domenica 14 ottobre 2012

Tutto superfluo (ripresa cinematografica n. 17).


            
            Il chiarore del giorno sbianca poco a poco l’interno di questa mia stanza. Non trovo un motivo valido per starmene ancora qui ad osservare degli inutili dettagli fuori da questa finestra, ma spingermi fuori, per strada, senza neppure uno scopo preciso, in questa giornata qualsiasi, imbevuta di normalità, mi parrebbe come sentirmi ancora più inutile, privo di qualsiasi prospettiva.
            Vorrei avere uno scatto di nervi, costringermi ad urlare una rabbia repressa che coltivo da sempre, ma la mia razionalità mi lascia facilmente desistere da qualsiasi stranezza. Nel silenzio dell’alba si sente qualche veicolo percorrere la strada quasi deserta, ed io vorrei tanto riuscire ad immedesimarmi in una persona qualunque, un uomo di polso, magari, con uno scopo preciso, un orario definito da rispettare.
            Forse la cosa migliore sarà quella di attendere l’arrivo di Lucia, la nostra domestica, penso; tra poco sarà qui e inizierà col sistemare le camere, poi giungerà fino a questo studio, mi saluterà con il suo buongiorno così musicale, poi vorrà chiedermi sicuramente qualcosa, tipo: come va? E’ questa la sua solita domanda, ma io non riesco mai a prepararmi una risposta esauriente, così il più delle volte mi limito vagamente a mugugnare, a sorridere, ad alzare le spalle, come fingendo di allontanare quella tristezza che porto da sempre con me.
            Con calma uscirò da questo rifugio, giusto per lasciare lavorare Lucia in santa pace, e lei dirà come sempre: può anche restare, se vuole. Ma io andrò ugualmente a sedermi sul solito divanetto del corridoio, aprendo il mio libro di lettura e scorrendo lentamente qualche parola. Che cosa mi importa di tutto, penserò sottovoce. Vorrei soltanto riuscire, come facevo una volta, a sognare scorrendo le frasi di un romanzo avvincente, ma adesso tutto gioca a farmi rendere conto che non è più possibile.
            Infine, già lo so, mi sentirò ancora attratto da quella finestra che troneggia al fondo del corridoio: la raggiungerò, indifferente ad ogni proposito, l’aprirò come per lasciare prendere aria al mio spirito, e saluterò con la voce e muovendo una mano la prima persona che riuscirò a scorgere. E’ quello pazzo, dirà qualcuno senza farsi sentire; con tutti i soldi che ha non riesce neppure a mandare avanti una vita normale. Allora chiamerò Lucia a viva voce, mi lascerò servire da lei la colazione, le chiederò, lasciandomi sentire da tutti, se le va di fare due passi con me nel pomeriggio, e riderò forte per mostrare quanto sia allegra questa mia vita, questo decidere continuo cosa fare, dove stare, chi avere accanto.
            Mi sistemerò appoggiato al davanzale, invece, e lascerò che ognuna delle persone che circolano per questa strada esterni la propria opinione su quello che vedono o che credono di vedere. Forse, come se niente mi giungesse dei propositi della gente che passa da questa via, sorriderò perfino a quei pensieri che nelle menti di quelle persone si formano alla mia vista, lasciando immaginare comunque una distanza incolmabile tra me e tutti gli altri.
            Bruno Magnolfi   

Dialogo n. 5. Punti di vista.



