E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
Pier Paolo Pasolini
domenica 12 maggio 2013
L'uomo dal berretto di lana
Elisa non
aveva neppure osservato la strada davanti a sé, neanche aveva concesso
un’occhiata al condominio dove aveva abitato in quegli ultimi tre anni:
semplicemente era salita sulla sua automobile e ne aveva avviato il
motore; poi era partita. Facile andar via, pensava, quasi sorridendo tra
sé; anche senza una destinazione precisa. Qualcuno le aveva detto che
in fondo non era così facile, ma a lei, che da un po’ di tempo gli
avvenimenti apparivano estranei quasi fosse diventata insensibile, tutte
le cose adesso pareva scorressero per conto proprio, in autonomia. Le
complicazioni a seguito ci sarebbero state, era evidente, ma questo non
aveva alcuna importanza: ormai era avvenuto il passaggio principale, lei
adesso non si sentiva più la stessa di sempre.
La vettura
di Elisa, quasi in sintonia con i suoi pensieri, ronzava tranquilla, la
direzione imboccata la spingeva verso la costa, sul mare, e una volta
da quelle parti avrebbe deciso senza fretta il da farsi. In tasca aveva
una riserva di soldi, alle spalle il rapporto con una persona tutta da
dimenticare. Ma non era questo il motivo della sua fuga. Anzi, la sua
non era neppure una fuga, bensì un semplice allontanarsi, prendere una
pausa dalla vita di sempre, andare a vedere e a respirare qualcosa di
diverso.
Immaginava
un gruppo di balordi scappati fuori da una baracca di legno lungo la
spiaggia. L’avrebbero rincorsa, fatta cadere sulla sabbia calda e poi
violentata, una volta strappati con rabbia i vestiti da dosso. Elisa
sorrideva, non aveva paura di retaggi del genere, le persone non sono
nate cattive, pensava, ci sono delle condizioni che le fanno diventare
così, ma lei si sentiva tranquilla, avrebbe vigilato con molta
attenzione sulla sua solitudine, in quel suo dormire di notte dentro
quella automobile circondata soltanto da cose essenziali.
Ecco,
forse era proprio questo il tema principale di tutto: avere con sé
soltanto lo stretto necessario, tornare a sentire attraverso la pelle il
caldo ed il freddo del giorno, il vento, gli odori, respirare l’aria
libera, decidere qualcosa senza alcun obbligo. Forse anche correre
qualche pericolo, ma anche questo faceva parte del gioco, non era
evitabile. A tratti, guardando l’asfalto davanti a sé, ad Elisa le
pareva di vivere l’America di qualche decennio più indietro, ma era
chiaro come non fosse questa la cosa importante: non c’era nessuno a cui
volesse neppure minimamente assomigliare, cercava qualcosa di se
stessa, ritrovare una persona che col tempo forse si era assopita,
nient’altro.
Per prima
cosa tolse le scarpe e mise i piedi nudi nell’acqua, poi camminò a lungo
da sola sulla sabbia scura e levigata del bagnasciuga. Non c’era
nessuno in quel tratto di costa, ma quando arrivò l’uomo dal berretto di
lana, a lei parve che tutta la spiaggia fosse piena di gente. Lui disse
qualcosa, lei gli rispose, infine si avviarono insieme, verso qualcosa
che probabilmente non era chiaro a nessuno dei due, ma che in quel
momento pareva quasi avere la precedenza su tutto.
Bruno Magnolfi
martedì 7 maggio 2013
Memoria del niente.
Quasi ogni
giorno vengo qui, ad osservare questo pezzo di terra dopo le ultime
case del mio paese. Non c’è niente di particolare qui: gli alberi
rimangono in fondo, dove inizia il bosco, il muretto di pietre costeggia
la strada da dove non passa nessuno; e questo campo incolto,
abbandonato da chissà quanti decenni, dove qualche volta un pastore
della zona spinge una ventina di pecore a brucare l’erba, mostra
soltanto la pace e la calma del niente.
Torno
indietro, rientro in paese, saluto qualcuno, raggiungo la piccola piazza
ed entro dentro al caffè, a perdere un po’ di tempo e bere una birra.
Qualcuno mi ha detto che è stato acquistato quel pezzo di terra, gente
che non si conosce, un altro si chiede chissà cosa faranno. E’ solo un
pezzo di terra, dico alle persone che conosco di più, non si può farne
molte cose, forse costruirci un capannone, oppure villette a schiera, o
farci una serra per coltivazioni intensive.
