lunedì 27 dicembre 2010

Nella sera vuota di tutto.



Che importa ciò che avviene, quello che ci circonda, tutta questa confusione di gesti, di saluti spesso inutili, di ammiccamenti senza risultato. Si finge soddisfazione di cose piccole, spesso senza alcun significato, e ci si trattiene per evitare scontri stupidi, per limitare discussioni che non porterebbero nulla di positivo. La realtà, la maggior parte delle volte, procede tranquilla per proprio conto, senza avere ostacoli, come se nessuno sforzo fosse sufficiente a contenerla.

Arnaldo rientra in casa un pomeriggio qualsiasi, dopo una giornata di lavoro esattamente identica ad ogni altra, sale le scale, gira la chiave nella porta del suo appartamento, e improvvisamente, proprio entrando, sente di essere una persona che non conta niente, un individuo qualunque stritolato dentro un ingranaggio. Prende una birra dal suo frigorifero, butta giù uno o due sorsi, e immagina altre cento persone identiche a lui che nello stesso attimo sono tornate a casa dopo il lavoro, e stanno identicamente bevendosi una birra.

Arnaldo si siede, cerca di pensare qualcosa di ottimistico, ma il senso di vuoto lo abbatte anche di più. Suona il telefono, risponde. Lo aspettano al solito locale, una partita a carte, due risate, qualche scherzo per ridere, per ingannare il tempo, poi via, una corsa in macchina, a cercare qualche cosa che riempia il vuoto, allontani ogni malessere, sollevi quel morale pericolosamente su una china. Prende tempo, ha qualcosa di cui occuparsi, dice, forse solo più tardi può raggiungere gli altri. Guarda la serata dalla sua finestra, ma non trova alcun luogo dentro la sua mente per difendersi.

Esce senza cambiarsi, le mani in tasca, lo sguardo perso tra le automobili in colonna, il passo regolare lungo il marciapiede. Non c’è alcun luogo dove andare, Arnaldo lo sa bene, lascia che la sera affondi attorno a sé, coprendo le sue spalle a poco a poco con il buio che scende e lo lascia stupefatto. Si ferma davanti ad un negozio, osserva le persone all’interno che acquistano le cose, immagina tutto sempre più opaco, senza valore, quasi una finzione scenica per riempire il maledetto vuoto che sente e che vede attorno a sé.

Si siede sul gradino di un portone, si stringe dentro la sua giacca, torna ad osservare le persone che si muovono su e giù lungo la strada: un lampione là vicino getta una chiazza di luce sull’asfalto, ormai la sera ha completato il suo percorso, pensa, le luci sono tutte accese, la giornata arranca per andare a completarsi. Avrebbe voglia di parlare con qualcuno, chiedergli perché le cose siano proprio così, piene di amarezza, poi vede un uomo dalla parte opposta della strada; sta seduto su un gradino, come lui, lo sguardo perso tra le auto e i passanti.

Non c’è senso in tutto questo, pensa Arnaldo, poi si alza, vorrebbe riprendere a camminare, perché adesso prova pena per quella persona seduta là di fronte a lui, gli pare sola, un povero cristo che ha smarrito il senso: così, con calma, attraversa la strada, lo raggiunge, gli tocca una spalla, quello si volta, lo guarda, avrà i miei anni, pensa Arnaldo: vieni, gli dice con fare amichevole, ti offro una birra.

Bruno Magnolfi

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