            
            E’ già in ritardo, dico con convinzione alla signora accanto a me mentre ambedue continuiamo a stazionare sulla panchina presso la fermata del bus cittadino. Lei annuisce, io osservo la strada nell’attesa di veder arrivare quel mezzo pubblico. Sto fermo, impassibile: devo restare in silenzio, mi dico, non posso sempre lasciarmi sfuggire i pensieri con chiunque sia nelle mie vicinanze. La signora, subito dopo, dice come tra sé che lei non ha fretta, e che la giornata peraltro le sembra deliziosa, degna di essere goduta all’aria aperta. Spende un’occhiata verso di me, presumibilmente per vedere come reagisco: io avrei molte cose da dire a riguardo, ma resto in silenzio, mi costringo a non formulare nessuna parola, zitto, quasi senza pensare.
            Il bus non arriva, mi spazientisco, non ho alcuna fretta particolare, ma attendere mi pare un’attività tra le più odiose possibili, anche se cerco di resistere, e così continuo a rimanere immobile, nascondendo in quel modo il mio vero stato d’animo. Però non si può ridurre tutto ai propri gusti e comportamenti, dico alla signora, lasciandole intendere che il ritardo del bus è un fatto oggettivo, oltre la bella giornata e la voglia di starsene su quella panchina. Passa un attimo di silenzio completo, in cui mi pento profondamente di avere di nuovo parlato. Poi la signora insiste: si possono prendere in molte maniere, le piccole avversità di ogni giorno.
            Guardo il mio orologio da polso, mi muovo, sbuffo, ormai sono in aperta conflittualità con la signora, che sicuramente mi giudica un impaziente, una persona che non sa dominare gli istinti. Ho un appuntamento, le dico; ogni minuto perso per me risulta importante. Questo non cambierà assolutamente le cose, fa lei. Certo, fo io, ma almeno potrò lamentarmi di qualcosa che non funziona in questa città. Mi rendo conto improvvisamente che le ultime parole le ho pronunciate con voce leggermente alterata, appena più del necessario, così adesso mi sento dispiaciuto di aver mostrato il peggio di me a quella signora.
            Mi muovo ancora con nervosismo, vorrei tanto che giungesse qualcuno ad attendere il bus insieme a noi, ma anche questo è un elemento da cui proprio non sono confortato. Con le belle giornate, si va a passeggiare ai giardini, dico con calma, così si dimentica il passare del tempo ed il resto. Lei non ribatte, gioca sul silenzio perfetto, sulla sua indubbia capacità di sopportare ogni cosa, perfino la mia presenza. Va bene, dico alla fine, lei ha ragione, fa male addirittura all’organismo prendersela troppo per cose del genere. Però vorrà ammettere che tutto questo ritardo non è assolutamente ammissibile?
            La signora resta in silenzio; io vorrei scomparire di colpo dal tratto di strada, anzi, penso per un attimo che addirittura potrei avviarmi a piedi nella direzione verso cui devo andare, ma subito rinuncio, sarebbe un darsi dello stupido e basta. La signora neppure mi guarda, finge che io non ci sia, che non abbia detto un bel niente. Mi sento sull’orlo dell’odio verso questa persona, vorrei strangolarla, stringerle la gola fino al punto di farle confessare che è una vera inciviltà un ritardo del genere. Poi arriva il bus, esprimo espressioni vistose di apprezzamento, mi alzo e mi preparo a salire ancora prima che il mezzo sia giunto alla fermata, scalpito quasi per evitare di far perdere tempo all’autista. Poi salgo, timbro il biglietto, mi siedo, e immediatamente mi accorgo che la signora di prima non si è neppure spostata dalla fermata. Il mezzo riparte: mi sento assolutamente confuso, e la mia giornata ormai appare irrevocabilmente già compromessa.
            Bruno Magnolfi


lunedì 8 ottobre 2012

Quasi un balcone fiorito.


            

