venerdì 28 settembre 2012
Scena n.17. Il pubblico.
La scenografia appare essenziale, due operai nel pomeriggio sono riusciti a mettere in piedi tutto quanto senza indugi, e le luci basse sulla scena adesso producono una certa profondità di campo nella semioscurità che si forma sul fondale dietro al palcoscenico. Il teatro è quasi pieno, la pubblicità a tappeto, su carta neppure patinata, ha dato i suoi frutti, e anche il titolo ambiguo della rappresentazione è riuscito a creare una certa aspettativa tra la gente. Se le cose funzionano, saremo riusciti a creare un importante precedente per tutto ciò che seguirà da ora in avanti, pensa l’impresario.
Una persona poi si alza, dice qualcosa a voce alta, un giudizio pesante sulla serata che si sta svolgendo, l’attore incerto tentenna e poi si ferma, osserva qualcosa per un attimo nel buio della sala, quindi prosegue riuscendo a non perdere il filo della sua recitazione. Tutto è peggiorato, pensano in parecchi, forse è l’inevitabilità dei tempi che porta questi doni, immaginano alcuni; altri agitandosi sopra le poltroncine sembrano arrabbiati contro chi ha osato interrompere la rappresentazione, e con i loro modi, senza rendersene conto, riescono a complicare le cose in misura quasi maggiore di ciò che fino allora è realmente accaduto. Un brusio si avverte dappertutto, alcuni dicono a voce bassa che chi ha parlato prima indubbiamente ha un briciolo di ragione: lo spettacolo si vede che è tirato via, le cose scorrono ma solo per l’indulgenza manifestata dal pubblico, che in qualche modo gioca un proprio ruolo. Poi, lo stesso tizio che ha parlato inizialmente usando in realtà parole poco chiare ma lasciandosi ugualmente comprendere benissimo, adesso si alza, e con lentezza esce dalla sala: qualcuno pacatamente applaude, altri sembrano sul punto di seguirlo.
Gli attori vanno avanti, sembrano consci della situazione che si è creata, il loro imperterrito proseguire nella recitazione pare la giustificazione al loro mestiere, alla necessità di tutti di portare a compimento in un modo o nell’altro il proprio lavoro. In effetti non si sa neppure con chi prendersela, i tempi sono questi, sembra la spiegazione più evidente delle cose, chi non ci sta cerchi pure di cambiarli, se riesce. Si leva un applauso quando un attore, conscio di tutta la tensione, si rivolge al pubblico allargando le braccia quasi in segno di resa, ma come se contemporaneamente non avesse la voglia di fare lui ulteriori spese della situazione, mostrando così che non è proprio colpa sua se le cose stanno in quella maniera.
Lo spettacolo riprende, forse c’è uno spiraglio di indulgenza, ma la situazione ormai non è più la stessa dell’inizio: si è rotto l’incantesimo, gli uomini si sbracano sopra alle poltrone, le donne hanno risolini ironici, gli attori continuano, ma solo per contratto, non c’è più interesse nel mandare avanti al meglio la rappresentazione. Quando finalmente lo spettacolo finisce, tutti escono, in pochi hanno voglia di parlare, ma qualcuno riesce a trovare addirittura interessante la serata, e alla maggior parte di loro lo spettacolo sembra proprio sia piaciuto, nonostante tutto.
Bruno Magnolfi
giovedì 27 settembre 2012
Scena n.13 Rtratto di famiglia.
Il bambino senza fretta si stacca dalla mano dell’uomo, va verso la donna, e senza che lei faccia alcun gesto oltre abbracciarlo, le dà un bacio sopra la guancia. Ciao piccolo, dice la donna abbozzando un sorriso, Come è andata oggi la scuola? Lui toglie velocemente il giubbotto e va a sedersi sopra una sedia, appoggiando la sua cartella scolastica sopra a quel tavolo; poi tira fuori il quaderno. Tutto bene, dice alla fine, indaffarato a tirar fuori la matite e a trovare la pagina che gli interessa.
L’uomo immobile guarda la donna, poi dice: va bene, se non c’è niente, io vado. La donna lo guarda, pensa che si sentirà più a suo agio appena lui sarà uscito, però qualcosa dentro di lei vorrebbe forse trattenerlo. Dice: Vai a riprenderlo a scuola anche domani? L’uomo che è già voltato di fianco, pronto per dare un ultimo abbraccio a suo figlio prima di uscire, risponde soltanto: no, domani non posso, ti telefonerò per avvertirti quando potrò essere libero.
