venerdì 1 aprile 2011

Con sguardo estraneo (quasi una vecchia fotografia)



Con sguardo estraneo (quasi una vecchia fotografia)

Dalla strada, sia a destra che a sinistra, si vedevano i bagnanti, durante la stagione, in un’aria così appiccicosa di caldo e di polvere che persino il mare, con la sua risacca dondolante e quasi bianco a quell’ora d’inizio della seconda metà del giorno, diventava in parte sgradevole, persino faticoso. I ragazzi spesso si sentivano arrivare con le loro biciclette: parlavano a voce alta e ridevano, certe volte fischiavano non forte avvicinandosi al cancello della villa, e subito ad una delle terrazze, al primo piano, si affacciava Alberto, il loro amico, e tramite un segreto meccanismo, ecco che i cardini di ferro tra le due imponenti colonne sul davanti, cigolavano leggermente, aprendo con lentezza il giardino ombroso e tutta la casa ai nuovi ospiti. Solo più tardi avrebbero attraversato tutti assieme la strada per andare a tuffarsi in mare davanti alla striscia di arenile privato quasi sempre deserta, dove solo qualche volta si vedeva qualcun altro di quella famiglia dal nome altisonante.

Passando là davanti si avvertiva un profumo di fiori che forse era soltanto una normale suggestione derivata da quegli alberi e da quei fitti cespugli che appena si intravedevano oltre le mura e le alte inferriate a torciglioni che costituivano il perimetro del parco, ma era impossibile non provare un moto d’invidia per tutta quella costruzione così perfetta agli occhi di ciascuno dei paesani, elegante e completa, in qualsiasi dettaglio. Come completa appariva la famiglia che là dentro abitava e trascorreva giusto l’estate, lasciando che una coppia di persone dignitose tenesse tutto in ordine e pulito nel resto di ogni anno.

Alberto era il primogenito di altri due fratelli distanziati da lui di parecchi anni, mostrandosi di fatto ancora dei bambini, e che certe volte, ma non sempre, si potevano notare di mattina in spiaggia con la loro mamma, e una persona o due della servitù per aiutare ad accudirli. Al pomeriggio invece era solo lui, con quei soliti tre o quattro amici, tutti di città, a dominare incontrastato l’arenile. Si tuffavano in acqua, giocavano al pallone, si piazzavano sdraiati sotto agli ombrelloni che qualcuno apriva loro, e si godevano quello spazio libero dalla calca dei paesani e della gente più normale, lasciando tutti a distanza, oltre due staccionate di contorno bianche ed eleganti. Qualcuno passeggiando da lontano sulla spiaggia li guardava, cercando forse di individuare proprio il figlio del proprietario della villa, e forse qualche ragazza prendeva a camminare ancheggiando oltre misura in quei dintorni.

Fu un giorno di vento, ma come tanti altri, a sconvolgere la normalità di quelle cose. Forse per gioco quel gruppo di ragazzi si era spinto più al largo per quel bagno, forse ad Alberto era mancato il fiato tutt’insieme, così almeno in molti raccontarono fin da quella sera: lo portarono a riva che già non respirava e gli urli degli amici non furono neanche presi troppo sul serio dalle persone un po’ distanti da quel loro arenile. Ci vollero tanti minuti prima che ci si rendesse conto e che arrivasse un medico, il quale riuscì soltanto a constatare ciò che ormai era avvenuto. La villa fu immediatamente chiusa, ogni cosa fu lasciata così come si trovava, e in seguito abbandonata completamente al suo destino, fino a degradarsi negli anni senza alcun rimedio, restando solo negli occhi dei paesani quell’immagine di completezza che forse un giorno era sembrata.

Bruno Magnolfi

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