            Il negozio di fiori rimane poco distante da casa sua, a piedi lei ci impiega appena dieci minuti, ma forse proprio per questo alla signora Teresa le piace, anche oltre l’orario previsto per la chiusura dell’esercizio, rimanersene là dentro a fare ancora qualcosa per migliorare quel suo piccolo mondo: curare la vetrina, bagnare con grande attenzione le foglie delle sue piante, sistemare nella maniera migliore tutto l’assetto della sua pur piccola bottega di fiorista. Di tornarsene a casa, in quel piccolo appartamento dove le sembra di non avere quasi mai niente da fare, dove ormai va soltanto a dormire, le sembra che ci possa essere tempo più tardi, sempre più tardi. 
            Così molte volte resta in negozio, anche quando si accorge che tutto è già a posto, e che non ha praticamente più niente da fare, tutte le sue piante sono ben sistemate e tutto è ordinato, ma allora si rilassa, si piazza seduta dietro la piccola scrivania, spenge le luci e guarda fuori dalle larghe vetrine, con la vista filtrata dai mazzi di rose, di gerbere, e da tutte le altre piante, osservando quella vita che le scorre proprio davanti, con le automobili dai fari già accesi lungo il viale, e le persone che passano a piedi proprio da lì, percorrendo quel largo e bel marciapiede.
Può darsi sia una vita minore quella che vede la signora Teresa, ma per lei soltanto il fatto che abbiano scelto di passare da lì, proprio accanto al suo chiosco di fiori, le rende quasi simpatiche tutte le persone che transitano; e così continua a guardare, come in un film o in un documentario, immedesimandosi a volte in quella poca gente che c’è a quell’ora lungo il viale, e a volte sogna, come cercando di immaginare una realtà diversa e migliore. Lei non si è mai lamentata della sua sorte, anzi: però le sembra a volte che siano tanti quelli che vivono male, che non riescono ad accontentarsi di quello che hanno, e che proseguono ad inseguire idee indefinite. Per lei, con tutti quegli anni passati a vendere fiori, con ciò che significa, accontentando tante persone diverse, interpretando i desideri di tutti, la sua sensibilità nei confronti dei pensieri degli altri si è andata migliorando moltissimo, ne è consapevole. Tanto che quando entrano dentro al negozio anche dei nuovi clienti, la signora Teresa riesce a comprendere al volo la psicologia di quelle persone, e trova sempre il fiore più giusto ad ognuna, a seconda delle esigenze, senza sbagliarsi.
            Quando la sera rimane nel buio tra le piante, ad assaporare quello scorcio di esistenza che scorre davanti al suo negozio, le capita certe volte di ascoltare, pur non volendo, delle piccole discussioni che vanno avanti per lo spazio di pochi secondi, giusto il tempo che serve per passare a piedi lungo quel marciapiede. Ascolta le poche manciate di parole, ne soppesa il timbro, le inflessioni, a volte il senso con cui vengono dette, e poi, senza preoccuparsene troppo, immagina il resto, come se riuscisse a comprendere la vita degli altri da una semplice frase o da poche espressioni. Ma la signora Teresa è consapevole che la vita non è fatta solo di fiori e colori, e quindi spesso pensa che è assurdo cercare una risposta per tutto, bisogna pur arrendersi, ogni tanto, e accettare la realtà per quello che è. Lo dice per sé, ma vorrebbe suggerire questo pensiero anche a tanti di quelli che passano.
            Poi esce, abbassa la serranda, e se ne torna verso casa: domani ci sarà tutto il tempo, pensa alla fine, per affrontare altri pensieri e fare qualche riflessione diversa da quelle messe a punto stasera. Perché alla signora Teresa le pare ci sia tutto un mondo ancora da comprendere e da interpretare, e lei, nonostante i suoi fiori ed anche tutto il suo impegno, sa di avere ancora una visione soltanto parziale di moltissime cose. Ci sarà tutto il tempo, pensa, per capire di più.

            Bruno Magnolfi

domenica 7 ottobre 2012

Troppo sola (ripresa cinematografica n. 18).