Il bambino ha ripreso il disegno iniziato all’asilo, sembra preso soltanto da ciò che sta colorando, ma poi dice: vieni tu mamma, domani? Suo padre si avvicina, si china sul tavolo a guardare da vicino il disegno, gli appoggia una mano sopra la testa, con voce bassa, dice: quando torno a riprenderti mi fai vedere tutti gli ultimi disegni che hai fatto, vero? Se sono come questo saranno bellissimi. La mamma come a intromettersi dice: si, vengo io. Poi si alza dalla sua sedia e va nella stanza vicina, quasi a mostrare che il tempo delle visite è ormai finito.
L’uomo dà un bacio al bambino, si muove nella stanza per raggiungere velocemente l’uscita, ma lei, improvvisamente ritorna, si ferma per un attimo proprio davanti ai suoi piedi, gli dice: grazie, non riuscendo a dire nient’altro. Lui la guarda, forse vorrebbe abbracciarla, come ha fatto un attimo fa con suo figlio, ma si trattiene, poi dice: non c’è niente di cui ringraziarmi. Lei gli sfiora la manica dell’impermeabile, dice: ciao allora, con un leggero sorriso che le esce quasi senza volere.
Il bambino, che non è rimasto per niente indifferente a quel gesto, dice come tra sé: forse vi potrei disegnare, se vi metteste vicini. L’uomo si volta, lo guarda, dice: va bene, uno di questi giorni ci metteremo in posa per te. Poi torna a guardare sua moglie. Lei non ha tolto gli occhi da sopra il suo viso, assapora quelle parole, infine gli dice, a voce bassa: certo, almeno per un disegno, è qualcosa che a lui dobbiamo senz’altro.
Bruno Magnolfi
domenica 23 settembre 2012
Senza parole.
domenica 16 settembre 2012
Scena n. 11. Stupide illusioni

A piccoli passi, in una luce morbida e calda, con un paio di scarpine celesti, giunge sul palcoscenico una bambola dal largo vestito di pizzo, un delizioso cappellino, il viso di meravigliosa porcellana, con grandi occhi brillanti e labbra rosse; si ferma al centro della scena, accenna un saluto, resta immobile e in silenzio per un attimo, poi dice: ero stata abbandonata in un angolo della soffitta, nel buio e nella polvere, e la tristezza dell’immobilità era calata su di me. Per questo avrei voluto essere viva, per ribellarmi al mio destino, per andarmene, vedere il mondo.
Con grande sforzo mossi una mano, voltai la faccia verso un sottile spiraglio di luce che arrivava da sotto la porta, infine mi alzai in piedi. Non so neppure come feci a ritrovarmi lungo la strada, forse qualcuno mi aveva messo insieme ad altra spazzatura, ma io ero riuscita a liberarmi dal sacchetto, e avevo deciso di cercare qualcosa che valesse la pena di tutti quei miei sforzi.
Passarono gli uomini, e qualcuno di loro mi prese con sé per un’ora, a volte anche di meno, riabbandonandomi ogni volta lungo quella strada. A me non importava delle loro manie, ero felice di scoprire il mondo, mi guardavo attorno e mi pareva imcredibile poter essere lì, in mezzo alle persone vive, dove ogni cosa è possibile acquistarla ed i soldi girano per rendere tutti contenti e spensierati.
Mi sollevavano la gonna di pizzo, quegli uomini, è vero, ma io li lasciavo fare, in fondo era solo il mio corpo di bambola quello di cui abusavano, non dei miei pensieri, e in cambio quelle persone mi mostravano le loro debolezze, la loro incapacità ad essere gentili, premurosi, e quel non sapersi comportare era così lontano dal mondo delle fiabe che certe volte mi meravigliava.
Le macchine sopra a cui salivo erano tutte uguali, come quegli uomini d’altronde, ma ognuno di loro cercava a suo modo di essere spiritoso, di lasciare qualcosa di sé alle sue spalle, come se portasse dentro una grande solitudine, una tristezza infinita, un’incapacità a vivere bene, in modo solare, senza la necessità di confondersi con una povera bambola come potevo essere io.
Proseguivo con la mia scoperta del mondo, e lo stupore più grande era sapere che riuscivo ad avere dei pensieri sempre più liberi e sempre più complessi, lontani dalla vita lungo quella strada, e in mezzo a quella gente senza grandi sogni, laddove i sogni per me, al contrario, erano tutto. Dopo un certo tempo, poi, trovai qualcuno che mi disse che potevo andare via da lì, che poteva aiutarmi, ed io lo lasciai dire, per me era tutto nuovo quello che poteva capitarmi, così sbattei i miei occhi e mi abbandonai a qualunque cosa stesse succedendo, senza fare alcuna resistenza.
