domenica 24 aprile 2011

Scena n. 18. Una ragione per essere se stessi.


Il tempo si è allungato, all’improvviso, e chissà come io non me ne sono proprio accorto, e d’un colpo mi sono semplicemente reso conto di quanto adesso tutto sia più intenso, più duraturo, fin quasi ogni pensiero, ogni pur minima attività da compiere; all’improvviso so che ognuno di questi fatti richiede maggiore impegno, assorbe un’intensità che probabilmente dura più a lungo, e mi sento quasi spossato nella mia minuta capacità di fare anche queste piccole cose a cui in precedenza non avevo neanche dato peso. Che cosa strana, mi trovo a dover riempire un tempo che non scorre, e quelle poche attività a cui devo adempiere sembrano gravose, tanto quasi da cogliere il semplice suggerimento di disinteressarmene.

Giro per casa ancora in pigiama, con le ciabatte ai piedi, e mi accendo con piacere la mia prima sigaretta della giornata: il fumo grigio sale piano verso il soffitto, osservo l’orologio e scopro che è prestissimo. Riordino le cose lasciate in giro dalla sera precedente, mi preparo un caffè, osservo albeggiare oltre le tende alle finestre, riprendo in mano una vecchia lettera a cui non ho ancora risposto, poi torno ad osservare le lancette: sono passati soltanto due minuti, forse tre, di una giornata che si prospetta infinita, piena di piccole cose da fare, ma che paiono esistere soltanto per definire un senso alla giornata stessa.

Decido di uscire, mi lavo, mi preparo, indosso una giacca a cui sono affezionato, infine scendo le scale senza fretta, evitando di procurare rumori molesti. L’aria fresca del mattino mi avvolge in un momento, il cielo grigio mostra una neutralità di indicazioni a cui non posso che dar seguito, e mi incammino, certo, senza neppure sapere verso dove io sia diretto. Il bar del quartiere è aperto e alcune persone stanno lì a dirsi le medesime cose di ogni giorno: evito il locale, proseguo verso la strada dei negozi anche se sono ancora chiusi, passeggio con calma e da solo sopra al marciapiede che tra un paio d’ore sarà pieno di persone; per abitudine torno ad osservare il mio orologio da polso: sono le otto di una giornata già da archiviare, inutile e sospesa come tutte le giornate da trascorrere senza alcun impegno.

Un buon esercizio potrebbe essere quello di ripercorrere con i pensieri le cose del passato, ma non è questa la mia indole, e poi non credo ci sia qualcosa di veramente interessante da ricordare adesso. Così vado avanti, osservando i piccoli dettagli della città già in movimento, e fingo consapevolezza in ciò che sto facendo, acquisto un giornale giusto per osservarne il primo titolo e poi riporre quei suoi fogli di carta ben piegati in una tasca. Potrei mettermi a correre, penso, prendere un tram all’ultimo momento trottando dietro a impegni inderogabili, forse costruirmi un personaggio realistico da interpretare con intensità, tanto da scambiare me con lui, ma a che cosa servirebbe, mi chiedo, forse solo a sentirmi uno come tutti.

Torno sui miei passi, costeggio un giardinetto spoglio, con le panchine vuote, ma non mi fermo, proseguo verso casa, d’improvviso sento dentro di me che devo rispondere a una lettera, qualcosa d’importante che adesso, non so neanche perché, avverto di avere tralasciato troppo a lungo. Salgo i gradini, entro dentro al mio appartamento, tutto è esattamente come l’ho lasciato, guardo l’orologio e mi accorgo che è trascorsa quasi un’ora: la lettera a cui devo rispondere è lì, sopra al mio tavolo: la prendo, la guardo, la soppeso, la strappo in tanti piccoli pezzetti che stringo dentro al pugno e risolutamente vado subito a gettarli nel cestino.

Bruno Magnolfi

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