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                Vago per strada, con un passo non troppo lento che attirerebbe gli sguardi dei maschi; però con noncuranza mi guardo attorno, e a chi mi cede la precedenza su questi marciapiedi, ingombri di gente, sorrido: in fondo non mi costa un bel niente, e forse per un attimo rendo felice qualcuno, penso. Avrei forse bisogno di compagnia, di qualche persona che ascoltasse la storia dei miei problemi, ma probabilmente è inutile persino che io ci pensi, non esiste neppure un individuo così, con una tale voglia di stare a sentire e comprendere i crucci degli altri.
                Entro dentro ad una pasticceria e mi siedo ad un piccolo tavolino tondo, giusto per prendermi un caffè ed una fetta di torta. Devo premiarmi, penso, anche se non so di preciso per cosa, però devo cercare di tenere in alto il morale, pensare tutto in maniera positiva, essere ottimista, insomma, nonostante le cose vadano poi come vogliono.
                Un uomo mi avvicina, mi fa dei complimenti senza che io cambi la mia espressione composta quasi del tutto da indifferenza. Lui si volta, si fa servire un caffè stando in piedi al bancone, lo sorseggia sorridendo, poi torna a voltarsi verso di me. Il tempo si dilata, che cosa mai vorrà da me questa persona, penso, possibile che non debba esistere nella fantasia degli uomini una donna con la voglia di stare da sola? Lui esce, e dopo poco anche io. Mi aspetta sul marciapiede, dice subito che gli dispiace importunarmi, però sembra che io abbia qualcosa di talmente interessante nei miei modi, che non gli riesce assolutamente di fare a meno di parlare con me.
                Taglio corto: ho da fare, spiego, non posso trascorre la giornata a farmi corteggiare dal primo che passa, dico. L’uomo allora mi lascia andare, ed io vado ad infilarmi nella confusione delle tante persone che si muovono lungo queste strade, anche se mi rimane l’impressione che lui mi stia seguendo a distanza. Mi volto, in più occasioni, in prossimità di qualche passaggio pedonale, ma lui non c’è, ed io mi sento delusa. Potrei tornare indietro, penso, tornare a cercarlo fingendo di aver dimenticato qualcosa lungo la strada. Ma in fondo non ha alcuna importanza, forse ho un trucco sopra la faccia un po’ troppo vistoso per poter sperare di evitare gli sguardi di molte persone. Ma in fondo a me non interessa neppure questo punto di vista, mi basta sentirmi a mio agio, dare importanza soltanto a ciò che mi piace, sorridere, se mi va, limitatamente a chi risulta simpatico.
                Non volendo percorro un ampio giro confrontando tra loro qualche vetrina e fermandomi giusto per cercare qualcosa nella mia borsetta, e non so neanche come, scopro ad un tratto di essere ritornata proprio nei pressi della pasticceria. Mi accosto con curiosità e vedo che l’uomo di prima è ancora lì, proprio davanti. Lui mi osserva, neppure si muove, infine chiede soltanto se mi va di prendere un aperitivo con lui.
                Accetto, ci sistemiamo seduti, lui mi guarda negli occhi e mi accarezza con dolcezza una mano. Gli spiego che mi sento sempre un po’ triste in giornate così, non perché la solitudine mi spaventi, quanto perché tutti mi appaiono distanti, come se avessero compreso qualcosa che a me continua a sfuggire. Lui accenna di si con testa: forse è vero, dice soltanto; nient’altro.
                Bruno Magnolfi



mercoledì 3 ottobre 2012

La scuola di comportamento (ripresa cinematografica n.7)

  
            Mi ritrovo sdraiato per terra. Ho dolori da tutte le parti, ma uno è più forte degli altri, allo stomaco. Ho appena finito di vomitare, datemi una mano ragazzi, dico con voce che non è quasi la mia. Sono andati, si è così, gli altri sono tutti spariti. In questa strada non c’è neanche luce, ed io non riesco neppure a tenermi su in piedi. Mi è arrivato un diretto preciso allo stomaco, dico, non ho proprio potuto far niente. Sono tutti vigliacchi, dicono assieme i ragazzi: erano in troppi, non avremmo mai potuto far niente di buono con loro. Non importa, dico in qualche maniera, adesso mi passa, forse non è niente, mi basta respirare un po’ d’aria.
            Mi tengono su, mi fanno fare due passi; mi sento uno straccio, dico con un filo di voce. Adesso andiamo a bere qualcosa, dice qualcuno dei miei amici, togliamoci alla svelta da qui. Si torna verso le macchine, sento una fitta che mi prende alle gambe, alla pancia, alla testa, a tutte le parti del corpo. Ragazzi non ce la faccio, dico con dispiacere. Ti portiamo al pronto soccorso, fa uno; no, ora gli passa, fa un altro. Fai più luce con quell’accendino, mi pare bianco come un cadavere.
            Va bene, va bene, fa il capo; però tu inventa qualcosa, dì che eri da solo, che sei caduto lungo la strada, e che noi ti abbiamo soltanto aiutato. Vorrei solo la luce, dico a me stesso, soltanto un po’ della luce che si intravede in fondo alla strada. Avrei potuto essere a casa a guardarmi un programma alla televisione, penso, senza neanche una preoccupazione qualsiasi, e invece eccomi qui, a vomitare e a sentirmi così male che non so neppure se riuscirò ancora a resistere. Va bene, va bene, dicono tutti, è tutto sotto controllo. Adesso andiamo alle macchine e in un attimo sei al pronto soccorso. Ti fanno una bella iniezione di antidolorifico e sei già a posto; dai, prova a camminare che ti aiutiamo.
            Così faccio due passi e mi accascio: non ce la faccio, dico, mi dispiace, non ce la faccio per niente. Mi prendono in due o in tre, mi portano lentamente fino alla macchina. Io chiudo gli occhi, lascio fare tutto quello che vogliono, sento intorno a me tante cose confuse, poi, dopo appena un momento, immerso ancora nel buio, mi accorgo che sono già sopra ad una barella, qualcuno mi guarda e mi palpa, rottura della milza, dice un altro sopra di me, altri armeggiano intorno, mentre le lampade al neon passano in alto.
Mi tagliano i peli sopra la pancia, alla svelta, mi infilano degli aghi dentro le vene, vanno di corsa, hanno fretta, penso, poi ho un ultimo pensiero prima di entrare dentro la sala: comunque sia ne valeva la pena, ne sono sicuro, il resto è solo sfortuna, certe volte va bene, in certi casi tutto va storto, stasera doveva proprio andare così.
Forse.
Bruno Magnolfi