Mi ritrovai in una casa insieme a diverse ragazze, tutte con la testa piena di sogni come me, ma che dicevano delle cose orribili, che eravamo tutte segnate, che non potevamo essere diverse, dovevamo accontentarci di essere un corpo con la testa altrove, come secondo loro erano quelle che facevano la nostra vita. Io le ascoltavo, avevo tutto da imparare, però iniziavo a vedere quel mondo come qualcosa ben più triste di come lo avevo immaginato, e le persone che lo abitavano delle figure sole, perse certe volte nella ricerca di apparire anche peggiori di com’erano. Non rimpiansi mai la soffitta da cui ero partita, ma forse lo feci solo per orgoglio.
Infine decisi che era venuto anche per me il tempo di parlare, di spiegare agli altri che cosa avevo visto fino a quel momento, che cosa mi era capitato e tutto quello che ero riuscita a pensare. Per questo adesso sono qui, per dire a tutti voi che le illusioni esistono, che spesso non sono neppure così distanti dalla nostra esistenza, e forse sono anche migliori di tante cose vere.
Bruno Magnolfi
Scena n. 9. La ricerca della normalità

Ma io non ho mai forzato le cose, non ho approfittato, forse Cecilia può testimoniare quanto io sia sempre stato alle regole, senza mai cercare di essere più furbo di altri. Ho lavorato, questo si, spesso impegnandomi in cose di cui certe volte neppure ho compreso lo scopo, ma l’ho fatto ugualmente, senza battere ciglio, perché sentivo dentro di me che era quello il dovere a cui dovevo rispondere, e a null’altro. Ci sono stati giorni difficili, in cui ho avvertito che tutto perdeva di senso, ma io non mi sono mai scoraggiato del tutto, c’era Cecilia con me, ho cercato di far forza su ciò in cui credevo e ho guardato in avanti, evitando di apparire con gli altri un uomo fiaccato da debolezza.
Ho conosciuto molte persone, ho avuto delle grandi amicizie, con loro mi sono confidato, ho chiesto aiuto quando ne ho avuto bisogno, e ne ho dato quando gli altri mi sono sembrati in difficoltà. Ho cercato di costruire una casa, concretizzare un futuro, pensare giorno per giorno a tutto ciò di cui avrei avuto bisogno, Cecilia lo sa, e mi sono profuso nella ricerca di un vita possibile, quella a me più vicina, più adatta, più giusta, e mi sono sentito un gigante quando ho visto che giorno per giorno le cose progredivano davanti ai miei occhi.
Ma una volta Cecilia mi ha detto che non era questo ciò che lei voleva per la sua vita, o almeno non era sufficiente, a lei non bastava tutto quello che avevo cercato di fare fino ad allora. Mi ha detto che la normalità in cui ero caduto poco per volta aveva una sembianza così disarmante che lei non poteva pensare di proseguire così, doveva allontanarsi da me, ne andava della sua stessa vita. Così ho lasciato che tutto arrivasse al suo compimento, ho voltato lo sguardo dietro di me e ho visto che nella mia esistenza in fondo non c’era stato mai niente di bello se non la presenza di Cecilia che adesso avevo perduto. Mi sono seduto, proprio come adesso, mi sono interrogato, e alla fine ho concluso che niente è valsa la pena del mio faticoso percorso, neppure Cecilia, neppure la mia ricerca perenne di essere uomo, uno come tutti, senza differenze apparenti.
Bruno Magnolfi
Scena n. 12. Il dialogo.

Uno dei due individui, nella penombra, sembra una donna, capelli bianchi, raccolti in una crocchia sulla nuca; si piega un po’ in avanti, poi dice: non mi interessa più niente di ciò che potrà accadere, con tuo padre ne abbiamo parlato così tante volte che oramai è solo un fastidio pensare ancora al futuro. La mia vita è scarsa di tutto, non c’è stato neppure il tempo per interrogarmi su cosa dovessi fare, se non cercare che tutto fosse funzione delle cose che avevo imparato da piccola, da quegli insegnamenti inculcati in me dai miei genitori.
L’altra persona è un ragazzo, volta la testa, sembra non abbia voglia neppure di parlare, ma infine dice: sono confuso, lo ammetto, mi avete parlato di tante cose, avete cercato di spiegarmi gli aspetti più diversi della realtà, ed io spesso sono rimasto inerte, a cercare di ascoltare quanto, tu e mio padre, volevate dirmi, senza che sia riuscito a vantare delle opinioni personali. Ora forse dovrei dire qualcosa di me, ma non sento niente, non ho maturato nulla tra le mie idee.