Così tutti
i giorni torno a vedere se qualcosa è accaduto, se siano arrivate le
ruspe, le gru, gli operai, a cambiare l’immagine di tutta la zona. Non
me ne importa moltissimo, non si può essere nostalgici di tutto,
addirittura per quello che non è ancora accaduto, ma in ogni caso mi
pare quasi ci sia qualcosa di me in quel pezzo di terra, e vorrei tanto
non gli succedesse niente di brutto.
Mi siedo
sopra una pietra, aspetto qualcosa, come se le mie stesse giornate
dipendessero soltanto da quanto forse è già stato deciso. Le ortiche e i
papaveri continuano a crescere su quel pezzo di terra, ed io mi sento
con loro, con quella maniera casuale e distaccata che hanno le piante
spontanee di uscire fuori da una parte o dall’altra. Poi, qualcuno che
sa, mi tocca una spalla, mi dice che non accadrà proprio un bel niente,
nessuno ha intenzione di fare nulla in quel luogo, se non lasciare le
cose così come stanno.
Mi sento
quasi deluso, torno al caffè, sulla piazza, saluto qualcuno e mi faccio
servire una birra: siete soltanto paurosi, dico a tutti i presenti; non
sapete affrontare le cose. Vi basta non mettervi mai in discussione, o
che qualcuno non venga a togliervi le vostre abitudini. Io sono pronto,
al contrario di voi, ad ogni variazione possibile. Perciò cerco di
conservare un atteggiamento vigile e critico, che non significa
semplicemente far niente, bensì un comportamento che tenga conto di
quanto possa accadere, se mai accadrà, e di guardare le cose col valore
che hanno nel tempo, perché tutto è destinato a cambiare, questo caffè,
questo paese, noi e le nostre stesse espressioni.
Poi bevo
un sorso della mia birra, gli altri mormorano qualcosa senza rispondere
niente. Per questo dobbiamo avere memoria, riprendo; ricordarci
perfettamente di quanto è accaduto ieri ed il giorno prima, perché
niente, una di queste volte, sarà ancora com’è sempre stato, e noi ci
abitueremo alla svelta ai nuovi modi, ai cambiamenti avvenuti, e saremo
diversi, per forza, senza neppure riuscire a rammentarci da dove tutto
questo in un giorno qualsiasi è potuto uscir fuori.
Bruno Magnolfi
giovedì 25 aprile 2013
Incomprensibile. 2.
La
vecchia corriera ogni volta che intercetta una buca pur piccola nel
tragitto che compiono le sue grosse ruote di gomma rotolando sopra
l’asfalto, ha una vibrazione rumorosa di vetri e ferraglia, quasi un
lamento stridente. Lei siede apparentemente tranquilla sul sedile della
vettura, e segue con convinzione la successione dei propri piccoli gesti
abitudinari di ogni giornata. Quasi come un automa, inizialmente da
sola, ha atteso nell’aria buia vicino alla fermata a poche centinaia di
metri da casa, quel mezzo che ogni mattina in un’ora la traghetta fino
al suo posto di lavoro, senza però, anche in quel caso, che i suoi
pensieri si siano minimamente messi a disposizione di ciò che stava
effettivamente compiendo. La sua mente generalmente in quegli attimi si
astrae completamente dalla realtà, e anche se lei prosegue a compiere
tutti quei gesti che servono, perfino dare il buongiorno al signor Dani,
a cui poi non rivolge praticamente più la parola per tutto il resto del
viaggio, lei è quasi come se non fosse presente, anzi quasi fosse molto
distante, persa tra una massa di pensieri persino inspiegabili agli
altri.
Che
cosa importa, riflette lei in certi casi, tutto questo monotono
completare un percorso sempre identico, quasi come non esistesse nessuna
diversa possibilità. Ogni aspetto reale è sacrificio, piegare la testa a
certe cose che poi sono la vita, l’esistenza vera e corrente; perché
non c’è nient’altro nascosto da qualche parte, niente che possa
raccogliere tutto questo e darne una forma diversa, se non il pensiero,
la riflessione continua che modifica l’insieme, ne produce qualcosa di
differente, compiendo un miracolo semplice, praticamente alla portata di
tutti. Lei certe volte prende un appunto delle sue riflessioni,
scrivendolo in fretta su un quaderno scolastico che porta nella borsetta
sempre con sé. La sua calligrafia risulta minuta, composta da pochi
segni, non per essere incomprensibile agli altri, quanto per racchiudere
in poco un insieme il più possibile vasto. E lei ne è orgogliosa di
quelle sue pagine, quasi fossero un parziale compendio dei suoi giorni
veri, quelli che scorrono praticamente sotto agli occhi di tutti, senza
che tutti riescano forse a comprenderne il senso.