martedì 2 ottobre 2012

Con le mani non proprio pulite (ripresa cinematografica n. 9).

  Cammino, un passo dietro l’altro, senza neppure sapere per dove. Sto bene attento a dove metto i miei piedi, i lastricati in pietra di questa città a volte sono un’insidia difficile da valutare. Incontro qualcuno, persone normali, tutte da sole, strette nei loro soprabiti, quasi a superare quel senso di inospitale che procura questa serata umida e uggiosa, fredda, in cui l’aria stessa, come anche la superficie di tutte le cose, appare sgradevole, distante dalla voglia di starsene comodamente seduti dentro un locale, per esempio, oppure nella propria abitazione, ben calda, confortevole.
            Attraverso la strada, non transita alcuna vettura, gli unici rumori che sento sono quegli stessi prodotti dalle mie scarpe sul marciapiede. Scendo il gradino, appoggio il piede sinistro con disinvoltura, ma proprio in quel punto la pioggia recentemente caduta ha formato una leggera fanghiglia, sufficiente a compromettere il mio equilibrio. Cerco di riprendermi da quella precaria condizione appoggiando velocemente a terra l’altro piede, ma scopro all’improvviso di essere troppo vicino ad una insidiosissima piccola pozza fangosa, e che ormai sto scivolando, repentinamente, senza possibilità di recuperare.
            Per istinto allungo le mani in avanti, cerco di salvare il salvabile, ormai devo accettare ciò che sta succedendo, non posso far altro, la mia sbadataggine mi ha fatto giungere fino a quel punto. Mi ritrovo disteso, lungo la strada, le mani e gli avambracci immersi in quella scura e vischiosa fanghiglia, densa e anche fredda, quasi un prodotto fatto apposta per sporcare qualsiasi cosa la sfiori. Cerco di rialzarmi velocemente, sento dolore ad un braccio, ma non è niente di grave, soltanto una piccola lussazione, nient’altro.
            Da lontano qualcuno mi vede, viene verso di me, mi osserva, dice qualcosa come per mostrarmi la sua solidarietà, poi si allontana. I miei abiti sono tutti infangati, le mani e i vestiti sgocciolano dappertutto acqua sporca, mi sento in condizioni penose. Rimango fermo per raccogliere un momento le idee, poi cerco in qualche tasca un fazzoletto per ripulirmi alla meglio. Il senso di sgradevole che ho provato sull’immediato, adesso si attenua leggermente: osservo il piano stradale e non mi pare così odioso come in un primo momento. Sicuramente ad altri è accaduta la medesima cosa, penso, e intanto riprendo a camminare, anche se lentamente, continuando a strofinare le mani con il fazzoletto. Non è poi brutto come potrebbe sembrare sporcarsi un pochino, penso: in fondo siamo tutti un po’ sporchi, nessuno di noi può immaginare di conservare perennemente immacolato se stesso, come fossimo tutti degli esseri puri.
            Riprendo il mio passo, mi pare di avere accettato tranquillamente ciò che è successo, ne sono contento, all’improvviso mi sento perfino orgoglioso di avere un carattere che si adatta così facilmente a condizioni sicuramente difficili ma inevitabili. Giro ad un angolo, poco più avanti c’è un bar, entro dentro infangato come mi trovo, e vado a sedermi. Il cameriere dice buonasera, io gli sorrido, chiedo una birra, poi giro un’occhiata generale in tutto il locale: i clienti adesso mi paiono tutti un po’ come me, sporchi; probabilmente ognuno ha una sua macchia, cerco di riflettere, qualcosa che la rende una persona vissuta, un cittadino come tutti noi siamo. Sono contento, penso, non c’è niente di diverso tra me e loro, bisogna assomigliarsi per vivere bene, è questo l’elemento più importante di tutto.
Bruno Magnolfi.