Ambedue restano seduti, come se fossero estranei, i pensieri dietro a qualcosa di imprendibile, con ritmi diversi, differenti lunghezze d’onda, quasi che tra loro non ci fosse proprio niente di comune. La donna guarda le sue mani, le vede raggrinzite dai lavori che ha dovuto svolgere nella sua esistenza, e questo le pare un aspetto importante, fondamentale della vita. Il ragazzo guarda davanti a sé, e non vede niente, se non il buio di qualcosa che non gli è chiaro, non gli è stato spiegato o lui non ha compreso.
Poi si volta, dice: siamo diversi, la nostra natura è ciò che ci distanzia. La donna sembra indifferente, prosegue a guardare le sue mani, infine dice: un cemento collega tutti gli uomini; i loro dubbi, le perplessità che non riescono mai a sciogliere. Questo è il nostro male, questa la nostra affinità. Il ragazzo si alza in piedi, guarda la donna, infine dice: lo so, vorrei solo superare questo ostacolo, nient’altro.
Bruno Magnolfi
Scena n. 10 Due donne

La donna giovane è seduta, immobile, al margine della fioca luce che emana da una lampadina al centro del palco. Dice: questa notte non sarà come le altre, gli uomini riusciranno finalmente nell’impresa, torneranno a casa vittoriosi, a testa alta, orgogliosi di tutto ciò che saranno riusciti a fare. Non so perché io sia certa di questo, ma è come se dentro me stessa non trovasse sede alcun dubbio.
L’altra donna è in piedi, curva sopra al tavolino di legno proprio sotto alla luce della lampadina, sta preparando qualcosa da mangiare, impastando acqua e farina. Dice: è una notte strana, questo si, ed è giusto che la speranza alimenti i nostri sforzi, ma tutto domani rimarrà semplicemente com’era, com’è sempre stato, e continueremo a vivere così, fino a quando dimenticheremo perfino i motivi di ogni nostro sacrificio, la tua sicurezza di adesso è solo un artificio della mente che ti viene in aiuto.
Non devi dire così, la interrompe la donna giovane, verrà pure trovato un sistema che riesce a sopraffare questo nostro dolore, questa vita da niente, queste espressioni sempre serie, costituite soltanto di rassegnazione. Sono convinta che questa è la notte che vale per tutte, gli uomini sapranno cavarsela, tenere testa al nostro cattivo destino, tornare da noi stringendo una nuova esistenza, ad iniziare da subito, da oggi stesso.
Tu sei giovane, dice l’altra donna interrompendo il lavoro per osservare le mani bianche di farina e sotto a quella la sua pelle ruvida, quasi grinzosa; non puoi ancora capire cosa significa guardare al futuro senza più avere neppure la volontà di vederlo diverso. Poco per volta ci si piega a questa realtà, si subisce ciò che ci è stato donato, arriva addirittura il momento in cui sembra che non possa essere neppure diverso da ciò a cui ormai ci siamo del tutto abituati. Ci sono stati momenti in cui anch’io come tutti mi sono detta, guardandomi dentro ad uno specchio: se non avessi mai sperato qualcosa di diverso, forse sarei stata felice; se non avessi mai fantasticato affondando la mia mente dentro a un sogno, forse oggi non mi peserebbe questa vita essenziale, di acqua e di farina. Non voglio convincerti di niente, ma forse per te questo può essere un motivo per riflettere meglio sopra la realtà, su ciò che dobbiamo attenderci, su tutto.
No, dice la giovane, questo che dici adesso io non vorrò mai pensarlo; la nostra vita sarà diversa sin da domani, ma non perché saremo diversi noi, solo perché sarà migliore la nostra condizione, sollevata da questa cappa nera che ci obbliga spesso ad essere ostili ognuno contro gli altri. Non ci vuole molto, è sufficiente cambiare quei principi che ci costringono continuamente ad essere così, il resto dipenderà solo da noi, dalla nostra volontà. I nostri uomini sapranno dar battaglia a tutta questa condizione, ne sono sicura, il futuro sarà il nostro riscatto. Ecco, ascolta, sento già le loro voci, stanno già tornando, sono qui.
Bruno Magnolfi
Scena n. 6. Conservazione dello stato raggiunto

Mi godevo l’esistenza, insomma, le mani appoggiate sopra ai braccioli, le gambe distese, in completo riposo. Niente richiedeva qualcosa da me, se non l’osservazione svagata di quel grandissimo caleidoscopio, senza alcuna preoccupazione diversa, senza pensieri, nessun disagio. La mia mente era aperta, eppure qualcosa intervenne a cambiare il mio stato: rimasi abbagliato da un elemento che non conoscevo, a cui prima di allora non avevo mai dato retta: la conservazione di quel mio stare bene, il cercare di rendere inamovibile la mia posizione, ecco quale fu la molla di tutto.
