domenica 5 agosto 2012

L'osservazione silenziosa



Michele Bandini osserva qualcosa muoversi lungo la strada, mentre rimane completamente immobile, seduto in maniera composta ad un tavolino sulla terrazza del Caffè Centrale, dove lascia trascorrere il tempo, alle diciotto di un giorno qualunque, sorseggiando il suo aperitivo preferito. A lui piace pensare che ci potrebbe essere qualcuno che venisse all’improvviso a cercarlo lì, a chiedergli magari la sua opinione su una cosa qualunque, oppure che il cameriere che si occupa di quella terrazza, lo avvertisse di una telefonata urgente, anche se di fatto questo non sta accadendo, e non ci sono motivi precisi affinché questo accada, e a Michele Bandini non resta altro che immedesimarsi in ciò che si sente di essere in quel momento, sperimentando quel lento e cupo ritrovarsi nei panni dell’osservatore della realtà.

Di fronte a lui transitano automobili, persone che passeggiano, coppie di fidanzati senza una meta precisa; lui sorseggia il suo aperitivo e cerca di ridurre al minimo i propri pensieri, proprio per non allontanarsi troppo con la mente da quel suo punto di osservazione. Avverte adesso in modo più dolce e benevolo la sua solitudine, gli sembra quasi di essersi guadagnato quella sua posizione privilegiata, e quel continuare ad osservare la strada improvvisamente lo fa sentire bene, come al di sopra di coloro che si muovono là sotto, lungo la via principale, e comunque in una posizione di indubbio rilievo rispetto a tutti coloro che riesce a vedere.

Ma qualcuno lo chiama da un tavolo poco lontano: Michele, dice con garbo una voce femminile, e lui si volta, come scosso da una scarica elettrica in quel fluido scorrere del tempo. Ciao, buonasera, dice una donna di mezza età sorridendo e muovendo leggermente una mano, senza peraltro spostarsi minimamente dalla sua sedia dove riposa accompagnata, lì accanto, da una sua probabile amica che pare comunque indifferente a lui e a quei saluti. Michele Bandini strizza gli occhi, guarda con attenzione quel volto, e infine riconosce dietro quei lineamenti una vecchia conoscenza di tanti anni prima. Buonasera, risponde, e sorride, ma senza aggiungere altro, tornando in un attimo a preoccuparsi soltanto del suo bicchiere sopra al suo tavolino, ma solamente per un moto di timidezza che spesso riesce a nascondere meglio.

Adesso vorrebbe riprendere il compito a cui stava attendendo, ma lo sguardo delle due donne alle sue spalle, assieme alle indubbie curiosità su di lui che sicuramente si staranno scambiando, lo pongono in una posizione di indubbio disagio, tanto che quasi vorrebbe pagare ed andarsene, magari manifestando una fretta improvvisa per un impegno di cui si era scordato. Invece rimane, cerca una posizione diversa sulla sua sedia, poi chiama il cameriere e gli chiede, con eleganza, di portargli un piccolo sandwich, qualcosa da accompagnare con il suo aperitivo.

Poi torna a voltarsi verso il tavolino dove le due donne di poco prima in silenzio prendono il tè. Mi piace stare qui, dice loro quasi a giustificarsi; riesco a pensare alle mie cose con una tranquillità che quasi non trovo in altri luoghi. Poi Michele Bandini volta leggermente la sedia verso quelle signore, anche se loro lo osservano senza dire alcunché. Sto bene a questi tavoli, insiste, certe volte non vorrei neppure andarmene via. Le due donne continuano a guardarlo annuendo alle sue parole, e lui, che si aspettava l’inizio di un qualche dialogo, si trova improvvisamente spiazzato di fronte a quel silenzio. Così torna a voltare loro le spalle, nello stesso momento che arriva il cameriere; lui lo guarda, gli chiede il conto, si alza, lascia una mancia, poi si volta per salutare le donne, sorride e si incammina, consapevole che su quella terrazza per molto, molto tempo, non sentirà alcuna voglia di ritornarci.

Bruno Magnolfi

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