giovedì 28 luglio 2011

Le cose quando vanno come dovrebbero.



No, non date fastidio, avevo detto piano ai due tizi che avevano continuato fino ad allora a ridere sguaiatamente, sbocconcellando i loro panini imbottiti davanti ad un paio di grandi bicchieri di birra. Non c’era nessun altro in quella tavola calda lungo la strada, ed io, di passaggio, ero entrato quasi distrattamente là dentro e mi ero seduto, con calma, la testa senza pensieri, i gesti lenti, come di chi non ha niente da fare. Rovistando dentro uno scatolone appoggiato accanto ai contenitori dell’immondizia, in una via lì vicino, avevo trovato poco prima una pistola giocattolo a tamburo, di un bel colore nero lucido, soltanto con il calcio spezzato, e senza farmi notare me l’ero fatta scivolare dentro a una tasca, non so neppure il perché.

Adesso ero entrato là dentro, naturalmente non avevo neanche un soldo, così mi ero sistemato su uno sgabello e avevo appoggiato quell’arnese bene in vista sopra al bancone, nell’attesa che il gestore di quel locale venisse fuori dalla sua cucina e mi servisse qualcosa da mangiare, visto che era da un giorno che non mettevo sotto ai denti qualcosa. I due tizi si erano subito fatti silenziosi: se vuoi ce ne andiamo, aveva detto uno di loro senza alcuna convinzione, ma io avevo accennato che era meglio se restavano esattamente dov’erano, non c’era niente di male nel continuare a bere e a mangiare, avevo spiegato.

Loro però non avevano più avuto voglia di ridere, ed erano rimasti lì a guardarsi attorno e a guardare verso di me, forse paralizzati dal mio comportamento calmo e un po’ distaccato. Sicuramente avevano una certa paura immaginando il momento in cui il gestore di quella tavola calda fosse uscito dalla cucina per venire a vedere se c’era qualche cliente a quell’ora della tarda mattinata, così si tenevano pronti per muoversi e guadagnare l’uscita appena le cose si fossero complicate oltre misura. Ma a me non importava un bel niente di tutte le congetture che si potevano fare, mi interessava soltanto mangiare qualcosa e filarmela il più presto possibile, senza scatenare nessuna reazione.

Però ad un tratto mi resi conto che i due tizi avevano la faccia di chi comincia da un attimo all’altro a spararti delle domande, giusto per cercare di farti parlare e confonderti, così cercai di prevenirli dicendo loro che era meglio se continuavano a ingollare le loro birre in silenzio. In quell’attimo uscì il tipo dalla sua cucina, con il grembiale bianco, il cappello e tutto il resto; mi guardò soffermandosi un attimo, appoggiò lentamente qualcosa sopra al suo banco, e in una frazione di secondo si fece più pallido, come chi non riesce a sopportare certe emozioni.

Gli dissi di darmi un sacchetto con le polpette fredde e le crocchette che avevo visto dal vetro, e lui con le mani che gli tremavano fece subito quanto avevo chiesto. Riuscì giusto ad allungarmi il sacchetto di carta sopra al bancone, poi parve svenire, accasciandosi là dietro senza neppure una mezza parola. Con calma io presi quelle polpette, lasciai la pistola sopra al bancone ed uscii dal locale, senza mettermi fretta, come facessi una cosa qualsiasi. I due tizi rimasero immobili, dissi loro di occuparsi dell’altro e di gettargli un po’ d’acqua sopra la faccia, poi chiusi la porta. Non c’era nient’altro da dire, in fondo non era accaduto niente di brutto, e a mio modo di vedere tutto andava bene anche così.

Bruno Magnolfi

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