Se
qualcuno le parla lei ascolta, spesso con grande interesse, ma quasi
sempre non riesce a trarre dalle cose che sente un’opinione precisa.
Pare come se qualcosa non le permettesse di farlo, come se non
comprendesse addirittura gli aspetti più semplici di quanto le viene
spiegato. Per questo non capisce neppure le parole che il signor Dani le
dice, la mattina quando lo incontra come sempre alla fermata della
corriera. Lui dice qualcosa con un tono diverso dal suo buongiorno di
sempre, qualcosa che lei non ha mai sentito, ed usa termini che sono
fortemente volgari, insinuanti, del tutto diversi dall’immagine che lei
se ne è fatta in tutti questi anni. Non dà peso a niente, resta
semplicemente in silenzio, abbassa la testa, forse sorride per rompere
l’imbarazzo che prova, e compie in questa maniera il suo errore più
grande.
E’ il giorno seguente che infine tutto si compie, quando il signor Dani
con fare concitato la invita a salire sulla sua auto, poco prima
dell’arrivo della corriera, per una cosa che dice essere molto, molto
importante. Lei, presa così di soprassalto, accondiscende, forse senza
neppure pensare, e quasi non si ribella di fronte alle sue mani che la
toccano dappertutto, cerca soltanto di fermarlo, certamente, ma senza
usare neppure maniere forti; e resta praticamente in silenzio, quel
fortissimo silenzio che adesso avverte, che conosce e riconosce soltanto
quando si trova di fronte a qualcosa che per lei è così
incomprensibile. E basta.
Bruno Magnolfi
domenica 7 aprile 2013
Giornata incompleta (cortometraggio n. 4).
Sto qui e
penso. Potrei occuparmi di tante cose, talmente tante che mi confondono e
non mi lasciano decidere. Il mio cane bastardo dorme in un angolo.
Infine esco, porto anche lui, al guinzaglio, e vado subito ad infilarmi
in un locale senza pretese, dove giocano a carte, e mi faccio servire
una piccola birra al bancone. Uno mi guarda male per il cane, è normale,
e lo lascio perdere. Pago ed esco. Per strada lui annusa gli angoli e
segue il mio passo, senza tirare. Mi siedo su una panchina al giardino,
aspetto senza fretta che i pensieri tornino a tenermi compagnia.
Una donna
sorride, le piacciono i cani, penso, poi si ferma e chiede se è buono.
Fo cenno di si, lei gli tocca il muso, lui annusa la mano. Se ne va,
credo che potrei fare un lungo giro alla ricerca di angoli di città che
non conosco, ma forse sarebbe anche inutile, non ho in questo momento lo
spirito adatto. Torna la donna, dice che ne ha avuto uno simile,
qualche anno fa. Annuisco, le dico che se vuol fare un giro con il mio
cane bastardo per me va benissimo. Lei ne è felice, prende il
guinzaglio, si allontana ma soltanto di poco.
Torna,
dice che non ce la fa con la pensione, un altro cane non se lo può
proprio permettere, così le dico che posso prestarle il mio ogni tanto,
basta ritrovarsi al giardino a quell’ora. Risponde che le va bene, lei
si chiama Teresa, potrebbe tenerlo qualche volta, magari quando io ho da
fare. D’accordo, le dico, è tutto a posto. Se ne va contenta, Teresa:
oggi ho fatto un incontro importante, pensa quasi dicendo a voce alta
questa sua frase.
Potrei
arrivare fino alla stazione degli autobus, tanto per incontrare un po’
di persone, ma sono i pensieri quelli che cerco, e loro stamani non
vogliono proprio farsi vedere. Così resto fermo e cerco di riflettere
qualcosa senza programma. Il mio cane bastardo mi guarda e mugola, forse
ha capito qualche passaggio che mi vuol suggerire. Va bene, gli dico,
andiamocene sull’argine del fiume, forse troveremo qualcuno anche lì.
Non
ha alcun senso che io continui a sforzarmi per comprendere qualcosa che
sfugge. Qualsiasi cosa mi metta in testa di fare risulta sbagliata, o
inadatta. Il cane mi guarda, scuote le orecchie, prosegue a camminare
con tranquillità. Cerco gli altri su dei temi che a me stanno a cuore,
ma sembra proprio che tutti mi evitino, come se i miei argomenti fossero
assurdi, privi di qualsiasi possibilità di dialogo.
