutti chi sono. Poi ho subito pensato che stavo solo cedendo al loro stupido gioco, così ho raggiunto velocemente il portone di casa, sono rientrato, e mi sono sentito subito meglio.



Bruno Magnolfi