Immaginai di perdere, per colpa di qualche persona invidiosa, quel mio stato prezioso, e così cercai di prevenire un’eventualità di quel genere. Iniziai a pensare sempre più spesso che ci fosse qualcuno che volesse mettersi alla pari con me, o che addirittura desiderasse insediarsi al mio posto. Mi guardai attorno, iniziai ad essere sospettoso di tutti, continuai cercando nelle parole delle persone quelle sfumature più ambigue, quelle frasi che apparentemente non significavano niente, ma che nascondevano a mio parere precise volontà.
Lasciai tutto, tolsi le mani da quei soliti braccioli, mossi le gambe, abbandonai la mia posizione che tanto mi era piaciuta, per ritrovarmi solo e noioso, sospettoso, pieno di acredine verso chiunque. Il resto è ben facile immaginarlo: non riuscii in alcun modo a tornare indietro, neppure imponendomelo. Continuai ad isolarmi, a prendermela con chiunque per ogni minima cosa, a non vedere più quel mondo che mi era apparso bellissimo, fino ad arrivare alla sofferenza di oggi, che non so abbandonare, e che mi pervade, qualsiasi cosa io faccia.
Mia moglie mi guarda la sera tardi, mentre cerco di neutralizzare la concorrenza che ha compreso quale sia il mio punto debole, e forse ha pena di me. Io perseguo ad indagare su qualsiasi elemento mi appaia più strano o più insolito, e insisto ad inseguire i miei demoni, perché so che durante la notte, dentro al mio sonno agitato, loro verranno di propria iniziativa a cercarmi, per rubarmi lo spirito, la calma, il piacere, tutta quanta la mia meravigliosa esistenza.
Bruno Magnolfi
martedì 11 settembre 2012
La cosa meravigliosa.

Se guardo fuori dalla mia finestra, non credo proprio di fare niente di male, ma c’è sempre qualcuno disposto a pensare che io non abbia niente di meglio di cui preoccuparmi se non della vita che scorre davanti ai miei occhi, e che per tale ragione io sia soltanto un curioso, un impiccione, uno che sa solo prestare attenzione ai fatti degli altri. Lascio correre come sempre le occhiatacce che qualcuno indirizza nei miei confronti, non mi interessa un bel niente quello che pensano delle mie ordinarie abitudini. Apro come sempre i vetri della finestra alla bella giornata, ed appoggio i gomiti sul davanzale, poi mi accendo con calma una delle mie sigarette, e me ne rimango lì a lungo, a prendere nota di come camminano le persone lungo la strada, dei saluti che a volte qualcuno si scambia, delle espressioni che vengono usate per spiegarsi le cose.
Certe volte si affaccia una donna, sporgendosi da una finestra quasi di faccia alla mia: mi osserva per qualche secondo, scuote uno spolverino dal davanzale, poi rientra in casa, conservando un’espressione seriosa e accigliata, ma senza fare neppure una smorfia. Sono sicuro che lei sia sempre pronta a mettere a punto un giudizio deciso nei miei confronti: pensa di me che io sia un inetto, un povero sciocco che perde i suoi pomeriggi ad osservare le cose degli altri senza combinare un bel niente, però un giorno o l’altro penso che potrebbe anche cambiare opinione.
Rientro nel mio appartamento lasciando spalancata quella finestra: entra uno spicchio di sole che pare voglia spandersi iniziando dal pavimento per andare a dilagare sulle pareti, sui mobili, fino al soffitto. Mi accorgo che una luce meravigliosa accarezza tutte le cose, e in quel chiarore le ombre appena accennate delle persone che camminano lungo la strada, si delineano stilizzate, quasi scorressero le loro anime sui muri dell’appartamento e in mezzo a tutte le cose. Mi piace quel mondo che viene da me, è come non fossi mai solo, ma non posso far capire a nessuno il mio modo di essere, e forse non mi interessa neppure che qualcuno sia davvero d’accordo con me.