Ripenso
alla donna che ho incontrato al giardino, e credo che potrebbe essere
la persona perfetta con la quale iniziare un percorso. Potrei trovare
con lei delle affinità, qualcosa che possa coinvolgere anche altre
persone. Poi rido. Il mio cane bastardo mi guarda, lui forse è
d’accordo, insieme continuiamo a camminare, come se ci fosse davvero
qualcosa alla fine di quei nostri passi. Arriviamo al fiume, sgancio il
guinzaglio, lui corre in giro senza una direzione precisa, annusa
dappertutto e marca il territorio come l’istinto gli suggerisce di fare.
Poi torna verso di me, sembra vagamente abbattuto: qui non c’è niente,
pare suggerirmi; niente che possa permettere di trattenerci ancora da
queste parti.
Bruno Magnolfi
sabato 6 aprile 2013
Frequentazione insana.
Non
ci vuole molto, è sufficiente costeggiare tutto il marciapiede lungo la
strada principale, poi girare a destra, fingere di entrare in quel
caffè che rimane proprio all’angolo, e invece proseguire per altri
trenta metri circa, fino ad arrivare al portone perennemente aperto di
quel condominio. Così fa il signor Effe, più o meno tre volte alla
settimana. Lei, nell’appartamento del secondo piano a quell’ora del
pomeriggio lo aspetta, ed è già mezza spogliata quando lui arriva, così
si scambiano qualche parola di circostanza nel piccolo ingresso, quasi
un principio di affetto, poi si trasferiscono in camera, dove tutto in
genere si conclude abbastanza velocemente, senza altri eccessivi
preamboli. Perché in fondo questo aspetto non è certamente ciò che conta
di più.
Il
signor Effe, al momento che rimangono sdraiati, ormai fermi, rilassati,
nella penombra delle tende tirate, quasi senza avere ulteriormente
altro da fare, in genere inizia col dire qualcosa sottovoce, quasi
impersonalmente. Lei ascolta, seguono spesso delle pause di silenzio,
poi lei comincia a raccontare qualcosa di sé, delle sue difficoltà, dei
suoi pensieri leggeri sul suo pesante passato, e certe volte anche di
quell’esistenza sempre un po’ sbagliata, con quel senso di colpa sempre
attuale, anche se non c’è alcuna colpa, devi convincerti, le dice a
volte il signor Effe con tutta la semplicità che riesce a trovare. Non
c’è neppure da crucciarsi troppo, ribadisce lui, è andata così; ma lei è
testarda, dice ogni volta che ha sbagliato tutto, che avrebbe dovuto
fare ben altre scelte, non ritrovarsi in questa maniera; ma in quei
momenti, quando aveva affermato le cose in cui credeva, e forse aveva lo
spirito adatto per portarle in avanti, non c’era stato mai nessuno ad
aiutarla, a darle un minimo credito, a sostenerla in qualche maniera.
Lui
ascolta, capisce perfettamente che quelle parole sono vere, ed è tutto
tremendamente serio quello che gli viene riferito, ma non può ormai fare
niente, se non continuare ad ascoltare e sentire una stretta dentro di
sé, tanto forte che certe volte non vorrebbe più andarsene via, o
allontanandosi vorrebbe semplicemente lasciarle qualcosa, qualcosa di
suo, di intimo, di personale, superiore a qualsiasi promessa, oltre
qualsiasi ricerca di quella stupida manciata di parole capaci forse di
pacificare momentaneamente i pensieri di lei, ma buone a nient’altro.
Che senso ha che le dica o cerchi di dimostrarle che provo degli
autentici sentimenti per lei, riflette. Il signor Effe tenta di evitare
quel senso di ridicolo che pensa ne scaturirebbe inevitabilmente, così
tiene quasi tutto per sé, ma ci sta male, lo sente, c’è una parte
sostanziale di irrisolto anche nelle sue giornate.
Infine
il signor Effe cammina per strada, attraversa con regolarità sui
passaggi pedonali, guarda qualche vetrina, finge di non avere niente di
importante da fare quando esce da quella casa, e invece si rende conto
quasi d’improvviso che sarebbe tutto diverso senza di lei, che non può
più fare a meno di quell’equilibrio che si è creato tra loro.
Contemporaneamente si sente morire sempre di più quando sale quei
medesimi gradini fino a raggiungere l’appartamento del secondo piano.
Vaga senza una meta, e pensa, i suoi pensieri si fanno sempre più fitti e
più forti, e si mescolano ormai con quella oppressione che avverte e
che ritiene ingenerosa verso se stesso e forse anche verso di lei.
