domenica 16 settembre 2012

Scena n. 11. Stupide illusioni



A piccoli passi, in una luce morbida e calda, con un paio di scarpine celesti, giunge sul palcoscenico una bambola dal largo vestito di pizzo, un delizioso cappellino, il viso di meravigliosa porcellana, con grandi occhi brillanti e labbra rosse; si ferma al centro della scena, accenna un saluto, resta immobile e in silenzio per un attimo, poi dice: ero stata abbandonata in un angolo della soffitta, nel buio e nella polvere, e la tristezza dell’immobilità era calata su di me. Per questo avrei voluto essere viva, per ribellarmi al mio destino, per andarmene, vedere il mondo.

Con grande sforzo mossi una mano, voltai la faccia verso un sottile spiraglio di luce che arrivava da sotto la porta, infine mi alzai in piedi. Non so neppure come feci a ritrovarmi lungo la strada, forse qualcuno mi aveva messo insieme ad altra spazzatura, ma io ero riuscita a liberarmi dal sacchetto, e avevo deciso di cercare qualcosa che valesse la pena di tutti quei miei sforzi.

Passarono gli uomini, e qualcuno di loro mi prese con sé per un’ora, a volte anche di meno, riabbandonandomi ogni volta lungo quella strada. A me non importava delle loro manie, ero felice di scoprire il mondo, mi guardavo attorno e mi pareva imcredibile poter essere lì, in mezzo alle persone vive, dove ogni cosa è possibile acquistarla ed i soldi girano per rendere tutti contenti e spensierati.

Mi sollevavano la gonna di pizzo, quegli uomini, è vero, ma io li lasciavo fare, in fondo era solo il mio corpo di bambola quello di cui abusavano, non dei miei pensieri, e in cambio quelle persone mi mostravano le loro debolezze, la loro incapacità ad essere gentili, premurosi, e quel non sapersi comportare era così lontano dal mondo delle fiabe che certe volte mi meravigliava.

Le macchine sopra a cui salivo erano tutte uguali, come quegli uomini d’altronde, ma ognuno di loro cercava a suo modo di essere spiritoso, di lasciare qualcosa di sé alle sue spalle, come se portasse dentro una grande solitudine, una tristezza infinita, un’incapacità a vivere bene, in modo solare, senza la necessità di confondersi con una povera bambola come potevo essere io.

Proseguivo con la mia scoperta del mondo, e lo stupore più grande era sapere che riuscivo ad avere dei pensieri sempre più liberi e sempre più complessi, lontani dalla vita lungo quella strada, e in mezzo a quella gente senza grandi sogni, laddove i sogni per me, al contrario, erano tutto. Dopo un certo tempo, poi, trovai qualcuno che mi disse che potevo andare via da lì, che poteva aiutarmi, ed io lo lasciai dire, per me era tutto nuovo quello che poteva capitarmi, così sbattei i miei occhi e mi abbandonai a qualunque cosa stesse succedendo, senza fare alcuna resistenza.

Mi ritrovai in una casa insieme a diverse ragazze, tutte con la testa piena di sogni come me, ma che dicevano delle cose orribili, che eravamo tutte segnate, che non potevamo essere diverse, dovevamo accontentarci di essere un corpo con la testa altrove, come secondo loro erano quelle che facevano la nostra vita. Io le ascoltavo, avevo tutto da imparare, però iniziavo a vedere quel mondo come qualcosa ben più triste di come lo avevo immaginato, e le persone che lo abitavano delle figure sole, perse certe volte nella ricerca di apparire anche peggiori di com’erano. Non rimpiansi mai la soffitta da cui ero partita, ma forse lo feci solo per orgoglio.

Infine decisi che era venuto anche per me il tempo di parlare, di spiegare agli altri che cosa avevo visto fino a quel momento, che cosa mi era capitato e tutto quello che ero riuscita a pensare. Per questo adesso sono qui, per dire a tutti voi che le illusioni esistono, che spesso non sono neppure così distanti dalla nostra esistenza, e forse sono anche migliori di tante cose vere.

Bruno Magnolfi


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