Mi muovo a lungo per casa, poi torno a guardare qualcosa dalla finestra: qualcuno mi vede, dalla strada mi osserva con curiosità mentre sto lì senza fare un bel niente. Torna ad affacciarsi la donna di fronte a me. Stende uno straccio su un filo tirato tra le due estremità del davanzale, e mi guarda con la medesima espressione di sempre. Buongiorno signora, le dico con un sorriso. Lei si immobilizza, muove lentamente le labbra, risponde: buongiorno, con un tono basso, quasi svogliato. Insisto: ha visto che bella giornata?, le dico; c’è nell’aria una luce forte e trasparente, viene voglia di stare qui fino al tramonto del sole. Lei non dice niente, ma mi osserva con curiosità, forse immagina che io non sia solo strano, ma pazzo. Sta per rientrare, ma io la fermo: lo sa che è la prima persona con cui parlo quest’oggi?, le dico. Bé, anche io, fa lei. Allora mi pare una cosa meravigliosa aver fatto reciproca conoscenza, concludo.
Lei rientra in casa con un mezzo sorriso, qualcuno sicuramente ha ascoltato le parole che ci siamo scambiati, avranno sicuramente da dire qualcosa di me, inventarsi magari delle critiche nuove, forse, ma a me interessa anche meno di prima. Da ora in avanti potrò parlare tutte le volte che voglio con quella donna, penso; ormai ci conosciamo, abbiamo anche qualcosa in comune, non riuscirà a fingere che non ci sia nessuno nel riquadro della mia finestra, ed io le potrò chiedere come le vadano le cose, che cosa ha preparato di buono per pranzo, e altre cose del genere, e magari in seguito riusciremo ad uscire insieme sulla strada a fare due passi, e a lasciarci guardare dagli altri. Non siamo più soli adesso noi due, questa mi pare la cosa importante.
Bruno Magnolfi
domenica 2 settembre 2012
Uno di noi.

Riuscendo ancora a conservare alcuni amici fedeli che mi fanno sapere di tanto in tanto le cose che mi riguardano, so per certo che ci sono degli individui che continuano a cercarmi al mio vecchio domicilio, presumibilmente per propormi, non potrebbe essere altrimenti, qualche nuovo contratto, o al massimo per prendere delle semplici informazioni sulla mia recente attività di autore e scrittore. Naturalmente nessuno di loro sospetta che io sia riuscito a ultimare soltanto un piccolo volume, la cui pubblicazione ha avuto, questo è vero, un certo successo, e che dopo quello, mi sia deciso a non fare nient’altro, e che, terminata quell’esperienza, io abbia smesso del tutto di scrivere.
Ho sempre sentito dentro di me la determinazione ad andarmene via, fin da ragazzo, andarmene da qualsiasi luogo o città in cui mi trovassi: è qualcosa che fa parte della mia natura, in pratica, un sentirmi permanentemente a disagio dopo essere stato per un po’ in un medesimo posto. Perfino cambiarmi di nome fa parte di questo tipo di fuga da tutto, anche se, certo, per evidenti ragioni, dopo qualche tempo si viene facilmente a sapere verso dove abbia cercato di dirigermi e in quale maniera, e soprattutto sotto che nome mi stia nascondendo. Ma a me non interessa per niente ciò che tutti possono pensare dei miei comportamenti: sono cose mie, rifletto, semplici forme di esistenza che forse non ricevono apprezzamenti dagli altri, ma che alla fine fanno parte soltanto della mia sfera privata.
Così certi miei amici mi dicono che in tanti sarebbero pronti ad offrirmi dei soldi e delle condizioni di estremo vantaggio, sotto tutti gli aspetti, se soltanto io tornassi indietro rispetto alle mie decisioni, magari riprendendo ad abitare la mia vecchia casa, ma soprattutto ricominciando a scrivere un libro; sostengono questi che sarebbe un successo sicuro, basterebbe soltanto facessi avere, a qualche professionista dell’editoria, l’incipit di un nuovo romanzo, o almeno a grandi linee del progetto di questo, oppure di un racconto pur breve, ma esaustivo della mia voglia di scrivere.
Ma a me non interessa: ciò che avevo da dire e da scrivere l’ho fatto, e si può trovare e leggere ancora; andare avanti in quella maniera per me non è proprio il caso: non ho mai avuto la stoffa della scrittore, dico sempre a chiunque mi interroghi su questo argomento, figuriamoci dover affrontare delle serate costruite di proposito per promuovere qualche nuova edizione, o dover partecipare, in qualche libreria sparsa in chissà quale città, ad assurdi dibattiti sul lato oscuro del protagonista del mio nuovo romanzo, e rispondere alle domande del pubblico soltanto per invogliarlo a comprare qualche copia del libro. No, non fa per me; anzi, mi diverto addirittura a pensare qualcosa del genere, adesso che mi sembra un’assurdità, un qualcosa che non sta più in nessun modo nelle mie corde, come spesso si dice oggigiorno.