Infine decide di restare a girare lungo le strade: non devo più andare
da lei, pensa; non intravedo nessun tratto positivo nel continuare
questa frequentazione ormai troppo affannosa.
Bruno Magnolfi
Pensieri consueti.
Lui
muove la testa per seguire con gli occhi qualcosa fuori dalla finestra,
lei lo osserva senza interesse ma come replicando una volta di più una
propria abitudine. Il giardino davanti alla casa è soltanto una striscia
di cemento recintata da una ringhiera di ferro, al cui interno
vivacchiano alcune piante dalle foglie polverose in vasi scuri di
diverse forme. Non ci trovo niente di male, fa lei, quasi con ironia.
Domani potremmo partire presto, e dopo il viaggio goderci tutto il resto
della giornata passeggiando sulla spiaggia senza pensieri. Lui si
volta, la guarda, pensa a cosa tirar fuori per toglierle o almeno
indebolirle quell’idea dalla mente; poi, quasi senza una vera e propria
espressione, dice soltanto: certo, sarebbe proprio quello che ci vuole.
Lei
prosegue a fumare seduta allo scrittorio, sfoglia senza interesse una
rivista illustrata e intanto continua a pensare al suo delizioso fine
settimana da trascorrere senza preoccupazioni in quel paesino di mare,
che le piace, certo, ma dove soprattutto avrà modo di capire a che punto
siano i suoi sentimenti per lui. Lui a sua volta si rende conto
perfettamente che una volta arrivati in quel luogo così meraviglioso nei
pensieri e nei discorsi di lei, lei inizierebbe inevitabilmente a
lamentarsi che la temperatura dell’aria non è quella che si immaginava,
che in giro non c’è quasi nessuno, che l’albergo non va bene, il cibo
del ristorante non le piace e tante altre cose del genere; fino ad
affermare che forse muoversi da casa è stato un deprecabile errore.
Lui
all’improvviso si muove come ricordandosi qualcosa di urgente, lei gli
chiede subito cosa c’è che non vada. Ho lasciato l`agenda in ufficio,
spiega lui con disappunto; ma in fondo forse non è neppure cosi
importante, posso fare un salto a prenderla più tardi. Certo, potresti
passarci dopo cena, fa lei, magari vengo con te e ci fermiamo in un
locale a bere qualcosa, tanto per passare la serata. No, insiste lui, ho
detto che non è molto importante, in fondo posso rimandare anche a
domani mattina. Lei lo osserva con attenzione per capire se quella sia
soltanto una classica tattica per uscire di casa più tardi da solo,
magari per telefonare a chissà chi senza essere ascoltato, oppure se gli
va soltanto di stare per un po’ senza di lei; ma poi si sente attratta
da un pensiero in cui è prevista soltanto se stessa, e così dice: va
bene, hai ragione, stasera c’è appunto un programma in televisione che
non mi va proprio di perdere.
Lei
trova sul giornale che ha di fronte le previsioni meteorologiche per
quei giorni e sbotta subito: vedi, domani forse ci sarà pure qualche
nuvola in cielo, ma è quasi sicuro che non pioverà, mi pare questa senza
dubbio un’ottima notizia. Lui torna ad osservare qualcosa fuori dalla
finestra chiusa, e intanto riprende a riflettere su che cosa mettere in
mezzo per distoglierla da quell’idea poco felice. Se mi telefonasse il
Mariotti per quel progetto, dice quasi sottovoce ma scandendo bene le
parole, sarebbe bene fossi pronto ad incontrarlo, in qualsiasi momento
gli venisse alla mente di vedermi. Purtroppo la cosa migliore per tutto
questo sarebbe che non mi allontanassi troppo da qui e dall’ufficio. Lei
non dice niente, mostrando forse di non credere neppure ad una parola
di quello che è appena stato detto, ma evita qualsiasi commento.
Lui
la osserva per un attimo, vagamente perplesso per quell’improvvisa
assenza di opinioni, poi annuncia, tanto per cambiare argomento, che
stasera si diletterà di cucina, impegnandosi in verdure al vapore e
involtini di vitello cotti nel forno. Lei non si scuote, osserva per un
attimo la televisione spenta per cercare di immaginarsi a che cosa
avrebbe davvero voglia di assistere, e infine allunga un braccio per
raccogliere il telecomando, senza premere però alcun pulsante. Suona il
telefono, lui esce dalla stanza, poi torna dopo appena un minuto: era il
Mariotti, dice; domani mi vuole vedere, mi dispiace per i tuoi
programmi. Adesso vado in cucina, più tardi passerò dall’ufficio.
Bruno Magnolfi
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