mercoledì 18 gennaio 2012

Nuda proprietà.



Parlavano, quasi come se il tempo, almeno in quella stanza, avesse interrotto il suo corso, e le parole, centellinate senza alcuna fretta, scandissero a modo loro quel pomeriggio. Lei diceva che si sentiva stufa della situazione, che avrebbe voluto vedere un certo rinnovamento, delle nuove idee, nuovi modi di essere in tutti coloro che la circondavano, senza precisare nient’altro. Diceva: qualcosa dovrà pur succedere, tutto quanto non può restare identico all’infinito. Poi si era mossa nervosamente nella stanza, infine era andata a sedersi, come cercando dentro di sé una calma maggiore, nell’attesa che almeno si annuisse alle sue convinzioni. I miei pensieri sono forgiati in un metallo pesante e indistruttibile, pensava, sono certa delle mie riflessioni, non vedo niente in grado di cambiare ciò di cui sono convinta.

Lui allora aveva detto qualcosa tanto per alleggerire la situazione: non c’è niente che imprigioni le idee, se non la convinzione che non possa esistere altro di maggiormente adeguato alla realtà che non sia il proprio pensiero. Aveva parlato quasi sottovoce, come a se stesso, e intanto si era alzato, e aveva girato lentamente nel grande soggiorno, quasi la verità fosse là dentro, forse in un angolo, magari proprio tra un mobile di legno e una parete, ma poi era tornato a sedersi, proprio dov’era stato seduto fino ad allora, sulla grande e comoda poltrona che prediligeva.

Lei lo aveva osservato, aveva forse intravisto qualcosa di ridicolo in quei modi, ma di quel suo piccolo pensiero non era neppure riuscita a spiegarsene il vero motivo. Poi aveva aperto una vecchia rivista illustrata, rimasta da qualche giorno sul tavolinetto lì accanto, limitandosi a voltare le pagine e ad osservarle, ma con distacco, quasi con disinteresse. Certe volte invidio la tua calma, aveva detto; ma è evidente che in un momento così sarebbe auspicabile per tutti.

Ad un tratto era squillato il telefono, e lui aveva risposto senza spostarsi minimamente da dove si trovava. Lei aveva osservato l’espressione consueta che gli si era formata sul viso, e il debole sorriso che aveva formato nel dire: buonasera Fabrizio, ci sono novità? Poi era rimasto in silenzio, ascoltando con attenzione quanto gli veniva riferito. Era difficile per lei comprendere qualcosa dai suoi gesti oppure dagli sguardi, ma ugualmente cercava di tradurre in pensiero quanto poteva soltanto immaginare. Lui aveva detto: si potrebbe tentare…, senza che fosse chiaro a che cosa si riferisse; ma quel senso di debole speranza compresa in quelle parole, era già sufficiente a farle immaginare qualcosa di positivo, un cambiamento, una spinta verso una nuova direzione.

Appoggiò la rivista e tornò ad alzarsi dalla sua poltrona, si avvicinò alla finestra, osservò la serata imminente tra gli alberi del piccolo parco di fronte, e attese che la telefonata si concludesse con dei saluti ordinari. Non ci sono molte speranze, disse lui dopo una piccola pausa. Fabrizio dice che le cose sono ormai compromesse, per ora è salutare per noi continuare a non farci vedere in azienda, ma secondo lui per domani potrebbe essere addirittura auspicabile per noi allontanarsi dalla città. Lei parve punta con uno spillo, si volse di scatto e lo osservò con occhi quasi sgranati. E’ inammissibile, disse. Ci dovrà pur essere una soluzione diversa. Un silenzio di piombo si introdusse velocemente dentro al salone, lui continuava ad osservare qualcosa sul pavimento, lei a seguirne il profilo. Siamo spacciati, disse con un filo di voce, come parlando a se stesso; possiamo soltanto defilarci, i soldi e le proprietà fortunatamente sono già ben al sicuro.

Bruno Magnolfi

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