Rimango solitario in questo paesino dove non mi conosce nessuno, e dove, nella bottega dei generi alimentari, si rivolgono a me in questo modo: buongiorno dottore; proprio a me che appena è riuscito di diplomarmi; ma lo fanno con semplicità, come probabilmente direbbero per rispetto a qualsiasi forestiero fosse arrivato fin qui. Non mi chiedono niente, nessuno di loro, però mi guardano, curiosi, osservano con attenzione le espressioni che assumo col viso e con le mani, perché a loro basta, sanno perfettamente che ad uno che viene da fuori e che ha una faccia come la mia, è naturale non chiedergli niente: ha sicuramente un passato alle spalle, ma è qualcosa di cui non vale la pena neanche parlare, pensano tutti; come d’altra parte tutti noi ne abbiamo uno, è normale, pensano ancora; e non ci vorrà neppure troppo tempo affinché, anche senza averci detto chi sia veramente, questo straniero diventi, con semplicità e con una grande naturalezza, proprio uno di noi.
Bruno Magnolfi
sabato 1 settembre 2012
Un libro per volta.

Mio marito è ormai anziano, e certe volte si sveglia durante la notte. Lo sento che si gira, sbatte gli occhi nel buio, cerca una costruzione di pensieri che gli possono essere utili per riaddormentarsi. Non capisco del tutto il motivo di un comportamento del genere, credo non sia assillato da grandi preoccupazioni, e neppure da gravi problemi da affrontare e risolvere.
Poi si alza dal letto, gira per casa in pigiama, va a sedersi al tavolo della cucina, restando lì anche a lungo, senza fare niente. Io fingo di dormire, però ascolto i suoi movimenti per un po’, fino a che finisco spesso per cedere al sonno. Qualche volta lui esce da casa, fa un giro a piedi nella notte per le strade di questo quartiere, e quando torna forse sente la stanchezza giusta per tornare a coricarsi e provare a dormire. Io torno a svegliarmi e a seguire tutti i suoi movimenti.
Invece lui non dorme, o almeno non subito; sta lì e immagina le cose che deve fare il giorno seguente, gli sembrano tutte facili in questa fase, e non avendo alcun contraddittorio riesce velocemente a trovare tutte le soluzioni possibili. Nel buio riesco a vedere quei suoi pensieri, li sento scorrere nella mia mente esattamente come fossi io a riflettere su quelle cose. Invece io, al contrario di lui, resto immobile, con il respiro profondo e cadenzato, il corpo rilassato in una posizione che non concede dubbi sul mio sonno, e seguo tutto ciò che lui fa e che pensa.
Mio marito in dei casi ripassa qualche ricordo: qualche volta ci sono anch’io nella sua memoria, in fondo ci conosciamo da così tanti anni; ma altre volte no, e quasi sempre lui va a rispolverare il periodo in cui era ancora bambino, i primi anni della scuola, le prime amicizie, le prime esperienze di vita sociale. Mi piace riuscire a vedere tutto questo mentre lui pensa. Mi chiedo spesso come faccia tutto il giorno dietro al suo lavoro senza crollare. Eppure va avanti così, ormai da almeno tre anni.
Naturalmente quando si parla di qualcosa, a cena o alla domenica, io cerco sempre di cadere dalle nuvole se lui accenna qualcosa che io ho seguito già attentamente durante qualche nottata. Però questo comportamento, se agli inizi sembrava divertente e anche uno stimolo in più per stargli vicino, alla lunga si sta invece dimostrando del tutto negativo: molte cose, per esempio, avrei senz’altro preferito non saperle, e poi, avere continuamente un contatto con quelle sue difficoltà, con il suo bisogno di richiudersi in sé, nei suoi ricordi e nelle sue intimità, me lo mostra sempre più debole, quasi paralizzato dai suoi pensieri e dal suo modo di preoccuparsi sempre di tutto.
Quando mi parla di qualcosa, è come se sapessi già fin dalla prima parola ciò che ha voglia di dirmi. Diventa, ai miei occhi e ogni giorno di più, un uomo vuoto, quasi incapace di suscitare in me il minimo interesse. Naturalmente io mi comporto come sono sempre stata con lui, e lui non ha il minimo dubbio nei miei confronti; ma io invece sto pensando seriamente di lasciarlo: sono anni che mi occupo di questa persona, penso, ormai tutto quello che poteva darmi lo ha fatto.
