venerdì 15 ottobre 2010

L'amico sbagliato








Erano amici, pensava Enzo, lo dovevano essere per forza, non si torna insieme da scuola fino a casa quasi ogni giorno se non è così. Abitavano vicini, e certe volte lui andava da Franco, nel pomeriggio, quando le giornate erano belle e insieme potevano andarsene in giro: suonava il campanello, attendeva che la mamma gli chiedesse chi era dal fondo del corridoio. Poi, dopo un leggero confabulare, arrivava Franco che diceva soltanto: arrivo; e Enzo si piazzava sul marciapiede ad aspettare. Certe volte aveva aspettato anche parecchio, e questa cosa non gli piaceva. Un giorno passò Antonio, un amico del babbo, sulla sua bicicletta scassata, gli sorrise e subito disse: ti hanno lasciato fuori?, e lui si vergognò un po’ di quella faccenda di star lì per un sacco di tempo, a non far niente, come se non avesse altri ragazzi da frequentare.

Infine arrivava, Franco, e spesso tirava fuori delle idee divertenti per combinare qualcosa, ma altre volte voleva andare a cercare altri ragazzi, e questo a Enzo piaceva di meno. Era sfuggente Franco, ma questo era solo il suo carattere. Aveva sempre fretta di arrivare da qualche parte, di trovare altre persone, di vedere gli altri ragazzi cosa stessero facendo lì nel quartiere. Così Enzo molte volte si ritrovava a trottargli alle calcagna cercando di parlare di qualcosa. Non gli piaceva molto parlare a Franco, ma quando Enzo parlava lui stava in silenzio, come non avesse niente da dire; quando infine diceva la sua nessuno trovava mai nulla da obiettare, come se quell’opinione fosse proprio l’ultima parola da dire.

Enzo avrebbe voluto qualche volta mettersi seduto con Franco su qualche gradino, o sulla spalletta del fiume, a tirare qualche sasso nell’acqua e a parlare delle cose che venivano a mente. Ma con lui non era possibile, a parte qualche caso rarissimo. Capitava spesso che dopo un giro lungo le solite strade di sempre, Franco dicesse all’improvviso: devo andare, devo tornarmene a casa, e lasciava Enzo così, senza nessuna spiegazione.

Enzo qualche volta aveva chiesto a qualcun altro dei suoi compagni che cosa pensasse di Franco, e in genere tutti parevano piuttosto evasivi, come se fosse un argomento di nessun interesse. Una volta invece, uno disse che Franco era una persona assolutamente egoista, sfruttava tutte le situazioni possibili senza preoccuparsi minimamente degli altri. Aggiunse anche che era il caso di tenersi distanti da lui, perché aveva sempre dei secondi fini in tutto ciò che faceva. Enzo non ci credette a quel giudizio pesante, però iniziò ad osservare le cose con occhi maggiormente disincantati.

Fece passare un bel po’ di tempo prima di tornare a suonare quel suo campanello, per esempio, e sulla strada da scuola fino a casa si ritrovava quasi sempre da solo visto che non si preoccupava più di aspettarlo. Bell’amico sei tu, gli disse un giorno quando infine si ritrovarono soli: Franco lo squadrò, gli chiese cosa c’era che non andava, Enzo gli disse che era un sacco di tempo che non uscivano insieme, e che se non era lui ad andarlo a cercare, il contrario non succedeva di certo. Franco rimase in silenzio, soprappensiero, e infine gli disse: credi davvero che sia questa l’amicizia? Io non lo penso, piuttosto credo che ognuno di noi abbia una strada da percorrere, certe volte è possibile farla insieme con altri, ma quasi sempre si è soli, ed è inutile lamentarsi di questo: è così, non saremo certo noi due a cambiare la regola.



Bruno Magnolfi

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