giovedì 21 ottobre 2010

Dentro queste stanze di casa



La mia gamba è bloccata da un crampo, uno di quelli che rende le fibre muscolari come legno di radica, impossibile da sciogliere. Sto immobile nel letto, da solo, resisto al dolore. Passerà tutto questo, penso, e intanto con i denti serrati rifletto sul tratto di pavimento che mi separa dal mobiletto del bagno dove tengo le medicine. Farei qualsiasi cosa per non sentire dolore, dover sopportare in silenzio mi fa uscire pazzo. Poi tento di alzarmi, appoggio a terra le gambe, sento con i piedi la superficie fredda del pavimento. Decido che è inutile e torno a sdraiarmi.

Il dolore alla gamba si attenua, cerco così di rilassare anche le altre parti del corpo che fino ad adesso sono state in forte tensione, ma all’improvviso mi pare che tutto sia ostile. Il dolore va e viene, mi tiene inchiodato con la mente dentro la gamba, come servisse a qualcosa. Devo farmi aiutare, penso, non posso star qui all’infinito. Fino a due anni fa Corinna abitava con me, non ero da solo, se lei adesso fosse stata qui mi avrebbe aiutato. Chissà dove è andata a finire Corinna, penso, non l’ho più rivista da un sacco di tempo.

Il dolore adesso si è attenuato, ma la mia gamba è preda di un formicolio inusuale, e dal ginocchio fino al piede non sento quasi più niente. Mi siedo, appoggio la gamba sul pavimento, il mio piede non riesce neppure a rendersi conto del freddo delle piastrelle; con la spinta delle mani e delle braccia mi alzo, ma la gamba non regge e cado malamente di fianco. Devo arrivare al telefono, penso, è assolutamente necessario che arrivi fin lì, nell’ingresso del mio appartamento. Mi muovo, striscio per terra tirandomi in avanti con gli avambracci, è una faticaccia, ma non c’è altro sistema.

Arrivo alla porta e mi sento completamente sudato, il crampo riprende, mi contorco per il dolore. Vorrei che questo giorno non fosse mai giunto, penso, mi sento una persona finita, uno che non è neppure riuscito a stare assieme a una donna. Vorrei urlare forte, lamentarmi con tutti coloro capaci di sentire il mio grido, poi mi torna alla mente Corinna, senza motivo. Non sarò più lo stesso, penso, ogni volta che interviene qualcosa del genere tutto cambia dentro di noi. Non resisto, non riesco a sopportare un bel niente, penso, forse è questo il problema più grande.

Respiro forte, sento qualcuno passare lungo le scale condominiali, stanno bene, penso, loro non hanno bisogno di niente. Cerco di muovermi ancora nonostante il dolore, con fatica arrivo fino al mobiletto con sopra il telefono. Mi tiro su, prendo il mano la cornetta mentre il dolore si attenua, e rimango lì, senza sapere a chi chiedere aiuto. Non posso chiamare l’ospedale per una cosa del genere, mi riderebbero dietro e non si muoverebbero di certo. Aspetto qualche momento, infine riappoggio la cornetta sopra la base. Mi pare di sentirmi già meglio, così arrivo nel bagno e cerco un normale analgesico.

Lo trovo, ingollo una pillola bianca e aspetto. Mi siedo sul bordo della vasca da bagno e osservo la mia gamba: è gonfia, forse per un bel po’ di tempo non riuscirò più a camminare correttamente, penso. Immagino che la pastiglia che ho appena ingollato fosse di Corinna, probabilmente lo era veramente, la sua validità sarà terminata chissà da quando. Non importa, penso, anzi mi piace aver preso qualcosa di lei, è come se in qualche modo stessimo ancora insieme. Sento ancora rumori lungo le scale: forse è Corinna, penso, forse è venuta a vedere come sto, se ho ancora bisogno di lei. Poi mi lascio cadere di nuovo sul pavimento: sulle scale è tornato il silenzio.

Bruno Magnolfi

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