Ho bisogno di aria nuova, credo, una vita nuova, forse persino un altro uomo da accudire. Già, perché sono sicura che se dormissi assieme ad un altro, riuscirei a leggerne i pensieri esattamente come adesso accade con mio marito, e la curiosità mi trascina verso tanti uomini che osservo quando giro per la strada. Mi sento contenta quando penso a queste decisioni da prendere: sarà la cosa migliore che avrò fatto nella mia vita, penso, non posso certo tirarmi indietro proprio adesso che sono così convinta di tutte le mie cose. Mio marito si arrangerà, penso alla fine: in fondo quando si è finito di leggere un libro, non resta da far altro che iniziare a leggerne un altro.
Bruno Magnolfi
Un libro per volta.

Mio marito è ormai anziano, e certe volte si sveglia durante la notte. Lo sento che si gira, sbatte gli occhi nel buio, cerca una costruzione di pensieri che gli possono essere utili per riaddormentarsi. Non capisco del tutto il motivo di un comportamento del genere, credo non sia assillato da grandi preoccupazioni, e neppure da gravi problemi da affrontare e risolvere.
Poi si alza dal letto, gira per casa in pigiama, va a sedersi al tavolo della cucina, restando lì anche a lungo, senza fare niente. Io fingo di dormire, però ascolto i suoi movimenti per un po’, fino a che finisco spesso per cedere al sonno. Qualche volta lui esce da casa, fa un giro a piedi nella notte per le strade di questo quartiere, e quando torna forse sente la stanchezza giusta per tornare a coricarsi e provare a dormire. Io torno a svegliarmi e a seguire tutti i suoi movimenti.
Invece lui non dorme, o almeno non subito; sta lì e immagina le cose che deve fare il giorno seguente, gli sembrano tutte facili in questa fase, e non avendo alcun contraddittorio riesce velocemente a trovare tutte le soluzioni possibili. Nel buio riesco a vedere quei suoi pensieri, li sento scorrere nella mia mente esattamente come fossi io a riflettere su quelle cose. Invece io, al contrario di lui, resto immobile, con il respiro profondo e cadenzato, il corpo rilassato in una posizione che non concede dubbi sul mio sonno, e seguo tutto ciò che lui fa e che pensa.
Mio marito in dei casi ripassa qualche ricordo: qualche volta ci sono anch’io nella sua memoria, in fondo ci conosciamo da così tanti anni; ma altre volte no, e quasi sempre lui va a rispolverare il periodo in cui era ancora bambino, i primi anni della scuola, le prime amicizie, le prime esperienze di vita sociale. Mi piace riuscire a vedere tutto questo mentre lui pensa. Mi chiedo spesso come faccia tutto il giorno dietro al suo lavoro senza crollare. Eppure va avanti così, ormai da almeno tre anni.
Naturalmente quando si parla di qualcosa, a cena o alla domenica, io cerco sempre di cadere dalle nuvole se lui accenna qualcosa che io ho seguito già attentamente durante qualche nottata. Però questo comportamento, se agli inizi sembrava divertente e anche uno stimolo in più per stargli vicino, alla lunga si sta invece dimostrando del tutto negativo: molte cose, per esempio, avrei senz’altro preferito non saperle, e poi, avere continuamente un contatto con quelle sue difficoltà, con il suo bisogno di richiudersi in sé, nei suoi ricordi e nelle sue intimità, me lo mostra sempre più debole, quasi paralizzato dai suoi pensieri e dal suo modo di preoccuparsi sempre di tutto.
Quando mi parla di qualcosa, è come se sapessi già fin dalla prima parola ciò che ha voglia di dirmi. Diventa, ai miei occhi e ogni giorno di più, un uomo vuoto, quasi incapace di suscitare in me il minimo interesse. Naturalmente io mi comporto come sono sempre stata con lui, e lui non ha il minimo dubbio nei miei confronti; ma io invece sto pensando seriamente di lasciarlo: sono anni che mi occupo di questa persona, penso, ormai tutto quello che poteva darmi lo ha fatto.
Ho bisogno di aria nuova, credo, una vita nuova, forse persino un altro uomo da accudire. Già, perché sono sicura che se dormissi assieme ad un altro, riuscirei a leggerne i pensieri esattamente come adesso accade con mio marito, e la curiosità mi trascina verso tanti uomini che osservo quando giro per la strada. Mi sento contenta quando penso a queste decisioni da prendere: sarà la cosa migliore che avrò fatto nella mia vita, penso, non posso certo tirarmi indietro proprio adesso che sono così convinta di tutte le mie cose. Mio marito si arrangerà, penso alla fine: in fondo quando si è finito di leggere un libro, non resta da far altro che iniziare a leggerne un altro.
Bruno Magnolfi