giovedì 8 novembre 2012

Una strada di pioggia


I colori dell’acquarello erano trasparenti, leggerissimi, e i contorni del disegno una linea sottile che appena tratteggiava le cose. Quasi non esisteva senso nel disegnare, se non quel dolce lasciarsi andare ad una fantasia leggera, che superava qualsiasi intento, riusciva a prendere la mano e lasciare che la forma sul foglio acquistasse la vita, diventasse colore, forma, illustrazione. Non c’era senso nel fare un disegno qualsiasi, la semplice rappresentazione di un’immagine vista. La cosa che toglieva il respiro era quel cercare di interpretare un piccolo, infinitesimale, minuscolo frammento di vita, un pensiero esile e sottile fino a quel momento celato dietro a chissà quali altri pensieri, mescolato dentro a chissà quali altri ragionamenti ordinari, perso dietro a miriadi di altre cose, magari più appariscenti, più forti, più importanti di tutto, eppure ammantate di sciocchezze senza rimedio. Un gesto affettuoso che dura lo spazio di un attimo, e si prolunga nel tempo in modo imprevisto, incorniciato nonostante il suo bisogno di essere una cosa qualsiasi, senza importanza. Questo stava dentro al disegno, e solo guardandolo spiegava da solo quanto era riuscito a scrollare da sé la facilità di cadere in percorsi già visti, elementi sicuri di cose più consuete. Lui lo aveva veduto il disegno, ne aveva assaporato in un attimo la freschezza piacevole, ne era rimasto colpito pur senza comprendere il motivo trainante da cui ne era attratto. Poi, una volta uscito dalla galleria d’arte, aveva fatto un giro in quella serata piovosa, camminando sui lucidi marciapiedi sotto al suo ombrello, con calma, ripensando al disegno, a quell’acquarello che pareva parlasse di sé, della sua vita, dei suoi pensieri. Aveva riflettuto a lungo su che cosa gli ricordasse quella figura di donna fermata in un gesto così naturale, con l’espressione del viso leggermente ammiccante, come di chi ha dentro di sé un lungo percorso alle spalle, un itinerario difficile, forse sofferto, una strada impervia affrontata e forse non completamente percorsa. Poi era entrato dentro a un caffè, si era accostato al bancone e si era fatto servire un liquore, qualcosa che riuscisse a scuoterlo un po’. Alcune persone a fianco e dietro di lui parlavano di cose ordinarie scambiandosi brevi risate e conversando in modo piacevole. Infine lui aveva pagato la sua consumazione, augurato la buonasera al barista, e riaperto l’ombrello uscendo da dentro al locale. Fu allora che vide la donna, da sola, con un normale impermeabile stretto alla vita e i capelli non lunghi e ben pettinati. Camminava lungo la strada, con l’espressione di chi ha già affrontato più volte itinerari difficili, eppure serena, immedesimata nei suoi gesti così naturali. Era lei l’acquarello, ne era sicuro, era lei quel disegno denso di cose, di vita, di elementi minuti eppure ben forti nella sua espressione; era lei che adesso senza motivo riempiva con la sua presenza tutto lo spazio che c’era; era lei che senza ricordare qualcosa di preciso, parlava di sé, solo passando, solo camminando dove camminavano tutti; ed era lì, quasi per una magia, uscita dal quadro per dare colore a quei marciapiedi, a quella strada bagnata di pioggia.
Bruno Magnolfi

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