Corsa insensata (ripresa cinematografica n. 2).

Corro per strada, la faccia spaurita, i muscoli delle braccia e delle gambe che si muovono ritmicamente con tutto il corpo. Le persone mi incontrano e mi guardano un attimo, ma non ho tempo, devo arrivare con grande fretta, sempre più in fretta.
Gastone ha la fronte sudata, non è abituato agli sforzi, la sua faccia traduce sforzo e paura, bisogno di andare, di vivere, necessità di spingersi oltre. L’aria è quella di un giorno qualunque, ma qualcosa non torna, qualcosa non è come dovrebbe.
Continuo a correre tra le persone, anche se so che dovrò fermarmi, non ci sono altre possibilità, forse lo sanno anche loro, niente può continuare in eterno, questa è la logica, ma io non lo so, non riesco a immaginare quando i miei piedi si fermeranno, quando le mie braccia dovranno abbandonarsi sui fianchi, quando resterò lì, immobile. Il marciapiede è largo, proseguo a correre nonostante il mio ritmo ormai sia allentato, si vede probabilmente lo sforzo fin sulla mia faccia, qualcuno forse potrebbe anche riderne, ma tutto questo non ha alcuna importanza.
Accanto a Gastone qualcuno lo incita ad andare più avanti, qualcosa gli dice di spingersi oltre, quasi senza pensare, come un gesto da compiere e basta. Lui ormai è senza fiato, non resiste così, rallenta, inciampa sul marciapiede pieno di gente, prosegue traballando ormai preda di quello sforzo, di quella fatica.
Cerco con gli occhi qualcuno che capisca il mio stato, mi fermi, mi dica che forse non c’era necessità di questa mia prova, che comunque tutto è andato nella maniera prevista, non c’è più bisogno di spingersi oltre, è sufficiente così, sono stato capace di un gesto importante, questo verrà sicuramente riconosciuto. Ma nessuno di loro mi guarda, ognuno mi scansa mentre passo in mezzo alla gente, la mia corsa è ormai disordinata, qualcosa che forse mette paura, e non interessa nessuno, così sono sempre più solo, inevitabilmente da solo.
Due o tre persone seguono Gastone con gli occhi, cadrà a terra tra non molto, lo sanno benissimo, sarà necessario rialzarlo, dargli coraggio, spiegargli che deve lasciare ad altri la possibilità di occuparsi di lui, delle sue condizioni, del suo stato inadatto a proseguire così. La solidarietà è il gesto più umano di tutti, deve capirlo, deve lasciarsi sorreggere.
Ho voglia soltanto di gettarmi per terra, di trovare qualcuno che mi comprenda, che mi renda quel fiato che adesso non ho, che mi faccia rimettere da questa fatica, che mi spieghi, forse, come fosse possibile arrivare senza lo sforzo, senza questa fatica pazzesca che adesso pare non serva neanche, che non serva più a nulla.
 
Bruno Magnolfi